
Potete pensarla come volete, ma sono gli USA in sé a essere un vero e proprio concept. O, almeno, lo sono stati fino a qualche tempo fa. Ai tempi di Trump ci è stato sottratto (ma sono stati loro, con quel voto, a dilapidarlo) quel patrimonio di fascino che certe contraddizioni tra estremi raccontate da letteratura, cinema e musica rendeva l’America, a noi europei, un mix tra un luogo di culto e un luna park, o meglio un ottovolante, di immaginazione. Oggi purtroppo si percepisce solo la componente meno amichevole dei due eccessi opposti. Quella respingente - in tutti i sensi. Quella per cui, prima di fare armi e bagagli per una vacanza nella leggenda, parti solo con i bagagli perché tanto, di armi e di gente conciata da vichinghi che te le spiana contro con la scusa di non svegliarla dal suo sogno, sono a posto così. Sempre che si riesca a mettere piede sul loro suolo, ça va sans dire.
Peccato, perché di strutture di ricezione immaginarie e metafisiche, nella cultura a stelle e strisce, sono pieni dischi, pagine e pellicole. Alcune immortalate tra i solchi, pensate al Morrison Hotel o a quella iattura di “Hotel California” degli Eagles o a quello dei cuori infranti del re del rock’n’roll, chissà che recensioni avrebbe oggi su Trip Advisor. Altre, crocevia di artisti mica male, come il Chelsea di New York. Per non parlare di tutte le volte in cui i protagonisti delle nostre storie preferite, passando da un capo all’altro della loro repubblica federale, in fuga con l’FBI alle calcagna o anche solo per trasferirsi al college e allontanarsi il più possibile da una famiglia disfunzionale (ma sempre pronti ad avviarne una nuova tutta loro), trascorrono la notte in uno di quei motel fatiscenti dove, state tranquilli, accade sempre qualcosa di fatale.
Non è un caso che il nuovo, straordinario disco dei Protomartyr sia un concept album ambientato in un albergo. Un’opera pensata come un esercizio decrepito ma al completo, dove canzoni e ospiti sgradevoli sono costretti a condividere ciascuna delle camere di cui è provvisto. Hotel Usona è la metafora degli Stati Uniti, un posto infestato la cui frequentazione (come ascolterete) è categoricamente sconsigliata. E le grida di Casey e soci, profeti d'eccellenza del declino sociale più che precursori di un qualche auto-sacrificio a testimonianza di una fede, questa volta sono ancora più spietate.
Da anni, con le loro dissonanze nei suoni e nelle liriche, i Protomartyr vincono a mani basse la sfida per il post-punk più fastidioso. Un primato che, se possibile, Hotel Usona supera meritatamente. La band di Joe Casey, del batterista Alex Leonard, del bassista Scott Davidson e del chitarrista, polistrumentista e co-produttore Greg Ahee, ha all’attivo una delle più credibili e costanti discografie del genere professato, poemi maledetti allo stato puro dove i temi più disgustosi e imbarazzanti sono portati al parossismo da musiche dalla taglia e dalla foggia di irreparabile non-vestibilità. Lo specchio di cosa significhi essere umani (e americani) in questo scorcio di nuovo millennio.
E, nel nuovo ellepì, non lasciatevi ingannare dalla tromba, dal pianoforte, dall’organo e dagli archi, specchietti per allodole che non ingentiliscono per nulla l’ascolto che, dalla prima all’ultima traccia, crea un disagio così potente da trascendere la componente emotiva di chi lo approccia, radicandosi nel corpo come la somatizzazione di un sintomo dei peggiori. Il respiro sinfonico di certi strumenti aggiunti che, altrove, garantirebbe aperture e promesse di libertà con inquadrature al grandangolo e coloring mozzafiato, qui è facile smascherarne l’intento claustrofobico, la scelta a tavolino del commento sonoro più scollato che mai dalle immagini visualizzate, una parodia degli spazi sconfinati e delle strade dritte da percorrere all'infinito, una versione sbagliata dei The National.
E se un concept album è un luogo comune, è bene non deludere le aspettative e atteggiarsi ai comportamenti più scontati che una società oppressa nel fondo del baratro post-fascista pretende. Possiamo accostare l’orecchio alle porte delle stanze dell’Hotel Usona e ascoltare di nascosto quello che succede. I rumori di fondo della nostra coscienza per il peso insopportabile e il senso di colpa con cui non vogliamo fare i conti di "Sounds We Cannot Hear", i ronzii dei data center che prosciugano risorse per le domande idiote che rivolgiamo all’AI di "Feed the Sewer", gli stati paralleli dove confinare le oscenità e poter fare finta di niente di "Third Country", le farneticazioni dei suprematisti in "Exalted Eagles" (le cui prime due bar potrebbero essere riciclate per il beat di una canzone trap di successo), la dimestichezza con le armi di "The Knife Dream", l’eterno dilemma se riprodursi in un posto così di "Checking Out" e, addirittura, spiare dal buco della serratura il vice-presidente degli Stati Uniti in persona in "Converts".
Oppure possiamo bearci dell’insieme, almeno noi che non capiamo al volo le parole, e concentrarci sulla mesta bellezza infinita di inni tanto dark quanto crudi come “Lavender – Gospel”, massima espressione della poetica del disco, e sul suo ipnotico ritmo di tamburi, o sui crescendo ai climax di cattiveria (una vera specialità dei Protomartyr) presenti un po’ ovunque, con cui la band tiene incollata la nostra attenzione ai brani, o su certi coraggiosi salti armonici impensabili se non dati in pasto a improvvise graffiate di chitarra distorta, a supporto dell’inevitabile proiezione melodica.
Hotel Usona fa il punto della situazione sugli orrori del presente e si manifesta come un ascolto tutt’altro che facile. È un’opera incisiva, urgente e, proprio per questo, essenziale, quasi obbligatoria. Il disco migliore, a oggi, dei Protomartyr.
