
Pochi generi musicali come la new wave, al momento della sua esplosione di mezzo secolo fa, possono essere annoverati tra i movimenti artistici più all’avanguardia. Un prodotto legittimamente figlio del suo tempo ma già con un piede nel futuro, in grado di trasmettere la più genuina idea di post-modernità e di rottura con il passato.
Pensate solo al modo in cui, adattando i canoni compositivi del pop a quelli del post-punk e unendoli a temi e toni indiscutibilmente mai sentiti e visti (per non parlare dell’estetica) in un colpo solo la new wave sia riuscita a emancipare le visionarie e insofferenti nuove generazioni coeve da certi dinosauri culturali considerati inattaccabili, alcuni già condannati alla damnatio memoriae (il progressive, il rock classico e quello hard), altri che, pur in auge da relativamente poco, già attraversavano una fase di ripensamento e di crisi di identità (il punk).
Sebbene spesso indistinguibili, gli uni dagli altri, gli artisti new wave praticavano uno stile meno ingombrante e gravoso (quindi più in linea con quegli anni) rispetto ai cugini del post-punk. Per una banalizzazione a posteriori, proprio perché ai tempi non c’era certo la vista distaccata e l’imparzialità utile a fornire analisi sufficientemente accurate, potremmo ricondurre allo smodato uso dei sintetizzatori (moda che si stava imponendo per ovvie ragioni di economicità di scala negli studi di registrazione dedicati alla produzione di musica da discoteca in tutte le sue accezioni) la vera differenza.
Agli albori dell’ingresso dell’elettronica consumer e prosumer nella vita quotidiana delle persone, i suoni e i rumori dei synth riproducevano la principale e più credibile colonna sonora, e la new wave, che non solo se ne serviva ampiamente ma stava ridefinendo l’approccio stesso degli strumenti tradizionali ai nuovi timbri artificiali, si trovava perfettamente nel posto giusto al momento giusto.
Nell’attuale corsa di riappropriazione di ciò che, nel secolo scorso, davvero era in grado di funzionare, non certo, però, con l’obiettivo di saccheggiare il passato per riciclarne le rovine nelle moderne costruzioni, l’opera dei Telehealth risulta molto più che un mero rispettoso e filologicamente impeccabile revival. Dovendo trasmettere temi e argomenti che rispecchiano simmetricamente quelli che scaturivano alle soglie degli anni 80 non c’è genere più adatto che la new wave. Anzi, della new wave dei Devo.
Ma cosa c’entra la telemedicina, intanto. L’idea che un chirurgo dall’altra parte del mondo operi via rete IP un malato qui, con tutte le complessità del caso, è una delle cose che più ci fanno sentire comparse (se non replicanti) sullo sfondo di una scena distopica. Questo, insieme a cose come il turbocapitalismo digitale, l’IA generativa, il green deal, il marketing predittivo. La new wave del 1978 e rotti è ancora l’accompagnamento più adeguato per musicare il progresso e il burnout che ne consegue? Davvero la realtà sta andando a catafascio come allora? E, soprattutto, Q: Are We (still) Not Men? La risposta, a questo giro, è A: We Are Telehealth!
Green World Image racconta in parte tutto questo, riproponendo coraggiosamente in chiave duemila e ventisei il timesheet della de-evoluzione, ma senza vaso rovesciato in testa. Una richiesta di attenzione espressa con l’inconfondibile tono assertivo tipico del genere che, superata Akron, Ohio, ci arriva questa volta da Seattle, Washington, città famosa per ben altre sonorità e conosciuta più per le sue chitarre distorte che per le tastiere elettroniche.
I Telehealth non sono nuovi all’approccio dichiaratamente nerd. La band, fondata dal duo Alexander Attitude (synth, voce, chitarra e, lasciatemi dire, nomen omen) e Kendra Cox (synth/voce) e che si completa con Ian McCutcheon alla batteria, John O’Connor al basso e Dillon Sturtevant alla chitarra, perfeziona in un convincente e divertente concept album la propria vision nervosa e pessimista della nostra epoca e del genere ideale per ballarci sopra. Oltre all’inconfutabile ispirazione per i Devo, tra i solchi del loro secondo lavoro non si fa fatica a trovare echi del più sperimentale Gary Numan, degli Ultravox di John Foxx e certe linee di basso degne del migliore Derek Forbes in Real To Real Cacophony, punta di diamante di quella acerbissima e indimenticata versione dei Simple Minds.
Green World Image, prodotto da Trevor Spencer (stavo per scrivere Trevor Horn e, ripensando agli Art Of Noise, non sarebbe stato assolutamente fuori luogo) si struttura con tutti gli elementi giusti e al loro posto per connotare il tema portante lungo cui si articolano le tracce del disco. C’è una “User Onboarding Sequence” di riscaldamento, c’è un anthem autocelebrativo e introduttivo dal titolo “The Telehealth Shuffle”, e poi si parte verso “Kokomo2”, un luogo immaginario quanto artefatto, un ricovero mentale ai tempi dei paradisi fiscali, una prima tappa dal ritmo robotico decisamente retro suggellato da un elenco di istantanee vocali accompagnate all’unisono dalla chitarra.
"Donor Country (A gOoD cAuSe)" è la prima interruzione pubblicitaria, un velocissimo ma profittevole tributo a chi ha (idealmente) investito in questo progetto. Una traccia che è anche perfetto preambolo per la seguente e altrettanto tirata “Things I’ve Killed”, brano in cui voce femminile e maschile si alternano e sovrappongono, in un tripudio di linee di synth, incroci di chitarre sghimbesce e pulsazioni mozzafiato. Giusto il tempo delle balbuzie e del diffuso nervosismo di “Cost Of Inaction” che ci riportano alle atmosfere di Freedom of Choice e si riparte da zero. “Silver Spoon” sancisce un vero punto e a capo, complice il lacerante sproloquio di saxofono che si insinua sottotraccia.
Il resto è a dir poco devastante. “Cool Job”, con il suo cantato volutamente dissonante e paranoico, è il singolo dedicato alla schiavitù della digitalizzazione sul posto di lavoro, seguito dalla più leggera rock-wave di “Yassify Me”, dagli applicativi a 16 bit di “Maria, Machine”, dalla sommessa “Villain Era”, per concludere con “Living, Laughing, Loving, Trying”, un’outro perfetta da intonare come sigla di chiusura di un kick-off aziendale.
I Telehealth si confermano tra i più autorevoli esponenti di un genere che non ha fatto per nulla il suo tempo. Zeppo di pattern tutt’altro che confortevoli e scritto con un piglio molto poco accomodante, Green World Image combina alla perfezione nostalgia e futuro raccontando, con la stessa leggerezza a cui i social ci hanno assuefatto, i peggiori incubi del presente e tutte le contraddizioni del neoliberismo.
