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MAKING MOVIESAL CINEMA
06/03/2020
Ken Loach
Io, Daniel Blake
I film di Ken Loach appartengono a quel Cinema necessario che dovremmo vedere più spesso, opere che allo stile e alla forma, seppur coerenti e riconoscibili, antepongono contenuto e messaggio, andando a toccare nervi scoperti con i quali è sacrosanto che il pubblico si confronti e prenda posizione.

Unico neo, non imputabile al regista, il fatto di trovare riscontro da parte di spettatori spesso di per sé già solidali alle cause e ai protagonisti che stanno a cuore al regista britannico, passando invece inascoltate (anche se in passato non è sempre stato così) presso chi su determinate situazioni potrebbe e dovrebbe intervenire. Quello di Loach è un discorso coerente e continuativo, più che mai attuale in tempi in cui ogni progresso fatto in direzione di un'eguaglianza sociale sembra irrimediabilmente perso o compromesso; Loach è quello che vorremmo fosse una sinistra politica vera, di quelle non decadute in un becero e impotente cialtronismo opportunistico, i suoi film sono cronaca, denuncia, ma anche esempio e inno alla dignità di ogni individuo, soprattutto quelli abusati e vessati da un sistema insensibile, disumanizzato e scollato irrimediabilmente dai bisogni delle persone reali, quelle che ancora devono dannarsi l'anima per pagare un affitto, un mutuo, crescere bambini, mangiare e compiere tutte quelle azioni che chi è al potere adempie in maniera automatica senza avere un solo grattacapo che sia uno. Il Cinema di Ken Loach è anche emozione, compassione, trasporto e rabbia, e di buono mostra il conforto e la solidarietà del prossimo, capace del gesto dolce dove lo Stato che dovrebbe lavorare per noi è assente e disinteressato (o ancor peggio interessato in malafede a nostro discapito).

Daniel Blake (Dave Johns) è un carpentiere non più giovanissimo che si è ammalato di cuore. Il suo medico di base, il cardiologo, il fisioterapista che lo segue, dicono tutti che al momento è escluso che Daniel possa tornare a fare il suo lavoro. All'uomo non resta che richiedere l'invalidità per avere un assegno mensile che gli permetta di tirare avanti. Purtroppo, nonostante i pareri dei medici che hanno seguito il caso, il professionista della sanità (o qualche altra idiozia del genere) non riconosce il diritto di Daniel ad avere una pensione d'indennità, negandogli quell'aiuto statale di cui ormai, suo malgrado, Daniel avrebbe bisogno. A questo punto non rimane che richiedere il sussidio di disoccupazione e per ottenerlo Daniel deve dimostrare di essere attivamente in cerca di un altro lavoro, lavoro che il suo medico gli impedisce di fare, trovandosi così in un paradosso kafkiano dal quale diventa quasi impossibile uscire. Lungo il suo percorso che assume sempre più la forma di una lotta contro i mulini a vento, Daniel incontrerà Katie (Hayley Squires), una giovane madre di due figli che ha dovuto trasferirsi da Londra a Newcastle per mancanza di soldi, senza lavoro e costretta a portare via i bambini dal loro ambiente, abbandonata da tutti, dal suo compagno ma soprattutto da uno Stato insensibile e spesso odioso nella figura dei suoi rappresentanti.

Quella di Daniel è un odissea di un cittadino onesto al quale vengono negati i suoi diritti e la possibilità di vivere con dignità, dopo un'esistenza di sacrifici Daniel subisce un attacco legato a logiche del capitale disumane e armate di una burocrazia idiota e incomprensibile, aggravata da un digital divide che penalizza le generazioni più anziane e quelle con meno mezzi culturali a disposizione, il carico da undici ce lo mette la mancanza di elasticità mentale di funzionari gretti e per nulla empatici (non tutti per fortuna), Loach lascia i pochi barlumi di speranza in carico alle persone, alla solidarietà tra Daniel e Katie, storia ancor più triste e amara la sua, alla gente della strada, ai volontari delle istituzioni di carità che sono il lato solare e umano di una società che trova in quello che dovrebbe essere un padre per i suoi cittadini uno spietato avversario. Quello che fa male del Cinema di Loach è che le storture mostrate possiamo toccarle con mano anche qui da noi. Provate a chiedere aiuto allo Stato in un momento di difficoltà, magari siete disoccupati, avreste bisogno di qualche agevolazione,  vi chiederanno di esibire un Isee per dimostrare la situazione di difficoltà, vi chiederanno quello basato sui redditi dei due anni antecedenti. Provate a spiegare ai funzionari che due anni fa voi lavoravate regolarmente, che i vostri redditi erano a posto due anni fa e che è ora, oggi, in questo momento che non avete più stipendio, che avete bisogno, che vi servirebbe una mano... spero sinceramente che non ci dobbiate mai provare. Lo Stato non ascolta. Ed è questo che preme a Loach, i suoi personaggi sono uomini che hanno dato tanto e che nessuno ascolta più, abbandonati nel Paese che è la loro casa.

Io, Daniel Blake ha almeno una scena davvero straziante, protagonista Katie, una sequenza che arriva con la naturalezza dell'onestà, e proprio per questo è impossibile non sentirsi lacerati per la sorte di queste persone, così vicine, impossibile non piangere, non prendere posizione; il fatto è semplicemente che spesso quello che ci sta intorno non è giusto ma noi non ce ne curiamo, non siamo capaci, sotto nessuna forma, di dire no al sopruso, Loach ci mostra che si può partire dalla dignità, dalla rivendicazione del nostro essere persone, e che l'unica soluzione non è l'individualismo verso cui sempre più ci stanno spingendo. Con un gesto plateale Daniel rivendica la sua dignità, probabilmente dovremmo imparare a farlo anche noi ogni tanto.


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