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MAKING MOVIESAL CINEMA
16/03/2020
Jack Thorne
His Dark Materials
Siamo in un mondo altro, un mondo in cui ogni essere umano ha al suo fianco un daimon, che è l'incarnazione della propria anima: muta forma fino al raggiungimento della maturità...

Ormai esce un nuovo Game of Thrones al mese.
La ricerca è spasmodica, la stampa e il marketing, ad un minimo accenno di fantasy, usano il paragone.
È successo con The Witcher, prima ancora con questo His Dark Materials.
Che per origine, il paragone può anche starci.
Pure qui il tutto è tratto da una saga fantasy, pure qui c'è il potere che logora, il cognome che si porta che fa la differenza, un mondo diverso in cui vivere in cui non ci saranno draghi, re e regine, ma ci sono teocratici, orsi combattenti e soprattutto i daimon.
Ma finisce qui.
Non è che Philip Pullman è George R. R. Martin, e non è nemmeno la prima volta che la sua saga viene adattata, visto che c'è stata La bussola d'oro nel 2007.
Ma tant'è.

Siamo in un mondo altro, un mondo in cui ogni essere umano ha al suo fianco un daimon, che è l'incarnazione della propria anima: muta forma fino al raggiungimento della maturità, poi animale fisso e inseparabile. Può essere una tigre (se sei un esploratore indomito), può essere una scimmia (se sei una studiosa agguerrita), può essere un falco o una lepre (se sei un giovane coraggioso o un viaggiatore in mongolfiera).
La protagonista è Lyra, ancora giovane, orfana cresciuta all'interno di Oxford, lì portata per essere protetta.
Tutto cambia quando quello zio che lì l'ha portata trova della Polvere nel cielo artico che per i grandi Professori è un'eresia, tutto cambia quando la si affida assieme ad una bussola (o aletiometro) capace di rispondere ad ogni domanda e prevedere il destino, a quella studiosa che nasconde -va da sé- segreti e oscuri piani.
Scappa, allora, Lyra, scappa perché vengono rapiti bambini, compreso il suo migliore amico, vengono fatti esperimenti, ci si prepara alla battaglia e lei che il suo destino, come il suo passato, lo sta scoprendo, è al centro di tutto.
Perché quella bussola la sa interpretare, perché non le manca il coraggio.
Ci sono poi indagini verso un nuovo mondo -il nostro?-, avventurieri dalla lingua lunga, orsi da salvare e riportare al potere, portali da nascondere e scoprire, giovani figli ignari di quello che li aspetta.

Va detto, però, questa prima stagione sembra una lunga preparazione per un'avventura che non inizia davvero.
Una lenta, a tratti lentissima, spiegazione di un mondo e dei suoi personaggi che pecca in un'attrice protagonista che ci crede troppo e di comprimari importanti che non sempre si vedono.
Il buon James McAvoy c'è e non c'è, la perfida Ruth Wilson eccede e rende confusi, Lin-Manuel Miranda gigioneggia che è un piacere, Andrew Scott avrà forse un ruolo di spicco più avanti.
Ecco, più avanti.

Tutto sembra proiettato in un futuro ancora lontano, in una seconda stagione confermata da subito in cui aprire finalmente le danze. Ci si dimentica però che carne al fuoco ne va messa, che non bastano ricostruzioni da capogiro, investimenti stratosferici che incantano. Ci vuole anche la storia, e si spera che questa inizi davvero a girare il prossimo anno.
O la noia, proprio quella che lo spettatore di Game of Thrones ha finito per conoscere bene, sarà il tratto che accomunerà queste due serie TV.


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