Appena ci siamo incontrati nel giardino del Largo Venue, Matteo infila una mano nello zaino ed estrae un grande foglio A3 ripiegato in quattro parti. Ma riavvolgiamo il nastro ad un anno fa. Eravamo a Trastevere per vedere all’Alcazar il primo concerto a Roma della band di Edimburgo.
Mentre gli High Fade salutavano dal palco i loro amici anglosassoni (c’erano anche i loro familiari stretti da un lato), il Nasi fotografo, scambiando due chiacchiere con il bassista Oliver Sentance, fece un riferimento ben preciso ad un film cult di metà degli anni ‘80: This Is Spinal Tap. E’ il primo mockumentary della storia, by Rob Rainer, un big di Hollywood (Stand by me, Harry ti presento Sally, Misery non deve morire, ecc ecc.) che attraverso un finto documentario narra delle gesta live di una finta/vera band di heavy glam anni ottanta (gli Spinal Tap) durante il loro tour. Un grandissimo successo entrato nell’olimpo dell’immaginario collettivo, per brillante autoironia, sagace visione sulla decadenza del successo nello show biz, del ruolo inevitabilmente clownesco che le star del rock ‘n roll, loro malgrado, finiscono per impersonificare una volta superati gli “anta”. Il bassista degli Spinal Tap, Harry Shearer (Derek Smalls nel film) assomiglia incredibilmente al bassista degli High Fade (o il contrario), condividendo di fatto gli stessi baffoni e capelloni. Fu a fine concerto che il nostro fotografo lo salutò con un “all right, Derek Smalls!”, così Oliver si schiantò dalle risate e nell'ilarità generale ci congedammo.
Ritorniamo ora al locale sulla Prenestina. Mi sequestrano all’ingresso la fiaschetta con dell’ottimo Lagavulin 16 anni (poi restituita), un simbolo della Scozia, che sinceramente non volevo tenere per me, ma volevo, come tutti i mezzi ubriaconi sostengono da sobri, condividere con il mio compagno di avventure fotosonore e perché no, con la band. Devo essere sembrato un hoolingan pericoloso, sarà stato che il clima all’esterno era già infervorato dalla trasmissione del match di calcio della Nazionale italiana e quindi c’era l’aria di una corrida imminente, la tensione si palpava nell’aria, non è bastato dichiarare di possedere un accredito per evitare il sequestro del liquido fermentato di cereali che avrebbe sancito eterna amicizia con i buskers che da lì a poco avrebbero calcato la scena. Metà pubblico fuori a vedere la partita, metà dentro. Le due parti si fonderanno puntualmente all’inizio dello show riempiendo a tre quarti la sala capiente del locale; un successo,
considerando la serata super calcistica e un prezzo del biglietto non leggerissimo.
Si parte con "I Hate This Road", scatenato rock’n roll per alzare subito la temperatura della sala. Harry Valentino parte forte e con una abilità da scugnizzo conquista immediatamente il pubblico portandolo dalla sua parte. Sarà una costante: raramente una band nei live si permette il rischio e il lusso di giocare. "To play", in inglese vuol dire giocare e suonare, e i tre giocano con il pubblico dall’inizio alla fine con tanta leggerezza e divertimento.
Ben inteso, sono ottimi musicisti e abbiamo notato a distanza di un anno una significativa crescita, aumentata compattezza, ulteriore velocità d’esecuzione, semmai ce ne fosse stato bisogno. Gli High Fade macinano centinaia di live all’anno e non sorprende che con un ritmo così forsennato migliorino le loro qualità live: a parte il fatto che sono nati in strada, hanno quel modo di fare, da canaglie da marciapiede, che conquista solo a vederli. Sono precisissimi e senza sbavature.
Valentino con quelle braccia da docker camallontico genovese, fast&sfuria sul manico delle sue chitarre a velocità supersonica, ruggisce con la sua voce a tratti come James Heatfield degli anni migliori. Oliver Sentance ipnotizza tutti con quei baffoni alla Obelix ed è una bass machine che scuote anche il bulbo capillifero, il manico del suo basso non conosce zone d’ombra deliziando i palati più funky come quelli dalle preferenze più hard. Heath Campbell è il nuovo batterista della band al posto di Calvin Davidson (che piaceva molto per approccio istintivo): è apparso più completo, con tante variazioni di ritmica e sfumature anche a limite del jazz, sfoderando quindi un repertorio di tocco e di tempi ad ampio spettro, forse meno muscolare rispetto al predecessore ma estremamente raffinato.
La sala, su indicazioni di Harry, produce onde con le braccia mosse sincrone da sinistra a destra, sposta all’unisono il pubblico da un lato all’altro della sala su "Bone To Pick" ("to the left, to the middle, to the right!"), il pubblico risponde vocalmente all’invito di Harry “666” con risposta in coro “999” omonimo brano, si accuccia a terra (tranne un unico bastian contrario che rimane a mo’ di sfida in piedi) mentre il volume nel brano sfuma e quasi diventa impercettibile per poi esplodere in aria tutti assieme a pieno volume. Insomma, una sala giochi dove il buonumore pervade ogni molecola d’aria.
Il live scorre velocissimo, in un’ora e mezza vengono eseguiti 22 brani, compresi i tre momenti di solo di ogni membro del trio. Harry ripropone il brano semi acustico di stampo classico ascoltato un anno fa e avvertiamo che è arrivato il momento di mettere in pista qualcosa di nuovo in repertorio. Oliver strapazza il basso funkeggiando virtuosamente e quasi quasi anche le sfere stroboscopiche a specchio della sala lampeggiano di luce propria a colpi di slap. Heath ha variato nel suo solo tanti stili diversi con una scioltezza e un tocco degni veramente di un festival a Montreaux, una buon acquisto per la band.
E’ stato presentato verso i 3/4 del live anche un singolo, "The Jokes On You", anticipatorio del nuovo LP in uscita l’8 maggio: abbiamo registrato una virata su sonorità più hard rock, che riescono benissimo per anima e passione. Se questo è un indizio di tutto il lavoro in uscita, ne sentiremo delle belle e saranno ancora più felici i fan della band, specialmente i capelloni baffoni che non vedono l’ora di roteare le loro chiome sotto palco.
A partire dal 13 maggio abbiamo contato oltre 60 date in tour in nord America con ritorno in Europa a fine novembre, con gran finale a Glasgow (doppia data), probabilmente per fare una ventina di giorni di fisioterapia e presentarsi alla cena di Natale in stato decente presso amici e parenti. Partecipare ai live degli High Fade è come respirare gli ottani inebrianti della benzina rossa, quando ancora c’era: devi lasciare che i pistoni del motore ruggente della band suonino all’unisono con le tue gambe ed il tuo cuore: ora sei in pista e devi correre assieme a loro.
Ma cosa aveva Matteo nello zaino? Beh, ha stampato un grande foglio con un attempato Derek Smalls che, basso in mano, grida compiaciuto “I am proud of you Son!” a Oliver Sentance, che lo raccoglie da sotto palco e lo alza al cielo come farebbe una ring girl, mostrandolo a Harry e Heath e al pubblico intero: anche stavolta il rito di This is Spinal Tap si è compiuto, arrivando a “11” e oltre!
Formazione HIGH FADE:
Harry Valentino – voce, chitarra elettrica
Oliver Sentance – basso elettrico, voce
Heath Campbell – batteria, voce
Le fotografie della serata, a cura di Matteo Nasi






