Contrariamente a quella che sembrava essere la moda imperante, Sam Beam non ha trascorso la pandemia tra nuovi album in stile intimistico e dirette compulsive dal salotto di casa. Al contrario, come ha raccontato lui stesso recentemente, ha attraversato una crisi creativa, faceva fatica a chiudere i pezzi e ha dunque preferito prendersi una pausa. Non è dunque un caso che Light Verse, primo lavoro di inediti dopo sette anni, sia arrivato solo dopo la fine di quel periodo interlocutorio.
Quello che non sapevamo, però, è che le session che hanno portato alla nascita del disco sono state decisamente prolifiche, tanto che ci si è ritrovati con un numero di canzoni ben più alto del necessario.
Una possibilità sarebbe stata quella di andare a infoltire la ormai celebre Archive Series, che negli anni ha dato forma ad una versione alternativa della discografia dell'artista del North Carolina. Sam Beam ha però deciso di tirarci fuori un altro album, mossa senza dubbio azzeccata, dato l'alto livello di coesione che questa raccolta mostra di possedere.
Hen's Teeth è dunque, nelle parole del suo autore, un disco “impossibile”, esattamente come i denti di una gallina, un lavoro che non doveva esistere e che invece è nato; una sorta di miracolo, reso possibile ancora una volta da quel luogo di fermento creativo che è la Waystation di Laurel Canyon, California, portata avanti dall'amico Dave Way.
Con lui, un nutrito gruppo di musicisti, anche loro amici di una vita, che nella stessa stanza, in presa diretta, hanno dato forma a delle idee che fino ad allora erano state semplicemente abbozzate: David Garza alla chitarra, Sebastian Steinberg al basso, Tyler Chester alle tastiere, Paul Cartwright a violino e mandolino, mentre Kyle Krane, Beth Goodfellow e Griffin Goldsmith si sono dati il cambio alla batteria. Ad impreziosire un cast già validissimo, anche la figlia Arden alle backing vocals, ed il trio Alt Folk I'm With Her, che lo aiutato a terminare due pezzi decisamente agli antipodi (“Robin's Egg” molto più briosa e spensierata, rispetto ad una “Wait Up” più intima e malinconica).
Il tutto per una collezione di brani che denotato un'ispirazione sempre di livello altissimo (non una novità, per uno che ha una discografia piena zeppa di dischi meravigliosi) ed anche una maggiore varietà interna, cosa che al contrario non si poteva troppo dire del precedente capitolo.
L'opener “Roses” mette immediatamente la scrittura di Beam sui binari consueti: elegante la prima parte, densa di piacevolezza melodica, impreziosita via via da una band che si aggiunge gradualmente e riempie il suono con grande intelligenza. “Paper and Stone” vive di leggerezza acustica, emozionante nelle sue melodie vocali intrise di dolcezza. E poi ancora “Singing Saw”, più ricercata, dalle atmosfere jazzate e a tratti spettrali, prima che con “In Your Ocean” si ritorni sui consueti territori Alt Folk, pur con le giuste venature Country ed un arrangiamento piuttosto dinamico.
“Defiance, Ohio”, a dispetto del titolo, sembra più collocata geograficamente in Sudamerica, con il suo retrogusto Bossanova; non in modo dissimile si muove “Dates and Dead People”, uno dei brani più ispirati, che il suo autore ha dichiarato essere stato influenzato dal repertorio del cantautore brasiliano Baden Powell.
Da ultimo, “Grace Notes”, col suo minimalismo chitarra e voce, sostenuto appena da archi leggeri, ha il sapore del grande pezzo, nonostante si muova all'interno di soluzioni collaudate da anni.
Hen's Teeth è il disco che non avrebbe dovuto esistere, e stai a vedere che andrà a collocarsi tra gli episodi più credibili della discografia di Iron & Wine.
Adesso non resta da sperare che torni in Italia: l'ultima volta è stato nel 2019, in compagnia dei Calexico. Decisamente troppo.

