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MAKING MOVIESAL CINEMA
04/01/2018
Craig Gillespie
I, Tonya
Craig Gillespie ha optato per un mix tra il finto documentario e un registro “indie” con le telecamere incollate ai corpi dei personaggi al fine di riprendere tutte le possibili sfaccettature di sincerità, crudeltà, sarcasmo, agonismo, stupidità e dolore
di Simone Nicastro

La vita, o meglio, un parte della vita di Tonya Harding è decisamente una serie di avvenimenti su cui costruire un “biopic” inconsueto (sport più cronaca nera). C’è il dramma, la violenza, il sacrificio, il desiderio di elevarsi, il desiderio di amare e di essere amata e il desiderio categorico e autodistruttivo di voler ignorare (o modificare a proprio beneficio) la realtà per quella che dovrebbe essere e forse purtroppo non è.

Per quanto mi riguarda questo è il punto determinante del film di Craig Gillispie, il confronto con la realtà delle cose da parte di chi le vive, chi le osserva e chi le giudica. Ma su questo tornerò più in là. Prima qualche dettaglio sulla storia per quei pochi (o troppo giovani) che non la conoscessero: Tonya Harding è stata la prima pattinatrice americana su ghiaccio ad aver effettuato un triple axel (un gesto atletico straordinario) in una competizione ufficiale e questo la rese una delle sportive più rinomate e ben volute dal pubblico statunitense (decisamente meno dal mondo del pattinaggio artistico). Purtroppo questo non è il motivo per cui la sua persona passerà alla storia, bensì sarà il caso giudiziario e soprattutto mediatico che la vedrà coinvolta insieme al marito Jeff Gillooy nell'aggressione a Nancy Kerrigan, diretta avversaria della Harding.

Il film segue le regole del biopic e ci racconta la vita fin dall’infanzia della protagonista attraverso l’educazione anaffettiva, severa e crudele della madre, le difficoltà a farsi accettare dal mondo elegante e patinato del pattinaggio sul ghiaccio visto le sue umili origini, la travagliata e duratura storia d’amore con Jeff ciclicamente piena di maltrattamenti e psicopatie, l’ascesa e la circostanza delittuosa infangante con il conseguente comparto gossip, infine il finale amaro e pubblicamente conosciuto.

Il regista ha optato per un mix tra il finto documentario e un registro “indie” con le telecamere incollate ai corpi dei personaggi al fine di riprendere tutte le possibili sfaccettature di sincerità, crudeltà, sarcasmo, agonismo, stupidità e dolore. I colori tenui aiutano la dimensione non solo temporale in cui la storia si svolge (tra gli anni 80 e 90) ma quella di un onnipresente decadentismo della periferia americana, succube dell’infrangersi costantemente del sogno di rivalsa da parte dei suoi abitanti, anche quelli che in qualche modo e per un breve periodo sembrano farcela.

Non tutto è come dovrebbe essere nell’opera e i troppi cambiamenti di stile, dal dramma alla commedia nera, dalla parabola sportiva al crime giudiziaro, non aiutano. Però le interpretazioni notevoli (candidate entrambe ai Golden Globe 2018) di Margot Robbie e Allison Janney, rispettivamente Tonya e sua madre, sorreggono la storia e coprono quasi del tutto le imperfezioni. Il film (anch’esso candidato al Golden Globe 2018) comunque scorre bene e credo non faticherà a conquistare una consistente fetta di pubblico, quello ad esempio appassionato ad un David O. Russell se non addirittura ai fratelli Coen più caustici.

A questo punto mi permetto di tornare a quello che a mio avviso è il punto più interessante del film: la sceneggiatura del lungometraggio deriva dalle effettive interviste rilasciate dai veri protagonisti della storia che sono però in quasi ogni punto contraddittorie. Cosa tra l’altro dichiarata nei titoli di apertura del film.

La Harding e il suo mondo sono stati al centro dell’attenzione mediatica per un periodo molto breve in cui però tutto è stato praticamente stravolto, distrutto e vanificato da un suo presunto coinvolgimento nel fatto criminoso. L’opinione pubblica ha parteggiato, osannato o odiato la pattinatrice. Ancora oggi la verità, nonostante le condanne giudiziarie, però è tutt’altro che unica, tranne solo per il fatto che lei non ha potuto più competere in quello per cui si era allenata per tutta la vita ed è diventata praticamente una “barzelletta” vivente. Qualcuno dirà che è stata fatta giustizia, altri che non meritava un tale trattamento. Io semplicemente mi chiedo se è stata la verità ciò che contava davvero o è stato solamente il punteggio che “alcuni giudici” hanno deciso di darle. Triple axel malgrado.