«Keith Richards si è dichiarato “membro del fan club di Bettye” per la sua cover di “Salt of the Earth” dei Rolling Stones, contenuta nel suo CD Interpretations: The British Rock Songbook, candidato ai Grammy, che ha ricevuto grandi elogi anche da Pete Townshend, John Bon Jovi, Steve Winwood ed Elton John».
(Estratto da articolo di Marty Gunther, bluesblastmagazine.com, 18 marzo 2023)
Dopo l’esplosione di Beatles e Rolling Stones sulla scena internazionale, le loro canzoni diventano un must per molti cantanti, in particolare il mondo del soul se ne impossessa in modo molto originale traendo versioni memorabili: si pensi solo a cosa hanno proposto Otis Redding, Wilson Pickett e Ike & Tina Turner con alcuni classici del calibro di “Satisfaction”, “Hey Jude” e “Come Together”. Nel nuovo secolo è la volta di Bettye LaVette che decide di rivisitare, come sottende il titolo del disco, alcuni classici della scena pop-rock inglese degli anni Sessanta e Settanta.
In questo songbook d’eccezione entrano non solo i Fab Four (e le loro dirette conseguenze) e le “pietre rotolanti”, ma anche Pink Floyd, Led Zeppelin (“All My Love”), Traffic (“No Time to Live”), Who, Eric Clapton e i suoi Derek and The Dominos (“Why Does Love Got to Be So Sad?”), Elton John e molti altri ancora.
Bettye è un’artista straordinaria e sa modulare la voce in maniera esemplare in ogni sua cover, che diventa sofferta e struggente pure in pezzi quali “It Don’t Come Easy” (Ringo Starr) e “Maybe I’m Amazed” (Paul McCartney) che possono così virare dallo scanzonato originale al pathos traboccante. La stessa cosa vale per la già comunque intima e profonda “Isn’t It a Pity” di George Harrison, pronta a diventare un pezzo soul di grande intensità grazie a un’interpretazione da brividi.
Quando poi la LaVette si cimenta in canzoni già di per sé caratterizzate da una vena emotivamente forte come “Nights in White Satin” dei Moody Blues o l’evergreen “Don’t Let Me Be Misunderstood” allora il tempo rallenta ulteriormente e la voce esplode in un vortice di sofferenza. La band che la accompagna è d’eccezione. Al guitar hero Shane Fontayne, celebre per i suoi servigi a Bruce Springsteen, e a veterani del calibro di Rob Mathes (produzione, tastiere, chitarre elettriche e acustiche), Zev Katz (basso e contrabbasso) e Charley Drayton (batteria), si aggiungono una sezione fiati e cori da urlo, capitanata rispettivamente da Andy Snitzer e Tabitha Fair.
Risulta molto interessante la scelta dei brani: pur essendo di grande notorietà, non si tratta quasi mai, escludendo “Wish You Were Here” e “Don’t Let the Sun Go Down on Me”, delle maggiori hit pubblicate dai gruppi e dagli artisti a cui sono collegati. Un modo di procedere leggermente sommesso che rende onore alla sua rilettura, spesso in grado di regalare nuove sfumature all’esito finale. E “The Word” dei Beatles ne è forse l’esempio più eclatante.
In chiusura merita una citazione la straordinaria versione di “Love, Reign O'er Me” che ha ispirato il progetto, inclusa come bonus track e tratta direttamente dalla performance di Bettye al Kennedy Center Honors del 2008. L’interpretazione è visibile su YouTube e lascia a bocca aperta, tanto quanto gli sguardi stupiti e commossi di Pete Townshend e Roger Daltrey. Potere della Musica. Brividi.

