Ritorno in Italia degli Haken con due date (Milano e Roma), a due anni di distanza dal meraviglioso concerto da quasi tre ore al Teatro delle Celebrazioni di Bologna, durante il quale avevano riproposto per intero l'ultimo disco Fauna, più un secondo set denso di classici e brani meno conosciuti. Un tour che è stato immortalato anche in un blu ray (Liveforms: An Evening with Haken) che riprendeva la data di Londra e che ha avuto davvero il sapore di appuntamento definitivo con una delle band più importanti della recente ondata di Progressive Metal europeo.
E forse era destino che il loro come back dovesse avvenire in forma minore, dopo un pesante cambiamento di line up (sono usciti il chitarrista Charlie Griffiths, praticamente un membro originario, e il bassista Conner Green, arrivato nel 2014) e un EP, In a Fever Dream, che ha mostrato qualche segno di stanchezza nella scrittura, un generale calo di ispirazione che per il momento accogliamo senza troppo preoccuparci, consci del fatto che dall'esordio ad oggi i britannici hanno sbagliato veramente poco o nulla.
Ritorno in forma minore anche perché la formula di questo tour è quella di un palco diviso con altre due band, così che agli headliner spetterà un set dalla durata ridotta (non diversamente da quanto accaduto durante l'ultimo passaggio milanese, quando erano in compagnia dei Between the Buried and Me).
Si parte alle 19 spaccate coi milanesi Benthos, carichissimi per essere davanti al pubblico di casa. Il quintetto, formato da Gabriele Landillo alla voce, Gabriele Papagni e Enrico Tripodi alle chitarre, Alberto Fiorani al basso e Alessandro Tagliani alla batteria, arriva a questa data con un percorso in netta crescita: dopo l'esordio II del 2021, uscito per Eclipse Records, hanno pubblicato ad aprile 2025 From Nothing per la prestigiosa InsideOut, disco da cui hanno estratto ottimi singoli come “As A Cordyceps”, “Pure”, “Fossil” e “Let Me Plunge”, e nello stesso anno hanno aperto le date europee dei Between the Buried and Me.
Il loro è un Prog intricato e altamente complesso, ricco di tempi dispari, dissonanze e dall'impatto ritmico davvero potente. Quasi nessuna concessione alla melodia, brani mai troppo lunghi, compatti dal punto di vista del suono ma pieni di soluzioni mai scontate. Tasso tecnico altissimo, a tratti un po' cervellotici ma sempre efficaci, anche quando si concedono qualche divagazione nel metal estremo, con tanto di voce in growl. Peccato solo sia durato troppo poco, li rivedrei più che volentieri in un contesto tutto loro.
Gli Ihlo si sono formati ad Aberdeen ma si definiscono semplicemente "britannici", probabilmente perché non tutti i cinque membri provengono dalla Scozia. Il loro secondo disco Legacy è uscito lo scorso anno per una label storica come Kscope, e ha interrotto uno iato che durava dal 2019.
Siamo su un territorio più classico, band come Riverside e gli immancabili Dream Theater fanno capolino a tratti nei solchi delle loro composizioni, che alternano con disinvoltura parti più melodiche ed ariose ad altre maggiormente aggressive, con qualche leggero rimando ai connazionali Tesseract.
Siamo comunque al cospetto di un songwriting che, per quanto derivativo in certi passaggi, denota comunque una spiccata personalità, segno di un act che potrebbe anche affermarsi come uno dei più rappresentativi del genere.
Prestazione potente, a tratti elegante e senza sbavature, con una setlist incentrata sui brani di Legacy (tra cui la potente apertura di “Wraith”) e una prova vocale maiuscola da parte di Andy Robison.
Divertente il siparietto di un fan che ha chiesto a gran voce il monstre da 15 minuti "Coalescence" ma gli è stato risposto "maybe next time" dal singer piuttosto divertito. Ragione in più per esserci quando torneranno da headliner.
Gli Haken hanno sostituito Conner Green con Freddie Draper, anche se per sapere se il nuovo bassista entrerà in pianta stabile nella band, bisognerà presumibilmente aspettare il prossimo lavoro in studio. Nel frattempo non è stato presentato in alcun modo al pubblico, ma si è reso comunque protagonista di una prestazione ineccepibile. Charlie Griffiths, al contrario, non è stato rimpiazzato, cosa che per il momento fa sì che si esibiscano come quintetto. La differenza, almeno questa sera, non si è avvertita molto: a parte qualche parte solista che ha visto una base ritmica meno profonda del solito, per il resto il suono è risultato pieno come sempre, questo anche grazie alle scelte in sede di scaletta. Rispetto al tour precedente c'è stato infatti un totale stravolgimento e, al di là della durata scarsa (un'ora e venti), che però era già in qualche modo insita nella decisione di portarsi dietro due gruppi, ha colpito la selezione dei brani proposti: nulla dai primi tre dischi, solo due brani dal capolavoro Affinity ("Initiate" e "The Endless Knot") con praticamente tutto il concerto dedicato alle cose più recenti, con In a Fever Dream proposto per intero, insieme a una manciata di estratti da Vector e Virus, mentre da Fauna è stata suonata la sola "Sempiternal Beings", che peraltro ha rappresentato l'unico episodio realmente in linea con la fase più prettamente Prog della band.
L'intero set è stato infatti una mazzata unica, con le atmosfere cupe e le sonorità pesanti ed ammantate di elettronica dei nuovi brani, che poco concedono alle aperture melodiche e alle divagazioni strumentali (la title track, che ha aperto il concerto, e la conclusiva "Lotus", che ha chiuso prima del bis, hanno un andamento più dilatato ma sono quasi sempre chiuse in un'atmosfera ossessiva e claustrofobica, pur condividendo un ritornello facilmente cantabile). "A Cell Divides", "Invasion", la pazzesca strumentale "Nil by Mouth", la conclusiva "Prosthetic", la botta da novanta di "Initiate", hanno tutte contribuito ad un martellamento incessante, che ha messo a ferro e fuoco il locale imballato, innescando un pogo furibondo che si è diffuso per quasi tutta la sala.
Mastodontica la prestazione dei nostri, con un Ross Jennings sempre sugli scudi, voce incredibile e carisma da vendere, Richard Henshall solidissimo alla chitarra, un Raymond Hearne allucinante dietro le pelli, a macinare tempi dispari con una semplicità disarmante e un groove da paura, e Peter Jones alle tastiere, anche stavolta autore di un lavoro egregio, che giunto ormai al suo terzo tour sta riuscendo a non far troppo rimpiangere lo storico Diego Tejeida.
Non sarà stata la setlist sognata da ogni fan (ma quella l'abbiamo avuta allo scorso giro) ma questa sera gli Haken hanno dimostrato per l'ennesima volta di essere una band incredibile, anche suonando relativamente poco e proponendo una selezione per certi versi "minore" del proprio repertorio. Jennings si è congedato dicendo che "siete la migliore audience del mondo" (ruffianate a parte, è vero che questa sera l'atmosfera è stata davvero speciale) e "ci vediamo la prossima volta": se è vero che In a Fever Dream sentito dal vivo ha guadagnato diversi punti, è anche vero che c'è una certa urgenza di sentire un disco vero e proprio, fosse anche solo per vederli nuovamente in tour.
Le fotografie della serata, a cura di Antonio Rainò
Haken
Ihlo
Benthos
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