
Nonostante più di vent’anni di carriera e ben sette dischi in studio pubblicati, gli scozzesi Twilight Sad non sono mai riusciti a sfondare veramente, rimanendo nel novero di quelle che si definiscono band di culto. In parte, per una naturale propensione all’understatement, un po’ per una proposta musicale mai davvero distintiva, e in parte per una qualità compositiva più che dignitosa ma mai davvero all’altezza delle aspettative. Tant’è che si potrebbe sostenere, senza il rischio di sbagliarsi, due affermazioni tra loro contrastanti, e cioè che la band originaria di Kilsyth non abbia mai pubblicato un disco brutto, e, per converso, che non ne abbia mai pubblicato uno davvero bellissimo.
Tra coloro che amano visceralmente il lavoro del duo spicca Robert Smith, un nome che non molti posso vantare nella propria fanbase. Dopo che il leader dei Cure ha invitato i Twilight Sad a unirsi al suo tour nel 2016, fra i musicisti è nata una naturale alchimia che ha portato a una collaborazione costante, sia come compagni di tour che in studio. Non è un caso, quindi, che i membri principali del gruppo scozzese, James Graham e Andy MacFarlane, considerino Smith alla stregua di un componente della line up, visto che lo stesso ha contribuito e supervisionato a questo nuovo IT’S THE LONG GOODBYE (si, tutto maiuscolo, non è un refuso), anche se in un modo, a dire il vero, abbastanza impercettibile.
La storia di IT’S THE LONG GOODBYE parte nel 2019, quando Graham ha iniziato a scrivere dei contrasti della sua vita: le gioie del matrimonio e della paternità si contrapponevano alle crudeli emozioni legate alla malattia diagnosticata a sua madre (demenza frontotemporale) e al suo successivo, inesorabile declino. Durante la pandemia Covid, poi, Graham e MacFarlane (che ora vive a Londra) si scambiavano idee, e le canzoni iniziavano gradualmente a prendere forma. Quando nel 2024 la madre del cantante decedette, il lutto ha finito per incidere pesantemente sul mood doloroso e malinconico dell’album.
Non è un caso che dal punto di vista delle liriche IT’S THE LONG GOODBYE rappresenta la raccolta di canzoni più personale del repertorio dei The Twilight Sad, un’amara riflessione sull’impotenza di fronte all’aggravarsi della patologia materna, sul tormento della perdita, sulla difficoltà a rielaborare il lutto e la necessità, nonostante tutto, di andare avanti.
Un album in qualche modo catartico, dunque, a cui, come detto, contribuisce Smith in tre canzoni, e che si avvale del contributo di David Jeans (Arab Strap) e Alex MacKay (Mogwai) che suonano rispettivamente batteria e basso.
Dal momento in cui "GET AWAY FROM IT ALL" apre il disco, irrompendo con un muro di fremente elettricità shoegaze, non c'è tregua allo strazio (“Andiamocene via, Andremo via da tutto, io sono il figlio che conosci, tu sei mia madre”). Qui, c’è già tutto: l’impotenza, la paura per l’ineluttabile, e un dolore scrosciante, come le chitarre che prendono a sportellate la melodia agrodolce. È uno dei primi brani scritti per l'album e, una volta completato, era inevitabile che ne diventasse la canzone d'apertura, facendo da cornice alla scaletta insieme al brano di chiusura "TV PEOPLE STILL THROWING TVS AT PEOPLE", una ballata claustrofobica percossa nel finale dallo sferragliare aggressivo della chitarra di MacFarlane, su cui Graham ripete come un mantra senza pace: “No, non voglio sentirmi così, Non voglio sentirmi così, No, non voglio sentirmi così, No, non voglio sentirmi così, Va bene che ti senta così?”.
Nel mezzo, un filotto di canzoni che, ognuna a modo suo, riesce a intrappolareil cuore in una morsa: la profonda linea di basso di "DESIGNED TO LOSE" spinge la malinconia in territori post punk, "ATTEMPT A CRASH LANDING – THEME" aggiunge sonorità più rock e viscerali alla Placebo, la lunga "DEAD FLOWERS", una delle canzoni a cui Robert Smith ha contribuito con chitarra e tastiere, si sviluppa attraverso una scorbutica new wave densa di disperazione, "WAITING FOR THEPHONE TO CALL" cita la synth wave alla Depeche Mode, ipnotizzando l’ascoltatore con un beat che sa di sprofondo emotivo, "THE CEILING UNDERGROUND" e "INHOSPITABLE/HOSPITAL" elevano alla perfezione quel rock tutto malinconia che band come Interpol e Editors non sanno più scrivere, mentre l’elettricità di "CHEST WOUND TO THE CHEST" raccoglie l’eredità di band come My Bloody Valentine e Slowdive, con le chitarre ricche di effetti di MacFarlane in primo piano, mentre Graham si confronta con le proprie struggenti emozioni.
Resta da citare la penultima traccia, "BACK TO FOURTEEN", un ascolto claustrofobico e inquietante, che vede Smith al basso, in cui Graham gioca con il numero 14, che si riferisce alla casa in cui Graham viveva con sua madre, ma anche all’età dell’adolescenza, un periodo di serenità che confligge con il dolore del presente (“Sono l'unico che ti vede ancora? Sono l'unico che ti ama ancora? C'è qualcuno dietro quegli occhi. E non portatela via, non portatela via da me”).
Gli elementi principali che troviamo in IT’S THE LONG GOODBYE non si discostano drasticamente dal resto della loro discografia, ma, a ben vedere, gli arrangiamenti strumentali e la crudezza dell'interpretazione vocale sono così incisivi che questo album difficilmente uscirà dall’heavy rotation di chi avrà occasione di ascoltarlo.
E se la discografia dei Twilight Sad, come accennato all’inizio, poteva suscitare pareri discordanti, questo nuovo album metterà tutti d’accordo definitivamente: è il loro capolavoro, senza se e senza ma.
