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REVIEWSLE RECENSIONI
Irreversible
Brigitte Calls Me Baby
2026  (ATO Records)
IL DISCO DELLA SETTIMANA INDIE ROCK ROCK POP
8/10
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06/04/2026
Brigitte Calls Me Baby
Irreversible
Con il secondo album Irreversible, i Brigitte Calls Me Baby ampliano il loro sound in un disco più ricco e maturo, dove nostalgia e ambizione convivono con estrema naturalezza.

Il romanticismo nel rock è una qualità difficile da maneggiare. Se spinto troppo in là rischia il ridicolo; se frenato diventa semplice nostalgia. I Brigitte Calls Me Baby sembrano aver capito che l’unico modo per renderlo credibile è trattarlo come un principio estetico: non un elemento decorativo, ma il motore stesso della loro musica. Con Irreversible, secondo album della band di Chicago, quel romanticismo diventa ancora più ampio, più teatrale e più consapevole.

Quando il gruppo guidato dal cantante Wes Leavins ha pubblicato due anni fa il debutto The Future Is Our Way Out, la sorpresa è stata duplice. Da un lato c’era una scrittura pop classicissima (melodie ampie e ritornelli dall’alto tasso emotivo) dall’altro una sensibilità decisamente moderna nel modo di gestire le influenze. Il risultato era un incontro improbabile tra rock rétro, new wave romantica e un certo gusto per il melodramma, amplificato dall’interpretazione di Leavins: una voce monumentale, la sua, spesso paragonata a quella di Morrissey o Elvis Presley, da lui interpretato nel musical Million Dollar Quartet e (solo vocalmente) nel biopic Elvis di Baz Luhrmann.

Quel disco (trainato da brani come “Impressively Average” e “We Were Never Alive”) ha costruito rapidamente attorno alla band una fanbase sorprendentemente devota. Nel giro di pochi anni, i Brigitte Calls Me Baby sono passati dai piccoli club ai concerti da headliner, dopo lunghi tour negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Europa, spesso condividendo il palco con artisti come Morrissey o Fontaines D.C. Ed è proprio in questo contesto che è nato Irreversible. Molti brani sono stati scritti “on the road”, nati come memo vocali ideati in stanze d’hotel da Leavins e dal bassista Devin Wessels, poi sviluppati durante i soundcheck e infine testati direttamente sul palco, sera dopo sera.

 

Il quartetto – completato dal chitarrista Jack Fluegel e dal batterista Jeremy Benshish (al disco ha partecipato anche il chitarrista David Rosendahl, che ha abbandonato la band a inizio anno) – ha lavorato con i produttori Yves e Lawrence Rothman, fratelli e duo creativo già al lavoro con Angel Olsen, Yves Tumor e Blondshell. Le registrazioni del disco sono avvenute nel loro studio sulle colline del Laurel Canyon, in sessioni volutamente brevi, di circa quattro ore al giorno, protrattesi per una manciata di settimane: un metodo pensato per privilegiare l’intuizione piuttosto che l’iper-perfezionismo. Il risultato è un album che amplia sensibilmente il linguaggio del debutto.

Se le canzoni di The Future Is Our Way Out erano quasi sfacciate nella loro immediatezza, quelle di Irreversible sono più atmosferiche, più stratificate e, soprattutto, più consapevoli del proprio pathos. Leavins e compagni si muovono ormai con sicurezza nel territorio dei New Romantics anni Ottanta, lasciando in secondo piano il fantasma di Elvis, per abbracciare apertamente una sensibilità più vicina a quella degli Smiths.

 

L’album si apre con “There, Always”, synth e arpeggi di chitarra appoggiati su una batteria incalzante su cui si distende una melodia alla Morrissey anni Ottanta. È un inizio perfetto, perché condensa tutte le ossessioni del disco (amore e memoria) dentro una forma pop immediata ma carica di malinconia. Il secondo brano, “Slumber Party”, accelera ulteriormente il passo e, con le sue chitare alla Strokes, rappresenta uno dei momenti in cui la band dimostra quanto abbia assimilato l’energia dei concerti: qui il pathos vocale di Leavins viene quasi “sfidato” dalla ricchezza dei fraseggi delle chitarre, che si moltiplicano fino a dominare il ritornello.

Il cuore dell’album risiede però nei brani che giocano maggiormente con l’ambiguità emotiva. “I Danced with Another Love in My Dream” è forse il più emblematico: un pezzo apparentemente luminoso (fortemente debitore degli Smiths) che racconta il desiderio adultero filtrandolo attraverso il sogno (tema lynchiano se ce n’è uno). L’aspetto più interessante del brano – oltre a un riff che farebbe orgoglioso Johnny Marr (anche se i primi dieci secondi ricordano “I Will Follow” degli U2) – è il contrasto tra testo e musica: più pessimista e nostalgico il primo, luminosa e spensierata la seconda.

Altrove il gruppo affronta temi più cupi, come in “Truth Is Stranger Than Fiction”, altro brano alla Strokes con un ritornello però in stile Killers, che esplora l’ansia esistenziale con una tensione quasi cinematografica; mentre “The Pit” allude ai cicli generazionali della depressione. Sono tracce che testimoniano una scrittura più matura: meno immediate rispetto ai singoli del debutto, ma decisamente più profonde.

 

Non mancano però momenti più introspettivi. “These Acts of Which We’re Designed” è una ballata fondata sui sintetizzatori che racconta l’ossessione repressa con un tono quasi glaciale, mentre la successiva “I Can’t Have You All to Myself” (introdotta dal breve interludio “Sillage”) e la conclusiva “Send Those Memories” si muovono su coordinate malinconiche e fataliste.

Eppure, anche nei momenti più malinconici, la band evita il puro pessimismo. Il disco, infatti, è attraversato da una sottile tensione verso l’accettazione, ovvero che l’amore, la perdita e persino la morte – tema che Leavins ha iniziato a esplorare visitando diversi cimiteri durante il tour (c’è niente di più morrisseiano?) – siano parti inevitabili di un processo emotivo più grande.

 

A conti fatti, ciò che rende davvero interessante Irreversible è il modo in cui i Brigitte Calls Me Baby trattano il melodramma. Nella loro estetica, emozioni spesso considerate eccessive come la disperazione, l’infatuazione amorosa e la nostalgia non vengono ridimensionate ma, anzi, amplificate ed esasperate, per poi essere trasformate in una sorta di linguaggio poetico. È una scelta rischiosa, perché il confine tra il romanticismo e la sua parodia è estremamente sottile. Ma il gruppo riesce a restare dalla parte giusta del kitsch grazie a una scrittura melodica impeccabile e a un senso dell’arrangiamento sorprendentemente raffinato. Le chitarre di Fluegel, il basso di Wessels e la batteria di Benshish costruiscono un fondale sonoro che sostiene alla perfezione la voce di Leavins, permettendole di esprimersi al massimo del suo potenziale.

Nel complesso, Irreversible rappresenta esattamente ciò che ci si aspetta da un ottimo secondo album: non una rivoluzione, ma un’espansione significativa dell’identità della band. I Brigitte Calls Me Baby sono riusciti con successo ad affinare il proprio stile, aggiungendovi sfumature e mostrando una sicurezza compositiva che nel debutto era solo accennata. Se il primo disco era la promessa di una band con un talento fuori dal comune, questo secondo capitolo è la conferma che quella promessa non era e non è un’illusione. In un panorama rock spesso ossessionato dall’espressione dei sentimenti, i Brigitte Calls Me Baby continuano a compiere qualcosa di radicale: li prendono sul serio e li trasformano in spettacolo.