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MAKING MOVIESAL CINEMA
It’s Never Over: Jeff Buckley
Amy Berg
2026  (Nexo Studios, Sony Music Italia)
DOCUMENTARIO
all MAKING MOVIES
13/03/2026
Amy Berg
It’s Never Over: Jeff Buckley
It's Never Over, documentario frutto di un lavoro ventennale, potrebbe essere la perfetta porta d'accesso per le generazioni più giovani a una delle voci più belle di tutto il panorama rock, Jeff Buckley.

L'arte non può esistere senza la vita ordinaria” è una frase si sente ripetere più di una volta da Jeff Buckley, durante questo documentario. Arrivati alla fine, messi a confronto con la tragica esistenza di un artista troppo fragile e con troppi demoni da combattere per poter pensare di uscirne vivo, si capisce che è proprio così. Ogni grande musicista (vale per l'arte in generale ma qui è di musica che si parla) ha potuto gestire al meglio la sua carriera e andare avanti per decenni, solo nel momento in cui si è impadronito della dimensione naturale della vita, nel momento in cui ha saputo essere un essere umano, prima ancora che un performer ed un creatore di bellezza. È successo a David Bowie, ad Eddie Vedder, a Thom Yorke, a Michael Stipe. Non a Chris Cornell, purtroppo, nonostante la frase di cui sopra fosse stata pronunciata da Jeff Buckley proprio riferita a lui, ai tempi in cui erano da poco diventati amici.

Jeff Buckley, appunto, non ci è riuscito. Si dirà che era destino, e in un certo senso lo si è sempre detto: figlio del grande Tim ma mai veramente da lui conosciuto (nel documentario si parla dell'unica settimana che hanno passato assieme, dopo che, ancora bambino, era andato con la madre a vederlo suonare), ha avuto comunque un'infanzia relativamente serena, cresciuto dalla madre Mary Guibert e dal suo compagno di allora. Il successo, arrivato in fretta e frutto di un talento disarmante, che per una volta potremmo davvero definire “ereditario”, lo ha fagocitato e lo ha consumato lentamente, al punto da non riuscire a far fronte alle aspettative sempre più pressanti di fan e casa discografica, per un secondo album che ci stava mettendo più tempo del previsto a realizzare.

La sua morte, avvenuta il 29 maggio 1997 a Memphis, dove aveva affittato una casa per lavorare alle nuove canzoni, ha interrotto bruscamente una carriera in vertiginosa ascesa, trascinata da un disco di debutto che gli aveva procurato lodi sperticate da parte della critica e dei più illustri tra i suoi colleghi (da David Bowie a Bob Dylan, da Robert Plant ai Radiohead, tutti in quegli anni erano impazziti per lui) e per anni ci si è logorati col gioco crudele delle sliding doors, immaginando dove sarebbe arrivato oggi, se fosse ancora vivo.

 

Il documentario di Amy Berg, frutto di un lavoro ventennale, racconta tuttavia una storia un po' diversa: l'ipotesi che quella fatale nuotata nel Wolf River sia stata il frutto di un proposito suicida (tesi peraltro già ipotizzata in un volume uscito non molti anni fa) non viene esplicitamente formulata, ma ampio spazio è dedicato alla difficile situazione che Buckley stava vivendo in quel periodo, con un tour esteso e logorante da poco terminato, e i vertici della Columbia che pressavano duramente per aver un nuovo disco, temendo di perdere tutto il denaro che gli avevano anticipato. In più, c'era tutta una serie di fragilità psicologiche (lui stesso si era in qualche modo auto diagnosticato una qualche forma di psicosi e aveva fatto sapere all'ex fidanzata che avrebbe desiderato cominciare a vedere un terapeuta) nonché, un paio di settimane prima di quel giorno fatale, una serie di telefonate agli amici e a molte delle persone che, pur non sentendo da parecchio tempo, avevano incrociato la sua strada in passato. Il tono da congedo definitivo era forte, stando alle testimonianze dei diretti interessati, e l'ultimo messaggio lasciato alla madre sulla segreteria telefonica, da lei conservato e riprodotto integralmente alla fine del documentario, lascia ben pochi dubbi a riguardo.

Non lo sapremo mai, ovviamente, prove definitive non ce ne sono, ed è giusto che il tono della narrazione venga lasciato ambiguo. Detto ciò, è possibile che la storia della fulgida carriera interrotta bruscamente da un accadimento assurdo, non corrisponda a verità.

Non è così importante saperlo, ormai. Di lui ci resta un album riconosciuto unanimemente tra i più grandi della storia del rock e tra i più rappresentativi degli anni '90, forse l'ultimo decennio in cui nella scena musicale si sono tentati passi sulla strada dell'innovazione.

 

It's Never Over, Jeff Buckley fa un bel lavoro nel restituire la figura di questo artista arrivato come un ciclone nel panorama mainstream: mette assieme una grande mole di materiali di archivio, misti ad interviste raccolte per l'occasione ad una serie di persone che lo hanno conosciuto ed hanno condiviso un pezzo di vita con lui: oltre alla madre ci sono le ex compagne Rebecca Moore (che lo ha conosciuto proprio nel giorno della sua prima esibizione pubblica, durante un concerto a New York in memoria del padre) e Joan Wasser (all'epoca abbastanza famosa con i Dambuilders, nei quali suonava il violino, oggi conosciuta come Joan as Police Woman), più alcuni dei suoi compagni di band, come Michael Toghe e Parker Kindred. In più, artisti come Ben Harper e Aimee Mann, che lo conobbero e gli divennero amici proprio nel periodo dell'uscita del disco e dei primi concerti.

Il fatto che la narrazione segua un pedissequo ordine cronologico è senza dubbio penalizzante, perché impedisce quella certa dinamicità che si sarebbe guadagnata rendendo il montaggio un po' più discontinuo.

Al di là di questo, si tratta di un lavoro piacevole che si fa guardare volentieri, anche se dubito che i fan più accaniti vi scopriranno qualcosa che non sapessero già, al di fuori probabilmente di alcuni aneddoti più oscuri.

Piuttosto, va segnalata la mancanza di Gary Lucas, che non solo non viene intervistato, ma non è neppure menzionato, quando si parla del difficile e non scontato passaggio dalle cover (suonate con grande successo in quelle serate al Sin-é, minuscolo locale irlandese nell'East Village, che lo hanno formato e fatto conoscere come straordinario performer) ai pezzi originali. È stato infatti assieme a lui che Jeff ha scritto “Mojo Pin” e “Grace”, vale a dire due dei brani più belli e rappresentativi tra i sette originali che sarebbero poi finiti sul disco. L'assenza è dovuta certamente alle note divergenze che i due hanno avuto in passato in merito alla gestione delle registrazioni inedite che hanno effettuato assieme (molte delle quali erano state pubblicate nella raccolta Songs to No One, del 2002) ma al di là di tutto, credo che il fatto che Berg si sia piegata ai dettami di Mary Guibert (perché così immagino sia avvenuto) abbia privato il prodotto finale di un punto di vista indispensabile.

 

Credo che, in fin dei conti, It's Never Over servirà più alle generazioni più giovani, che ancora non conoscono il cantautore californiano. Il racconto della sua storia servirà senza dubbio come porta d'ingresso alla sua discografia (presente in abbondanza, tra spezzoni live e registrazioni in studio, accompagnate da brani degli appunti e dei diari che Jeff teneva in quegli anni), che oltre a Grace comprende numerosi live postumi (quello a l'Olympia di Parigi verrà ristampato il mese prossimo in vinile, purtroppo senza aggiunte) ed un doppio, Sketches for My Sweetheart the Drunk, contenente le session casalinghe di Memphis, che avrebbero dovuto costituire la base del secondo disco.

Un'eredità importante, da parte di una delle voci più belle di tutto il panorama rock, che ha saputo unire la potenza dei Led Zeppelin alla delicatezza e all'espressività di Nina Simone e Nusrat Fateh Ali Khan; una voce che ci ha lasciato troppo presto, ma il cui contributo continua ad essere più vivo che mai.