Quattro krampus, mitologiche creature mostruose dalle lunghe pellicce, hanno valicato le Alpi dal lato austriaco e sono scesi per portare gli incubi. Un'altra creatura oscura ne segna il passo con le percussioni, a volte si marcia compatti, per poi accelerare velocissimamente e ruzzolare in abissi impervi. E questo branco ci confonde perchè gli incubi sono i loro e forse migrano sulle strade d'Europa per disfarsene. A volte, tra il fumo del palco, li vediamo tramutarsi in tritoni che, soffiando suoni dalle conchiglie dei loro strumenti, ci calmano le anime, per poi confonderle nuovamente e gettarle nel baratro senza fondo.
E' questa la dialettica degli Harakiri for the Sky, basata sull'incubo dei fatti della vita, proprio come il loro nome, scaturito dalle voci notturne che sibilano all'orecchio del cantante Michael "JJ" Kogler. Appena entro al "Largo" e vedo gli indumenti in pelle e gli occhi bordati di nero mi sorge il dubbio che avrei dovuto scrivere questo articolo per una testata di lega esclusivamente metallica. E invece non ho fatto male, perchè gli HFTS sono pionieri della frontiera tra i generi e lo dimostra il loro amore "eretico" per le cover. E così sanno imprimere nelle memorie dei loro fan più oscuri una ruvida "Song to Say Goodbye" dei Placebo e addirittura una monumentale "Street Spirit (Fade Out)" dei Radiohead, proprio perchè credono che la contaminazione sia la chiave dell'alchimia musicale. Rispetto. Purtroppo, ma non troppo, stasera non concederanno alcuna deviazione dalla loro originale ricetta post-black-gaze-psychedelic (per quanto io detesti queste etichette che sanno di codici a barre!).
A fare molto bene gli onori di casa sono i romani SVNTH (aò, se dice "Seventh"). Sono stupito, ma forse non dovrei. Calcano i palchi da una decina di anni e vantano tour europei e quattro LP. Non sono l'unico ad essere preso in contropiede, e nemmeno il solo nel pensare che forse meritano più attenzione. Dal vivo esprimono una energia positiva che stranamente non stona con il genere (i temi sono decisamente oscuri), con suoni che sono a volte "black polka" e "west coast punk" (in nero). Insomma, una atmosfera di festa nelle tenebre. Emozione rara e apprezzatissima, comunque piuttosto divergente dalle loro interessanti produzioni in studio. Comunque, lode.
Poi il palco si trasforma. Eleganti luci rasoterra e rune fiocamente illuminate ci annunciano l'Avvento. L'ottimo batterista Paul Färber si siede nelle retrovie ed è difficilissimo da fotografare, ben nascosto dai fumi e dal set di pelli e dischi di bronzo. Ma davanti a noi un fronte compatto è schierato, allineato in comunione ed imponente. Thomas Dornig spinge sulle corde basse con profondità, Marrok stende un tappeto con la sua chitarra che invita Matthias "MS" Sollak a decollare, e ve ne parlerò. JJ si muove sicuro sul palco e sulle parole gridate di lunghe operette oscure, minuti di intensità che lasciano la platea piuttosto rapita.
I fan di lungo corso mi dicono che il portatore della voce del gruppo è stato per molti eventi rigido come un tronco (citazione), ma decisamente ora ha la confidenza di chi condivide i propri demoni con gli amici di una sera. Che ci sono per lui. E' una forma di introspeziona che si proietta fuori e si condivide. I lunghi capelli ruotano ed è un rito di catarsi. Il pubblico non si scatena, si unisce e segue. Il missaggio ben bilanciato, cosa non facile, aiuta parecchio a districarsi tra gli intrighi sonori.
Maledizione, non ho la scaletta e la mia conoscenza non è sufficiente a compilarne una a orecchio. Chi conosce il gruppo da tempo mi dice che tanto del materiale esce da Maere (riconosco la splendida "Sing for the Damage We Have Done"), un album che è stato decisamente venerato dal comparto siderurgico. Però questo è il tour di Scorched Earth e credo almeno "Heal Me" mi sia entrata nelle vene. Ma sai che c'è? Che non importa conoscere titoli, tracce, passati e futuri. Nel presente c'è una band che ha un carattere tutto suo, anzi, che ha inventato un carattere nuovo una quindicina di anni fa e ne resta l'ambasciatore.
La durezza dei versi di JJ e l'impietoso blast della batteria si squagliano nelle corde di MS, un bardo quasi folk e dagli echi celtici che regala aperture immense (c'era "Keep Me Longing"? Era lei?). Perdio, potrei cantare la lirica sui bei giri che come droni disciplinati percorrono a ripetizione circuiti chiusi, mentre lo stridio delle corde vocali di JJ crea un contraltare perfetto. Con gli Harakiri si può viaggiare, ma non è detto che la meta sia confortevole. Non importa, il viaggio vale la pena. Ci si ferma stanchi e storditi, nelle pause si pensa, si vive e si sente. Poi si continua rinfrancati verso canti e rituali inquieti, ma siamo uniti in questa liturgia. Se non ci spaventiamo a vicenda, nulla può spaventarci. E infatti ci dicono "I tried so hard to save you / I tried so hard to save me / Save us from the maelstrom of time / Save us from the great cold nothing".
Le fotografie della serata
Harakiri for the Sky










SVNTH




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