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REVIEWSLE RECENSIONI
04/09/2026
Citizen
Halcyon Blues
Dopo quasi vent’anni, i Citizen raccolgono le diverse anime della loro musica in un disco maturo e consapevole. Il risultato è Halcyon Blues, il lavoro di una band che ormai non ha più bisogno di dimostrare alcunché.

A pensarci bene, il tempo è il giudice più severo per una rock band. Non misura soltanto la durata del successo, ma distingue ciò che apparteneva a una stagione da ciò che, dentro quella stagione, aveva già i caratteri di una visione. Molti gruppi restano legati al disco che li ha definiti: i Turnover a Peripheral Vision, i Movements a Feel Something, i Basement a Colourmeinkindness, i Touché Amoré a Stage Four. È accaduto anche a gruppi molto più importanti, dagli Interpol di Turn On the Bright Lights agli Strokes di Is This It. Il primo disco diventa allora anche il limite della propria storia.

I Citizen hanno cercato fin dall’inizio di evitare questo destino. Hanno cambiato spesso direzione, senza però cambiare natura. È una distinzione importante: non si sono reinventati ogni volta, hanno piuttosto spostato il proprio baricentro. Emo, post-hardcore, alternative rock, indie sono state, nel corso degli anni, definizioni utili e insieme insufficienti a descrivere la band. A diciassette anni dalla nascita, con Halcyon Blues, sembra che finalmente i cinque di Toledo, Ohio (il cantante Mat Kerekes, il chitarrista Nick Hamm, il bassista Eric Hamm, insieme ai nuovi membri, il chitarrista Mason Mercer e il batterista Ben Russin) abbiano raggiunto una condizione non frequente nel rock: non hanno più bisogno di stabilire a quale scena appartengano – sono semplicemente i Citizen.

 

Il percorso che li ha portati fin qui non è stato lineare. Da Youth (2013) in poi, ogni album ha aperto una possibilità diversa. Everybody Is Going to Heaven (2015) accentuava il versante più duro e inquieto; As You Pleased (2017) recuperava una dimensione più apertamente emo; Life in Your Glass World (2021) ampliava ancora il campo, avvicinandosi a un’idea più libera di alternative rock. Nei primi dischi erano riconoscibili gli Hüsker Dü e il post-hardcore americano degli anni Novanta; poi sono arrivati, in forme diverse, i Replacements, i Jimmy Eat World, i Failure, gli Hum. Più recentemente sono comparsi i Turnover e persino, per una certa maturità della scrittura, i The National. Ma il valore dei Citizen sta proprio nel fatto che nessuno di questi nomi riesce a definirli compiutamente.

Il recente Calling the Dogs (2023) aveva interrotto, almeno provvisoriamente, questa evoluzione. I riferimenti al rock dei primi anni Duemila (The Strokes e The Killers, New Order e Bloc Party) erano evidenti, ma il disco sembrava più interessato a tributare una precisa stagione musicale che a elaborare qualcosa di nuovo. Non era un brutto album, e neppure un vero fallimento artistico; era “solo” un disco indeciso. Dopo una serie di lavori costruiti sulla trasformazione, i Citizen sembravano per la prima volta privi di una direzione precisa. Per questo Halcyon Blues assume un’importanza maggiore di quella che avrebbe avuto in altre circostanze. Non perché rappresenti una nuova svolta, ma perché rinuncia alla necessità di trovarne una. Il quintetto di Toledo, Ohio guarda questa volta all’intera propria storia; le diverse fasi della band non vengono riprese come citazioni, né messe in ordine come in un bilancio di carriera: semplicemente convivono. E questa è una differenza sostanziale.

Anche il suono va nella stessa direzione. Registrato da Mat Kerekes nel suo studio casalingo e affidato al mix di un veterano come Tom Lord-Alge, Halcyon Blues è un disco ampio ma non sovraccarico, caldo senza cercare il vintage, definito senza la consueta compressione dell’alternative contemporaneo. Le chitarre hanno un loro peso specifico, i synth occupano lo spazio necessario, la batteria non viene usata soltanto come spinta ritmica. È una produzione che lascia posto alle dinamiche – e proprio le dinamiche, più dei volumi, danno al disco la sua forza.

 

L’iniziale “Good Fortune” mette subito in chiaro le intenzioni. Nel brano c’è qualcosa dell’urgenza dei primi Citizen, ma il ritornello appartiene a una band che ha imparato a non confondere l’intensità con l’impeto. “I Can See You From Here” e la title track “Halcyon Blues” proseguono sulla stessa strada: sono canzoni rock dirette e melodiche, emotive senza per forza di cose essere sentimentali. È forse questa la trasformazione più evidente della band: l’emozione non è più affidata esclusivamente ai testi, ma è espressa anche attraverso la musica. Ecco, quindi, che le liriche di Kerekes non hanno più l’urgenza autodistruttiva degli esordi, ma sono più riflessive e consapevoli. In questo senso il confronto con Matt Berninger non è del tutto fuori luogo: non per una somiglianza di scrittura (che non c’è), ma per la capacità di Kerekes di maneggiare con sapienza quella certa dose di disincanto tipica dell’età adulta, senza però scadere nel cinismo.

“Always the Last One to Leave” è forse l’esempio più compiuto di questa nuova direzione. La canzone è una ballata ampia, ma non cerca a tutti i costi il grande momento emotivo. “Matador” e “Smooth Talker” ricordano invece che sotto questa nuova compostezza esiste ancora il nervosismo dei primi Citizen. “Highs and Lows” tiene insieme le due cose: una batteria propulsiva, delle chitarre stratificate, dei synth appena accennati e un ritornello che ha qualcosa della malinconia di fine estate, quando nostalgia e speranza non sono più sentimenti opposti.

 

Detto questo, il pregio principale di Halcyon Blues è comunque un altro. Non è un disco studiato a tavolino per dimostrare qualcosa, non è il classico “disco della maturità” dove ogni scelta ha un significato ben preciso. Niente di tutto ciò: i Citizen non sono mai stati così liberi come in Halcyon Blues. Per questo è sbagliato confrontarlo con Youth o con i lavori successivi – è un album diverso. Non apre una nuova fase, fa una cosa ben più importante: realizza una sintesi di quanto fatto finora dai Citizen, alza l’asticella nella discografia della band e mette un punto fermo.

È una condizione che accomuna le band destinate a durare. Gli Hüsker Dü e i Replacements, per citare ancora due band care a Kerekes, non sono rimasti nella storia perché hanno ripetuto la propria formula ad libitum, ma perché ogni cambiamento, anche quando non ha portato a un successo immediato, sembrava necessario. I Citizen sono ancora lontani da quel tipo di statura storica, è ovvio, ma è in quella direzione che si stanno muovendo. Insomma, Halcyon Blues è più di un ritorno alla forma dopo il mezzo passo falso di Calling the Dogs. È il disco con cui i Citizen, per la prima volta, sembrano guardare alla propria storia senza per forza di cose subirla. Non hanno trovato una nuova identità – hanno capito che non ne avevano più bisogno.