Ogni popolo ha il suo blues. È grazie infatti all’esperienza di chi ha inventato la madre di tutti i generi che da allora pratichiamo che, a ciascuna nazione, è concessa l’opportunità di rifugiarsi a piacimento (o comunque quando necessario) in una musica fortemente identitaria, con radici che affondano nella sofferenza, nella tristezza o, nel migliore dei casi, nella malinconia.
Un archetipo che per i turchi corrisponde al folk tradizionale e a stelle come Neset Ertas, indimenticata icona della musica anatolica. Un talentuoso cantante, autore e virtuoso del baglama che ha portato lo spirito della tradizione folk ashik (uno stile traducibile in un incrocio tra quello che fa il cantastorie e ciò che produce un poeta) nell'era moderna. Non a caso la sua figura è ricordata come halk ozan, che letteralmente significa "bardo popolare". Un trovatore, per farla breve.
Ed è dedicato proprio al valore di Neset Ertas il nuovo album degli Altin Gün, la formazione di origini turche e basata ad Amsterdam che, giunta al sesto disco, da sempre si distingue per un suono che richiama il funky rock anatolico della seconda metà del novecento, rivisitato con un furore retromane sufficientemente filologico e a tratti virante verso la psichedelia.
Dopo il forfait della solista Merve Dasdemir, e priva del suo timbro così ammaliante che ne ha spinto il suono più di una volta ai limiti del dream pop, la band guidata dal fondatore e bassista Jasper Verhulst ha scelto di puntare su un concept in grado di compensare con organicità stilistica, autorevolezza di contenuti e chiarezza di messaggio l’inevitabile gap che la fuoriuscita di una voce così fortemente identificativa e caratterizzante avrebbe scavato. Dopo aver reinterpretato certe ambientazioni anni 70 nei primi dischi e altre anni 80 nei lavori più recenti, la scelta di riarrangiare in chiave Altin Gün un compendio monografico del repertorio di Ertas consente alla band olandese di mantenersi fedele alla propria matrice folk non rinunciando alle potenzialità sperimentali di una fresca e originale ispirazione.
Questa volta gli Altin Gün giocano in casa, ed è proprio il caso di dirlo. Non è difficile trovare almeno una cassetta di Neset Ertas tra i cimeli di una famiglia media turca. Melodie e testi ascoltati grazie ai nonni con cui gli adulti di oggi sono cresciuti da bambini. Un universo sonoro evocativo che trova un connubio perfetto nel modo di intendere la musica degli Altin Gün e nei loro richiami alla tradizione filtrati dalla modernità, sempre maneggiati con lo stesso ossequioso rispetto con cui si guarda ai propri padri fondatori di riferimento. Una materia prima che svuota i brani della componente più pop (quel flavour che a noi, da questa parte dell’Europa, ravviva la voglia latente di esotismo a colori pastelli che riconduciamo agli stereotipi sul vicino oriente) per guidare gli arrangiamenti verso architetture più adulte e definite, meno contaminate dai contrasti spazio-temporali tra est e ovest e anni duemila vs secolo breve, e dalla tentacolare quanto speculativa vignettatura d’antan che fa da cornice al nostro immaginario in merito. Il divertimento, per loro che suonano e per noi che ascoltiamo con attenzione, è assicurato.
Garip significa strano, in italiano, e non è così per dire. Non stupisce, infatti, trovare un brano introduttivo come “Neredesin Sen”, un convincente ponte stilistico con i precedenti dischi da un timido tratto addirittura new wave (ascoltate con attenzione basso e batteria) a precedere con disinvoltura "Gönul Dagi", composizione in cui si parla così tanto d’amore da sentirlo grondare persino dal riverbero sixties della chitarra e dalle traiettorie da grande schermo (quasi morriconiane) degli arrangiamenti orchestrali. Un leitmotiv, quello degli archi che librano leggeri a rincorrere la melodia, che poi si ripropone anche in “Suçum Nedir” e “Gel Yanima Gel”. Non mancano i temi eseguiti con il synth a cavallo tra i soli prog e ricami bollywoodiani come in “Öldürme Beni” e “Benim Yarim”, tratto che sublima in “Bir Nazar Eyledim”, la bellissima chiusura nonché vero e proprio trionfo di arpeggiatori e di timbriche analogiche.
A normalizzare il tutto, come ci si deve aspettare dagli Altin Gün e dall'opera di Neset Ertas, forti richiami ai paesaggi anatolici rintracciabili nei fraseggi strumentali più rurali, nelle timbriche malinconiche della voce, nelle caratteristiche figure di baglama che la accompagnano e nei pattern di batteria più sbilenchi che rendono il tutto sempre un po’ imprudente, almeno per noi che non mastichiamo i repentini cambi di tempo ma, piuttosto, ricerchiamo la sicurezza di ritmiche standard più virili.
Di sicuro la presenza rarefatta degli Altin Gün nello scenario musicale contemporaneo lascia alla band tutto lo spazio necessario per voltare pagina con disinvoltura quando necessario e mettersi in discussione, mantenendo inalterata la resa compositiva. Un fattore che è al contempo garanzia di eclettismo, visione a lungo termine e capacità trasformativa. Una chiave di lettura per Garip e per i dischi che verranno dopo, e una conferma del loro ormai provato spessore artistico.

