L’idea di “disco della maturità” è una formula elastica: può indicare un’opera ambiziosa, un ampliamento del linguaggio musicale o semplicemente un cambio di prospettiva nei testi, quando l’urgenza giovanile lascia spazio a una consapevolezza diversa. I Joyce Manor, da sempre, seguono una strada diversa, tutta loro. Da un lato sono i maestri della sottrazione (i loro album includono al massimo una decina di canzoni e superano a stento la ventina di minuti di durata) e della sintesi (la struttura dei loro pezzi rifugge la ripetizione, tanto che spesso la formula è verso-ponte-ritornello-finale), dall’altro insistono ossessivamente sugli stessi nuclei emotivi fino a farli diventare universali.
I Used to Go to This Bar, il loro ottavo album, non fa eccezione. Non è una svolta né una reinvenzione, ma piuttosto la messa a fuoco definitiva del progetto Joyce Manor, iniziato ufficialmente quasi vent’anni fa e forte di almeno un capolavoro del pop-punk contemporaneo come Never Hungover Again. Il disco, piuttosto, è una resa dei conti con il tempo che passa e, allo stesso tempo, la riaffermazione di una poetica che non ha mai avuto bisogno di guardare alle mode del momento per restare rilevante.
Pubblicato a quattro anni di distanza da 40 oz. to Fresno (con i suoi 16 minuti e 40 secondi il disco più breve e compatto della loro carriera, accolto come un piccolo instant classic), I Used to Go to This Bar arriva in un momento in cui i Joyce Manor sono diventati, quasi loro malgrado, una band “storica”. E, a giudicare dalla quantità di articoli e interviste loro dedicati in queste settimane, non sono mai stati così celebri e amati. Questo status non deriva tanto da una longevità fine a sé stessa (spesso, perché una band venga rivalutata, il segreto è semplicemente non sciogliersi e attendere con resilienza il proprio momento) quanto dal fatto che il loro canzoniere ha superato indenne il ricambio generazionale che ha travolto gran parte del pop-punk e dell’emo revival dei primi anni Dieci. Canzoni come “Constant Headache” o “Catalina Fight Song” hanno smesso da tempo di appartenere soltanto alla band che le ha scritte: sono diventate standard emotivi, patrimonio condiviso da generazioni diverse di ascoltatori.
Eppure, ciò che colpisce immediatamente di I Used to Go to This Bar è quanto suoni vivo e urgente, persino spavaldo. In parte il merito è della produzione di Brett Gurewitz, figura chiave del punk californiano e presidente della Epitaph, tornato eccezionalmente dietro il bancone del mixer per una band che non siano i suoi Bad Religion o i Rancid. Per capire la portata dell’evento e collocare il livello di coinvolgimento di Gurewitz basti ricordare che l’ultimo album da lui prodotto è Pennybridge Pioneers dei Millencolin (2000).
Seguendo la lezione del compianto Jerry Finn (il vero architetto del pop-punk moderno, capace di scolpire il suono di band come Blink-182, Alkaline Trio e AFI) Gurewitz non ha “modernizzato” il suono dei Joyce Manor né ha tentato di renderlo più ecumenico artificialmente. Non è un caso che uno dei dischi di riferimento per I Used to Go to This Bar sia Sing the Sorrow degli AFI (2003): anche qui l’urgenza nasce dalla chiarezza, non dalla sovrapproduzione. Al contrario, Gurewitz ha scelto con decisione di collocare la band all’interno della tradizione del punk melodico della West Coast, spingendo i Joyce Manor (il cantante e chitarrista Barry Johnson, il chitarrista Chase Knobbe e il bassista Matt Ebert) a suonare come se ogni brano fosse l’ultimo della loro carriera.
L’apertura, affidata all’uno-due “I Know Where Mark Chen Lives” e “Falling Into It”, è programmatica. Poco più di un minuto e mezzo a testa, la prima somma riff nervosi e umorismo con un’energia che richiama i Joyce Manor degli esordi, ma gestita con la sicurezza dei veterani; la seconda, con synth new wave a sostegno della strofa, deve più di un debito ai Weezer anni Novanta prodotti da Ric Ocasek. Il richiamo a Rivers Cuomo e soci torna anche in “Well, Whatever It Was”, probabilmente la migliore dichiarazione d’intenti dell’album. Barry Johnson non esagera definendola "una delle canzoni più Southern California mai scritte dalla band"»: nelle strofe si avverte l’ombra dei Jane’s Addiction di Nothing’s Shocking, mentre il ritornello riverbera la scrittura solare e autoironica di Cuomo. Il brano funziona su più livelli: immediato e quasi frivolo in superficie, è attraversato da un sottotesto oscuro, come se tentasse di condensare in due minuti tutte le contraddizioni della California, dove la solarità e l’innocenza dei Beach Boys sono letteralmente a un grado di separazione dal male incarnato da Charles Manson.
Questo senso di equilibrio precario è ciò che i Joyce Manor hanno affinato con maggiore precisione nel corso della loro carriera. Se i primi dischi (dall’omonimo debutto del 2011 a Never Hungover Again del 2014) erano dominati da una furia compressa, da una scrittura che sembrava voler dire tutto prima che fosse troppo tardi, I Used to Go to This Bar accetta l’idea che il tempo non sia per forza di cose un nemico da battere, ma una presenza con cui imparare a convivere. Non a caso, la nostalgia qui non assume mai toni celebrativi, ma è piuttosto una necessità, un riflesso condizionato.
La traccia che dà il titolo al disco, infatti, è il punto in cui questa tensione emerge con maggiore chiarezza. Il brano si muove su un mid-tempo rassicurante, che richiama il versante più malinconico del power-pop, ma è proprio questa apparente distensione a rendere il testo più spiazzante. La perdita della persona amata viene evocata senza preparazione né pathos, infilata nel flusso del racconto come un dettaglio irrisolto e mai davvero affrontata. Il bar a cui si torna non è un luogo carico di significati simbolici, né un santuario della memoria: è uno spazio intercambiabile, anonimo, che conta solo per la sua prossimità. Insomma, non è il posto a essere importante, ma il gesto del tornarci.
“All My Friends Are So Depressed”, con i suoi quasi tre minuti (praticamente un pezzo progressive per gli standard della band) lavora sull’autocommiserazione come posa generazionale. Il basso in primo piano, gli arpeggi di chitarra e il tono volutamente lamentoso richiamano gli Smiths, con Barry Johnson che adotta un registro dimesso e autoironico alla Morrissey, filtrato però attraverso l’istinto melodico di Rivers Cuomo. Il testo non è tra i più raffinati del disco, è vero, ma la sua forza risiede nella reiterazione: la depressione non è un evento straordinario, bensì una condizione più comune del previsto, che può toccare senza preavviso e in maniera invisibile le persone a noi più vicine.
Dove I Used to Go to This Bar diventa davvero interessante, però, è nei brani considerati sperficialmente minori, posti nella seconda metà del disco. “The Opossum”, per esempio, è un pezzo power pop velocissimo, con i cori del ritornello che ricordano da vicino le celebri oozin ahhs di matrice Bad Religion, mentre “Well, Don’t It Seem Like You’ve Been Here Before?” è in tutto e per tutto un pezzo cow-punk, con tanto di duello di assoli tra chitarra e armonica a bocca. Nel finale, affidato a “Grey Guitar”, si torna agli Weezer del Blue Album, e non a caso questo è uno dei momenti più riusciti del disco. Qui Johnson torna su uno dei suoi temi ricorrenti, ovvero la memoria come atto violento, capace di cristallizzare le persone e incasellarle in stereotipi immutabili. Il riferimento implicito a “Heated Swimming Pool” e a Never Hungover Again non è una semplice autocitazione, ma un dialogo a distanza tra la band nella sua versione degli esordi e quella di oggi, ormai risolta e in pace con se stessa, soddisfatta della carriera che ha ottenuto.
Inserito nella discografia dei Joyce Manor, I Used to Go to This Bar funziona come un punto di equilibrio ideale tra le due fasi della parabola della band. Non ha l’impatto dirompente dei primi dischi né la perfezione minimalista di 40 oz. to Fresno, ma riesce a tenere tutto insieme, mostrando come la loro scrittura fulminea e apparentemente casuale sia sempre stata, in realtà, estremamente consapevole. Brett Gurewitz ha definito Barry Johnson una sorta di “Hemingway del punk”, e l’accostamento non è fuori luogo: testi costruiti con poche parole, frasi brevi, un’economia di linguaggio che rinuncia all’enfasi ma possiede la rara capacità di evocare molto più di quanto venga esplicitamente detto.
In un’epoca in cui il pop-punk è tornato di moda più come estetica che come linguaggio (svuotato dei suoi valori originari e ridotto a immaginario prêt-à-porter, basta osservare l’artwork degli ultmi album dei Green Day per capirlo) i Joyce Manor continuano a sembrare fuori tempo massimo e, proprio per questo, necessari. I Used to Go to This Bar non tenta di conquistare un nuovo pubblico né di inseguire da parte della band l’illusione di una seconda giovinezza. Accetta piuttosto la ripetizione, la stanchezza, il bisogno di tornare negli stessi luoghi anche quando non c’è più nulla di speciale da trovare. E nel farlo dimostra, ancora una volta, che la maturità nel punk non passa attraverso la crescita in senso tradizionale, ma attraverso la fedeltà a ciò che ti ha salvato – anche quando niente è più come un tempo.

