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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
18/06/2026
Live Report
Iron Maiden, 17/06/2026, Stadio San Siro, Milano
Passano gli anni e noi siamo ancora nel pit di un live degli Iron Maiden, esattamente come la prima volta. Al netto delle svariate polemiche sui vari elementi di contorno, la band è ancora eccezionale e propone per oltre due ore e un quarto una sequenza impressionante di classici e gemme meno celebrate. Il racconto di un'avventura metal a San Siro.

Diciamolo subito: il concerto degli Iron Maiden a San Siro non è iniziato alle 20:50 del 17 giugno. È iniziato mesi prima, quando è stata annunciata la data milanese.

Non ancora sopite le polemiche per il prezzo dei biglietti del precedente concerto di Padova (dati alla mano uno dei più costosi d’Europa, tanto che molti fan italiani avevano preferito andare all’estero spendendo tra voli, hotel e biglietto quanto, se non meno, di un pit in Italia) anche l’appuntamento di Milano è stato accompagnato da discussioni e malumori. Al momento della messa in vendita, infatti, molti fan si sono trovati davanti a prezzi ben più alti di quanto si aspettassero.

Il risultato è stato un lungo dibattito che ha animato forum e social per mesi, accompagnato da una prevendita oggettivamente meno brillante del previsto. A poco sono servite le voci che parlavano della data italiana dei Maiden come della più venduta del tour. A ventiquattro ore dall’evento risultavano ancora disponibili numerosi biglietti, mentre migliaia di ticket sono stati regalati o svenduti negli ultimi giorni. San Siro, in un modo o nell'altro, è comunque pieno di fan, amici e famiglie, grazie al contributo dei quali il verbo del metallo è stato finalmente portato nell'iconica culla del calcio milanese.

 

Alle 19:25 salgono sul palco i Trivium, ai quali spettano cinquanta minuti esatti di set. Dal vivo sono una macchina perfettamente oliata: il nuovo batterista Alex Rüdinger è già pienamente integrato e la band dimostra ancora una volta una solidità invidiabile. Eppure, osservandoli oggi, è difficile non pensare a quanto siano stati sfortunati.

Vent’anni fa, grazie al trittico formato da Ascendancy, The Crusade e Shogun, sembravano destinati a conquistare stabilmente i palchi principali del metal mondiale. In un contesto diverso avrebbero probabilmente raccolto l’eredità delle generazioni precedenti e oggi sarebbero headliner nei principali festival europei. Invece eccoli ancora qui, vent’anni dopo, ad aprire per gli Iron Maiden, proprio come ha ricordato con sincera gratitudine Matt Heafy dal palco.

La loro esibizione è comunque impeccabile. In meno di un’ora condensano il meglio della propria carriera, pescando soprattutto dai dischi che li hanno resi celebri. Heafy impiega pochissimo a presentarsi a torso nudo, sfoggiando i suoi tatuaggi giapponesi, mentre tra un brano e l’altro si rivolge al pubblico in un ottimo italiano. La band (ricordiamo anche Corey Beaulieu alla chitarra e Paolo Gregoletto al basso) dà tutto, consapevole di quanto sia difficile conquistare un pubblico ormai estremamente eterogeneo come quello degli Iron Maiden.

 

E forse è proprio qui che emerge la differenza più evidente rispetto al passato. Passano gli anni e noi siamo ancora nel pit, esattamente come la prima volta. Il pubblico, però, è cambiato profondamente. Sono spariti i ragazzi che saltavano la scuola per conquistare le prime file; al loro posto troviamo adulti con lo smartphone sempre pronto per una storia su Instagram, nonostante il messaggio proiettato prima del concerto che invitava a limitare l’uso dei telefoni durante lo show. Del pogo selvaggio che vent’anni fa ci aveva travolto sulle note di “Wrathchild” resta poco o nulla. Oggi ci sono famiglie, gruppi di amici tra i 35 e i 55 anni e un’atmosfera decisamente diversa. Forse va bene così e quelli fuori posto siamo noi.

 

Dopo quaranta minuti di attesa risuonano le note di “Doctor Doctor”, il segnale che ogni fan dei Maiden conosce perfettamente. Poco dopo parte la registrazione di “The Ides of March” e finalmente la band entra in scena con la prima grande sorpresa della serata: “Murders in a Rue Morgue”, assente da anni ma già recuperata durante il tourEddie Rips Up The World Tour del 2005.

L’impatto visivo è quello delle grandi occasioni. Che sia stato a prezzo pieno, con promozioni o con biglietti svenduti all’ultimo momento (all’esterno dello stadio circolavano voci di offerte talmente aggressive da ricordare certe scene fantozziane) San Siro presenta un colpo d’occhio degno dell’evento.

C’è però un limite evidente. Quello visto a Milano non è il palco abitualmente utilizzato dagli Iron Maiden nel resto del tour, ma il palco residenziale installato quest’anno a San Siro per la lunga serie di concerti estivi. La conseguenza è una produzione ridotta rispetto agli standard europei della band. Una situazione già vista in passato con altri artisti, come i Nine Inch Nails, costretti a proporre lo scorso anno al Parco della Musica di Milano uno spettacolo ridimensionato rispetto alle altre date del tour. Una particolarità tutta italiana: si pagano spesso biglietti più cari che all’estero per assistere a produzioni inferiori - e sia chiaro, non è certo una responsabilità della band.

Una volta iniziato il concerto, però, le discussioni lasciano rapidamente spazio alla musica. Con una scaletta sostanzialmente identica a quella dell’anno precedente, i veri appassionati sono qui soprattutto per un motivo: “Infinite Dreams”, assente dai concerti dal 1988.

 

Luca De Gennaro, manager televisivo di lungo corso e deejay a Radio Capital, ama accompagnare le proprie riflessioni musicali sui social con l’hashtag #ipezzi. Ecco, di fronte a una scaletta come questa viene spontaneo pensare che il segreto degli Iron Maiden sia ancora tutto lì: avere i pezzi.

Per oltre due ore e un quarto la band propone una sequenza impressionante di classici e gemme meno celebrate. Ci sono “Phantom of the Opera”, “Infinite Dreams”, “Seventh Son of a Seventh Son” e una “Rime of the Ancient Mariner” semplicemente monumentale. Curiosamente, proprio “Infinite Dreams” non scatena il boato che ci saremmo aspettati. Nel settore in cui ci trovavamo sembravamo essere tra i pochi a conoscerne davvero il testo e forse c’è una ragione se il brano è rimasto fuori dalle scalette per quasi quarant’anni.

Non mancano nemmeno “Killers” (che, per quanto Bruce Dickinson sia stato straordinario, continua a portare inevitabilmente il marchio indelebile del compianto Paul Di’Anno) e una magnifica “Powerslave”. Sono questi i brani che giustificano il prezzo del biglietto: canzoni magari meno note al grande pubblico ma che non hanno nulla da invidiare alle hit più celebrate.

Naturalmente trovano spazio anche i classici irrinunciabili: “The Number of the Beast”, “Run to the Hills”, “The Trooper”, “Hallowed Be Thy Name”, che chiude il set principale, oltre a “Aces High”, “Fear of the Dark” e “Wasted Years”, scelta per chiudere i bis. “Fear of the Dark” continua a mandare in visibilio il pubblico, anche se per chi segue la band da decenni l’effetto sorpresa è inevitabilmente svanito da tempo. Certo, potendo scegliere vorremmo una scaletta composta esclusivamente da deep cuts, ma Steve Harris deve giustamente pensare anche a chi vede gli Iron Maiden per la prima volta.

 

Quanto alla band, c’è davvero poco da criticare. I tre chitarristi (i “tres amigos”) formano ancora una macchina perfetta. Dave Murray è probabilmente il più ispirato della serata, autore degli assoli migliori, a partire da quello dal sapore decisamente blackmoriano di “Powerslave”. Adrian Smith rimane il musicista più elegante del gruppo, sempre al servizio della canzone, mentre Janick Gers continua a dividere il pubblico tra chi ne apprezza l’esuberanza scenica e chi si chiede cosa stia effettivamente suonando, ma quando però arriva il suo momento, gli assoli sono eseguiti con precisione e personalità.

Steve Harris è semplicemente Steve Harris: piede sull’amplificatore, tracolla con i colori del suo West Ham e dita che corrono instancabili sul basso. Alla batteria, Simon Dawson svolge il proprio compito con onestà e professionalità, pur semplificando inevitabilmente alcune parti. L’assenza di Nicko McBrain si sente eccome, ma evidentemente Harris ha preferito preservare l’equilibrio umano della band piuttosto che affidarsi a un turnista di lusso.

E poi c’è Bruce Dickinson, a dir poco strepitoso. Certo, oggi gestisce la voce con l’esperienza di chi conosce perfettamente i propri limiti, ma la prestazione resta impressionante. Per qualità dell’interpretazione e continuità dall’inizio alla fine, potrebbe essere uno dei migliori concerti degli Iron Maiden che ci sia capitato di vedere con lui alla voce.

 

Sul piano visivo funzionano bene le proiezioni dedicate ai singoli brani, anche se il sospetto che dietro alcune immagini ci sia lo zampino dell’intelligenza artificiale rimane. I grandi teloni dipinti e le scenografie tradizionali hanno ormai lasciato il posto a schermi LED più versatili, ma l’impostazione generale del palco resta sorprendentemente fedele a quella introdotta durante il World Slavery Tour: batteria arretrata, passerelle e ampi spazi che permettono a Dickinson di trasformare ogni canzone in una piccola rappresentazione teatrale.

Dal pubblico ci aspettavamo qualcosa in più, diciamolo onestamente. Nel pit non è mancato qualche pogo, ma la partecipazione generale è sembrata inferiore a quanto una scaletta del genere avrebbe meritato. D’altra parte è il prezzo da pagare quando si vuole riempire uno stadio da sessantamila persone: bisogna necessariamente parlare anche a un pubblico più generalista, che magari conosce una decina di canzoni e poco altro.

Alla fine, però, al netto di tutte le polemiche, vincono ancora loro. Gli Iron Maiden diventano la prima band metal a esibirsi a San Siro, un traguardo a cui Harris, grande appassionato di calcio, teneva particolarmente e che Dickinson ha ricordato più volte nel corso della serata. E il motivo per cui, dopo mezzo secolo di carriera, continuano a fare tour di successo, è probabilmente lo stesso suggerito da De Gennaro: hanno i pezzi.