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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
16/09/2026
Gli Oasis all'Olimpico
Il concerto che non ha nulla a vedere con la musica
Chi va a vedere gli Oasis nel 2027 sa benissimo di andare a farsi spennare, e magari alcuni lo fanno anche volentieri, ma chiariamoci: un concerto simile non c'entra nulla con la musica, è un “evento” di cui parleranno tutti e a cui tutti quelli che possono cercheranno di imbucarsi, ma andare a sentire musica e artisti ad un concerto è un'altra cosa.

Tra i tanti video che hanno invaso i social l'anno scorso, durante la reunion degli Oasis nelle date britanniche, c’è un dato che colpisce più degli altri: sono quasi tutti ripresi dagli spalti, con lo zoom puntato sul megaschermo. Non sul palco, sul megaschermo.

Musicisti in carne e ossa che si vedono solo perché rimbalzano da lontano, filmati da decine di metri di distanza. Ecco cosa sono diventati i mega concerti oggi, ed ecco cos'è stata, in sostanza, la reunion dei fratelli Gallagher nel 2025: non la possibilità di ascoltare un concerto, ma quella di poter dire "io c'ero".

Sono stati concerti a uso e consumo di chi era presente negli anni Novanta e ha voluto rivivere quell'emozione, o chi allora era troppo giovane e se l'è persa; oppure, più probabilmente, di chi non sopporta di essere altrove quando accade qualcosa che nell’economia dei social è veramente importante.

Si va, ci si siede lontanissimi in uno stadio da decine di migliaia di posti, si canta in modalità karaoke le canzoni che hanno fatto la storia del Britpop (da questo punto di vista sono diventati la versione britannica di Vasco Rossi) e si va a casa contenti, non prima di avere postato contenuti letteralmente ogni minuto.

E non c'entra il fatto che dal vivo non siano mai stati niente di che: su questo non mi esprimo, li conosco solo da DVD, non certo per esperienza diretta: quando uscirono ero al liceo, ascoltavo altro, e “Wonderwall” alla radio mi irritava. Li ho recuperati dopo, crescendo, allargando lo sguardo sulla storia della musica. E per carità, sui primi due dischi non c'è nulla da dire, così come sul ruolo che hanno avuto nella storia del rock, anche se sono sempre stati un gruppo derivativo sin dalle origini, non hanno mai fatto nulla di realmente mai innovativo (e viene da sorridere pensando che uscissero dalla stessa Creation Records che aveva scoperto i My Bloody Valentine).

 

La reunion arriva a distanza di sedici anni dallo scioglimento definitivo, quello dopo il famoso concerto di Parigi con chitarre spaccate e pugni nel backstage. Ma diciamocelo chiaramente, superando la finta ingenuità del “chi l'avrebbe mai detto”: quando i membri di una band famosa sono vivi e in salute abbastanza da reggere un tour, la reunion prima o poi si farà, a meno che (vedi il caso Morrissey/Marr) i rapporti siano così deteriorati da rendere impossibile anche solo parlarsi; oppure, come per i R.E.M. o i Sonic Youth, la coerenza artistica vinca su tutto (ma attenzione perché anche qui, purtroppo, mai dire mai).

In un'epoca che insegue il passato in una modalità senza precedenti e che sembra aver smarrito la voglia e la capacità di produrre qualcosa di davvero decisivo, la rincorsa alla nostalgia resta l'unica strada per generare eventi di una certa portata.

E infatti gli Oasis sono diventati un enorme strumento di marketing della nostalgia: centinaia di euro per vedere, sostanzialmente, uno schermo gigante. Chi finisce davvero sul prato, abbastanza vicino da vedere qualcosa, è una minoranza statistica: per questo, come dicevo all'inizio, la maggior parte dei filmati arriva dagli spalti, perché è da lì che li guarda la stragrande maggioranza di chi è presente.

 

E qui arrivo al punto. È stata appena annunciata una nuova leg del loro tour, che questa volta comprenderà anche due date italiane, il 29 e il 30 luglio 2027 allo Stadio Olimpico di Roma, all'interno di un giro che assomiglia più a una residency: poche città, tante date nello stesso stadio, con Manchester che farà la parte del leone visto che i Gallagher, oltre a giocare in casa, sono da sempre tifosissimi del City.

Ci sarà una lotteria per accedere alla prevendita, come già accaduto lo scorso autunno per i Radiohead: si parla di un milione di richieste, cifra che fatico a credere riferita alla sola Italia, ma la sostanza non cambia, la domanda supererà di gran lunga l'offerta. I selezionati con questo sistema, peraltro, dovranno comunque faticare non poco per accaparrarsi il biglietto: nel caso si venga sorteggiati, si avrà solo la possibilità di accedere alla vendita, non la garanzia che ci siano dei biglietti a disposizione per un certo numero di tempo.

Nel frattempo, i prezzi comunicati parlano di circa 90 euro per i posti in piedi più lontani, fino a 270 per il prato vicino al palco, e 220 circa per la zona più arretrata, fuori dal cosiddetto pit. 90 euro per guardare uno schermo, dunque, e 270 per stare più o meno decentemente schiacciati per quattro o cinque ore, con una resa sonora che non sarà ai livelli di quella San Siro (non ci vuole molto) ma che non è certo memorabile.

E l'ironia di tutto questo è che sono abbastanza sicuro che anche a 400 o 500 euro il sold out sarebbe arrivato comunque, solo, magari un po' più lentamente: tra chi è interessato e chi ha i soldi per permetterselo, riempire due Olimpici non è certo un'impresa così difficile.

Il problema, allora, non è il prezzo in sé. Il problema è che questa roba, con la musica, non c'entra nulla, come ho già avuto modo di ripetere più volte in altre occasioni.

 

Se il pubblico fosse davvero educato, se fosse realmente appassionato (cioè attento alle nuove uscite, curioso verso gli artisti emergenti, preoccupato di vivere un concerto come un'esperienza vera e non solo come un video da postare) capirebbe da solo quanto sia fuori scala un biglietto del genere per questa band, in questo momento storico.

Gli Oasis non hanno più nulla da dire. Si sono rimessi insieme per motivi economici, complice probabilmente anche il divorzio milionario di Noel Gallagher, e nessuno si aspetta un disco nuovo: se anche arrivasse, peraltro, a nessuno importerebbe più nulla. Non è un caso, del resto, che buona parte di chi oggi si accapiglia per un biglietto, con ogni probabilità, gli Oasis non li seguisse affatto quando erano una band realmente attiva, nei primi anni Duemila. È l'ennesima riprova che qui la musica non c'entra: conta l'hype, conta la sindrome da FOMO, la paura di essere gli unici a non esserci quando succede "la cosa importante".

Paradossalmente, gli Oasis di allora, pur lontani dal loro periodo più ispirato, erano molto più interessanti di quelli di oggi: pubblicavano ancora dischi (belli o meno belli non importa) avevano ancora voglia di dire qualcosa. Oggi zero, oggi è un puro lucrare sulla nostalgia.

Le scalette di questo tour, peraltro, lo confermano in pieno: il 99% del repertorio, infatti, arriva dai primi due album. E già vi vedo tutti a dire: "È ovvio che sia così, sono i loro dischi migliori!".

Vero, ma resta il fatto che una band con una discografia consistente alle spalle ne usi sostanzialmente due per costruire un intero tour mondiale. Non è una cosa normale: ha senso solo se ti rivolgi a un pubblico che vuole fare karaoke, non ascoltare un gruppo che ripercorre in modo organico la propria storia.

 

Su un campione ipotetico di cento presenti ad un concerto così, scommetterei che non più di dieci sono ascoltatori abituali, gente che segue la scena, va a vedere gruppi nuovi, si informa. Il resto sono persone che vanno a uno, due, massimo tre eventi all'anno, sempre di questo tipo, e per cui spendere 270 euro per la propria unica uscita musicale, in fondo, avrebbe anche senso nell'economia del divertimento.

Chi invece la musica la segue davvero, difficilmente si troverà mai a un concerto degli Oasis: preferirà spendere 35 euro per un festival come il Poplar a Trento, giusto per fare un esempio, dove qualche giorno fa ho potuto ascoltare band e artisti come Dove Ellis, 1000 Rabbits, Maruja, Madra Salach, Ellis D e Gans, tutti al primo album o poco più, ma già talmente validi che è abbastanza probabile che ne sentiremo parlare parecchio tra qualche anno. E oltretutto, visti a pochi metri dal palco, in una location comoda e piacevole.

Ma in realtà anche andare a vedere i Fontaines D.C. il mese prossimo a Bologna avrebbe pienamente senso: è un concerto grosso, è andato sold out in due secondi, c’è un hype incredibile, ma sono comunque una band al pieno delle proprie possibilità, nella fase di picco di una carriera che sembra ben lontana dal finire, e questo indipendentemente da quale sarà il giudizio sull'imminente nuovo disco.

Seguire la musica vuol dire questo, in fin dei conti. Un concerto come quello degli Oasis non c'entra nulla con la musica: è un “evento” di cui parleranno i quotidiani, di cui parleranno le televisioni, dove chiunque, dal politico all'influencer di torte, cercherà di imbucarsi, ma resta un evento, non un concerto.

Servirebbe più educazione del pubblico, in Italia soprattutto. Se ci fosse, forse questi show non farebbero sempre e comunque sold out e forse gli artisti sarebbero costretti ad abbassare i prezzi.

Chi va a vedere gli Oasis nel 2027 sa benissimo di andare a farsi spennare, e lo fa volentieri: nessun giudizio su questo, libero ognuno di spendere i propri soldi come crede. Ma la musica, quella vera, è un'altra cosa. Sarebbe ora di svegliarsi.