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MAKING MOVIESAL CINEMA
11/11/2020
Emir Kustirica
Gatto nero, gatto bianco
"Gatto nero, gatto bianco" è una festa. Kusturica mette in scena un'umanità colorata, sgangherata, improbabile, vivacissima e mal assortita in un film dove abbondano i delinquenti ma in fondo non c'è ombra di violenza...

Emir Kusturica nasce fin dai suoi esordi come "regista prodigio": Leone d'oro a Venezia per il suo primo lungo Ti ricordi di Dolly Bell?, il successivo Papà è in viaggio d'affari vince la Palma d'oro a Cannes, il suo terzo film (al netto di cortometraggi e film tv), Il tempo dei gitani, viene nuovamente premiato a Cannes per la miglior regia, poi arriva l'Orso d'argento a Berlino per Il valzer del pesce freccia e successivamente una seconda Palma d'oro per Underground. È poi la volta di questo Gatto nero, gatto bianco che vince il Leone d'argento per la regia a Venezia. I festival fanno a gara per premiare le opere di Emir Kusturica, regista bosniaco che proprio le popolazioni della ex Jugoslavia mette al centro dei suoi racconti. Per Gatto nero, gatto bianco, rispetto ad altre sue pellicole Kusturica sceglie un registro decisamente più spensierato che varia dai toni del grottesco a quelli della commedia più esilarante e macchiettistica, impossibile non bearsi di personaggi sopra le righe, situazioni assurde, ambienti frastornanti e coinvolgenti, tutto inserito in un caos goliardico divertentissimo e dalla struttura sempre ben calibrata. Gatto nero, gatto bianco è una grandissima commedia, lontana dai canoni più battuti e che centra il bersaglio senza apparente difficoltà.

Siamo in un luogo non precisato lungo le rive del Danubio, ai confini tra Serbia e Bulgaria, qui vive una comunità di gitani dei quali impariamo da subito a conoscere Matko (Bajram Severdzan), uno sfaccendato sempre a caccia di soldi da investire nelle sue trovate inverosimili e illegali, e suo figlio Zare (Florijan Ajdini), un diciassettenne con la testa decisamente più a posto di quella del padre. Per racimolare soldi per la sua nuova impresa Matko va a elemosinare un prestito dal signore delle discariche, Grga Piti? (Sabri Sulejmani), grande amico del padre dello stesso Matko, il vecchio Zarije (Zabit Memedov) che nutre un amore profondissimo per il nipote Zare. Dopo aver contato delle balle non da poco, Matko ottiene il prestito, i soldi serviranno per attuare una specie di assalto al treno per ordire il quale servirà l'aiuto del piccolo gangster Dadan Karambolo (Srdan Todorovic), uno di cui non ci si può proprio fidare. Dall'unione di queste menti, nessuna delle quali ha la propensione al vivere onesto, si creeranno una serie di situazioni per cui verranno messi in gioco l'amore di Zare per la bella Ida (Branka Katic), i sogni della piccola (nel senso di minuta e bassa) Afrodita (Salija Ibraimova), sorella di Dadan, e il destino del giovane e lungo Grga Veliki (Jasar Destani).

Gatto nero, gatto bianco è una festa. Kusturica mette in scena un'umanità colorata, sgangherata, improbabile, vivacissima e mal assortita in un film dove abbondano i delinquenti ma in fondo non c'è ombra di violenza: l'espediente, la truffa, la corruzione, l'impresa criminosa sono una sottolineatura di uno stile di vita, ma principalmente sono veicolo per un racconto che ci fa amare questi personaggi stralunati, a partire da Dadan Karambolo, quello che dovrebbe essere il più fetente di tutti ma che interpretato dallo strepitoso Srdan Todorovic diventa una macchietta irresistibile che non si può non finire per adorare, tra l'altro una prova superba dell'attore serbo che sembra avere i canoni della commedia iniettati nel sangue. Immersione nel mondo gitano, volti, costumi, abitudini e colori che non siamo così abituati a vedere sul grande schermo, uno sfogo del regista che probabilmente aveva bisogno di scrollarsi di dosso temi più cupi che una terra come la sua, funestata da violenze d'ogni genere, inevitabilmente coltiva. Così dopo Il tempo dei gitani e Underground Kusturica si regala e ci regala un'esplosione di allegra vitalità, una commedia a tratti esilarante che ci mette di fronte al lato più genuinamente fracassone della cultura gitana tra storie d'amore, matrimoni combinati, piccoli maneggioni e legami familiari fortissimi, antidoto perfetto per i momenti di malumore.


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