
I Death Cab for Cutie sono giunti a una fase della loro carriera in cui il tempo è più una risorsa che un ostacolo. Dopo quasi trent’anni di attività, la band guidata da Ben Gibbard continua a scrivere canzoni che osservano il modo in cui le persone cambiano, invecchiano e fanno i conti con ciò che hanno perso lungo il percorso. Amori conclusi, amicizie che si allentano, città che mutano aspetto sotto i nostri occhi (vedi “Gold Rush”, una denuncia della gentrificazione che ha colpito Seattle a causa dell’afflusso di lavoratori legati ad aziende come Amazon, memento su quanto la capitale del grunge sia ormai lontana anni luce da quella di Kurt Cobain), aspettative che si ridimensionano: il loro repertorio si è sempre mosso all’interno di queste coordinate, privilegiando l’osservazione rispetto alla spettacolarizzazione del sentimento. È probabilmente questa attenzione per gli aspetti più ordinari dell’esperienza a spiegare la longevità della loro musica.
Con I Built You a Tower, undicesimo album in studio della band di Seattle, i Death Cab for Cutie sembrano entrare in una nuova fase della propria storia. Non è un disco nostalgico, anzi, anche se il passato vi occupa uno spazio importante. Piuttosto, è un lavoro che prova a fare i conti con ciò che è stato senza trasformarlo in un rifugio. Le esperienze accumulate nel corso degli anni non vengono archiviate né celebrate – semplicemente diventano materiale da osservare e comprendere per poter guardare con fiducia al futuro.
La genesi dell’album è significativa. Dopo due decenni trascorsi all’interno del sistema delle major con la Atlantic, il gruppo è tornato a pubblicare in un contesto indipendente, firmando con la Anti-, l’etichetta sorella della Epitaph di Brett Gurewitz dei Bad Religion. Potrebbe sembrare una questione soprattutto contrattuale, ma il cambiamento ha anche un valore simbolico. I Death Cab for Cutie sono nati nell’ambiente dell’indie rock americano e, nonostante il successo raggiunto negli anni Duemila, hanno continuato a conservare una sensibilità legata a quel contesto. Per cui, quale scelta migliore se non collaborare con la stessa etichetta di artisti come MJ Lenderman, The Beths e Waxahatchee, ovvero il meglio di un certo indie contemporaneo? (È interessante notare come anche un’altra band del Pacific Northwest come i Modest Mouse abbia fatto la stessa scelta, visto che anche loro, dopo vent’anni con la Epic, hanno pubblicato in modo indipendente il loro ultimo album, An Eraser and a Maze).
Dall’altro lato, le celebrazioni per gli anniversari di Transatlanticism e Plans, ma anche di Give Up dei The Postal Service, dischi centrali nella discografia dei Death Cab for Cutie e che la band ha portato in tour negli ultimi anni, sembrano aver avuto un effetto inatteso. Invece di consolidare il gruppo nel ruolo di custode del proprio passato, gli hanno permesso di prenderne momentaneamente le distanze. Una volta conclusa la stagione delle commemorazioni, restava da capire quale direzione intraprendere, e I Built You a Tower rappresenta la risposta a quella domanda.
Gibbard arriva a queste canzoni dopo un periodo personale piuttosto complicato, segnato da un divorzio (il secondo) e da una più generale sensazione di affaticamento. La “torre” evocata dal titolo assume così il significato di uno spazio mentale costruito per contenere il dolore e impedirgli di estendersi al resto dell’esistenza. Naturalmente, il disco suggerisce che un’operazione del genere non può funzionare fino in fondo. Il tema centrale dell’album, infatti, non è tanto la sofferenza, presente nella musica dei Death Cab fin dagli esordi, quanto il momento in cui i meccanismi costruiti per gestirla iniziano a mostrare i propri limiti.
Nei primi lavori della band la malinconia era spesso legata alle incertezze della giovinezza; qui assume invece forme più legate alla maturità e alla consapevolezza. Non c’è più il dramma dell’innamorato respinto, ma la constatazione che alcune perdite non possono essere né evitate né corrette. Uno degli aspetti più riusciti di I Built You a Tower è proprio il modo in cui l’album affronta questi temi. Gibbard non cerca assoluzioni e non costruisce una narrazione centrata sul vittimismo, anzi; il disco sembra piuttosto suggerire che il dolore faccia parte del percorso e che comprenderlo sia spesso più utile che tentare di attribuirgli un significato definitivo.
Sul piano musicale, l’album rappresenta una delle prove più convincenti della produzione recente della band. Nel corso degli anni Dieci i Death Cab for Cutie hanno pubblicato lavori eleganti e spesso raffinati come Kintsugi (2015, l’ultimo con il chitarrista e membro fondatore Chris Walla) e Thank You for Today (2018, il primo registrato con l’attuale formazione, che ha visto l’ingresso in pianta stabile di Dave Depper alla chitarra e Zac Rae alle tastiere), entrambi prodotti da Rich Costey ma non sempre capaci di trasmettere una reale urgenza espressiva. Asphalt Meadows nel 2022 aveva già mostrato segnali incoraggianti in questa direzione – e qui quei segnali trovano uno sviluppo più compiuto.
La produzione di John Congleton, che torna a lavorare con la band di Seattle dopo l’ottimo lavoro svolto quattro anni fa, contribuisce a rendere il suono più dinamico, senza alterarne le caratteristiche fondamentali. Le chitarre tornano ad avere un ruolo centrale, la sezione ritmica (i veterani Nick Harmer al basso e Jason McGerr alla batteria) acquista maggiore presenza e i brani sembrano svilupparsi con una naturalezza che in passato era talvolta mancata. Più che una ricerca di modernizzazione a tutti i costi, si percepisce il tentativo di valorizzare le qualità storiche della band attraverso un approccio più diretto e meno artificioso.
Se c’era un limite in Kintsugi e Thank You for Today, infatti, non riguardava tanto il songwriting di Gibbard, sempre di ottimo livello, quanto l’eccessiva pulizia formale di arrangiamenti e produzione, con il risultato che gli album erano sì eleganti e rifiniti con grande attenzione, ma spesso erano incapaci di trasmettere quel senso di urgenza e di coinvolgimento che aveva caratterizzato molte delle prove migliori dei Death Cab for Cutie.
Qui, brani come “How Heavenly a State” e “Punching the Flowers” introducono invece una tensione insolita rispetto ad alcune prove recenti, mostrando un gruppo disposto a uscire dalla propria abituale comfort zone. Altri episodi, come “Envy the Birds”, mantengono invece quell’andamento sospeso e riflessivo che costituisce da sempre uno dei tratti distintivi della scrittura di Gibbard, mentre “Trap Door” presenta un interessante incedere synth-pop alla Pet Shop Boys, con cui “Stone Over Water” fa il paio, anche grazie al basso alla Peter Hook di quest’ultima. Insomma, pur trattandosi di un classico album dei Death Cab, troviamo molte novità dal punto di vista sonoro e, mai come in questo caso, si percepiscono le numerose influenze di Gibbard, da sempre grande fan di album come Spiderland degli Slint, Green dei R.E.M., There’s Nothing Wrong with Love dei Built to Spill, Spirit of Eden dei Talk Talk (l’unica band in grado di mettere d’accordo tutti e cinque i membri della band) e gli Smog di Red Apple Falls, tutti lavori che senza dubbio hanno lasciato la loro impronta su I Built You a Tower.
Anche la conclusione dell’album, affidata a “I Built You a Tower (b)”, evita soluzioni semplici. Gibbard ha spiegato di essersi ispirato a Hearts and Bones, capolavoro del 1983 di Paul Simon, dove “Think Too Much (a)” e “Think Too Much (b)” condividono parte del materiale testuale, ma la seconda rappresenta una sorta di sviluppo o completamento della prima. “I Built You a Tower (b)” svolge una funzione analoga all’interno del disco: riprende temi e immagini già emersi in “I Built You a Tower (a)” senza però trasformarli in una conclusione rassicurante. Non offre una catarsi definitiva né una vera risoluzione del conflitto emotivo che attraversa molte delle canzoni, ma al suo posto emerge qualcosa di più misurato – la possibilità di convivere con ciò che non può essere cambiato, una prospettiva perfettamente coerente con il tono generale dell’album.
Insomma, I Built You a Tower può essere considerato senza timore di smentita uno dei lavori più riusciti pubblicati dai Death Cab for Cutie negli ultimi quindici anni. Non perché introduca cambiamenti radicali nel loro linguaggio né perché contenga dei brani destinati a ridefinirne la carriera, come era stato più di vent’anni fa per “Soul Meets Body” o “I Will Follow You into the Dark”. La sua importanza risiede piuttosto nella capacità di mostrare una band ancora interessata a interrogarsi sui propri strumenti espressivi e sul proprio ruolo.
In un momento in cui molte formazioni della stessa generazione oscillano tra nostalgia e disperata ricerca di attenzione, i Death Cab scelgono una posizione più equilibrata: continuare a lavorare con ciò che conoscono meglio, cercando però di guardarlo da una prospettiva diversa. E non è forse questo il significato di essere adulti?
