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MAKING MOVIESAL CINEMA
20/10/2017
Mike Flanagan
Il Gioco di Gerald
Il signor King colpisce ancora, ma lo fa anche Mike Flanagan, in un film che si regge sulle sue gambe, e sui polsi della Cugino.

Una gita a due per ravvivare le gioie di coppia, un paio di manette per avventurarsi oltre i limiti e oltre la noia che ormai ha preso piede a letto, un infarto che fa trasformare quel weekend da sogno, in un incubo.

Un altro adattamento del Re Mida Stephen King, questa volta reso ancora più ostico dalla trama di partenza, con la protagonista costretta a letto, ammanettata saldamente ad una testiera che non cede, con manette indistruttibili ai polsi.
Da qui il problema: come fare a mantenere il ritmo? A dare il via alla storia vera e propria, che vuole questa protagonista combattere con tutta se stessa e soprattutto contro se stessa per sopravvivere, affrontare incubi del presente e del passato?
Le voci della sua coscienza prendono vita, si sdoppiano, si aggirano per la stanza assieme a un cane randagio che fa a pezzi quel marito tutt'altro che amabile che giace ai suoi piedi.
Ma c'è dell'altro, c'è qualcosa che va oltre un rapporto di coppia non idilliaco, c'è un passato represso che deve essere affrontato.
Così, mentre tenta di sopravvivere cercando, rimanere lucida nonostante lo shock in corso e liberarsi da quelle manette, da quell'incubo, Jessie deve vedersela anche con un mostro che si aggira con il chiaro di luna, un mostro che corrisponde a quello che ci immaginiamo nelle notti ventose, sotto il nostro letto.
Ed è questo mostro a spaventare davvero con quelle fattezze già rese sinistre da Lynch, ricondotte qui a paure universali.
Chiusi in quella camera, non possiamo che fare il tifo per Jessie, immaginando senza volerlo come ci saremmo comportati se mai avessimo avuto la malsana idea di provare un tale giochino erotico; la fantasia corre ma sbatte contro la realtà.
La realtà che fa paura più di ogni incubo.
Qui sta il genio di King: fare di quei mostri qualcosa che realmente c'è, e che non può che terrorizzare.
Carla Cugino si rivela essere a sorpresa un'attrice in grado di gestire l'intero film, con le sue urla, la sua doppia personalità, quell'aria anni '90 che la rende ancora più sorprendente, spalla com'è sempre stata. Senza potersi difendere, fa fronte alla sua coscienza, ai peggiori come ai migliori consigli, trasformandosi in un McGyver in vestaglia e in una donna senza remore, che torna in libertà, ritrova se stessa.
Quel finale è forse l'unica pecca di un film per il resto tesissimo e capace di catturare e non mollare mai. Quel finale alla luce del sole, all'aria aperta, ricorda qualcosa di fin troppo televisivo e positivo dopo tutta quella claustrofobia, quel buio, ma i discorsi affrontati - dagli abusi repressi alle scelte che ci autoinfliggiamo - restano, così come resta una messa in scena capace di non far sentire il peso di quelle manette, con evasioni tra sogni e flashback necessari.
Il chiaro di luna e l'eclissi di sole, d'ora in poi, faranno ancora più paura, e anche quel letto che dovrebbe essere un rifugio, un'isola felice, non avrà lo stesso aspetto.
Il signor King colpisce ancora, ma lo fa anche Mike Flanagan, in un film che si regge sulle sue gambe, e sui polsi della Cugino.