Finalmente dopo anni di tentativi sono riuscito a prendere parte anche solo ad una giornata di Jazz is Dead!, abbastanza per ritenersi soddisfatti, nonostante l'impossibilità di esserci la domenica, che a mio parere era quella con la line up in assoluto più interessante.
La grande novità di quest'anno è il cambio di location: siamo in Cascina Falchera, alle porte della città, una struttura spaziosa e completamente immersa nel verde di un bosco, tantissima ombra e diverse situazioni di relax e svago. Un contesto, insomma, decisamente funzionale a farci vivere con rilassatezza e comodità una programmazione senza dubbio intensa, coi concerti di sabato e domenica che inizieranno addirittura a metà mattinata.
Unico neo: la scarsa disponibilità di punti di ristoro. Nessun problema con la birra, buona, venduta a prezzo di mercato e con l'aggiunta di un comodo sistema di qrcode per pagare direttamente e saltare la coda; sul cibo, ahinoi, la situazione è differente: un camion di hamburger, uno di poke, una gelateria (eccellente) all'interno. Io sinceramente non sono riuscito a vedere altro. Risultato prevedibile: code infinite già dal tardo pomeriggio, divenute assolutamente impraticabili all’ora di cena (a meno di non volersi perdere dei set interi, ovviamente) e scorte messe a dura prova se non addirittura terminate dopo poco tempo.
Ecco, se con la venue l'organizzazione ha fatto centro, sulla gestione dei generi di conforto mi auspico un miglioramento già dalla prossima edizione.
Per il resto, tutto molto bene. Ci sono due palchi: il primo è montato sotto un tendone ed è più che altro una larga postazione a lato lungo, con il pubblico assiepato attorno, che verrà usato principalmente per le esibizioni di inizio e fine giornata, nonché per cose più brevi e legate allo spoken word, sistemate a mo di intermezzo tra un artista e l'altro. Il principale è poco distante e non è né molto grande né particolarmente rialzato, anche se all'atto pratico non si riscontreranno problemi di visibilità.
Il pubblico è numeroso sin dai primi momenti, e arrivati a tarda sera ci sarà un vero e proprio pienone, a confermare il paradosso secondo cui, quanto più una proposta è sperimentale e trasversale, quanto più sarà semplice che si avvalga di un bacino di utenza competente e appassionato. Lo ha dimostrato soprattutto l'attenzione con cui sono stati seguiti i concerti: tensione e religioso silenzio, con quella componente fastidiosa, dedita al cazzeggio rumoroso e al presenzialismo da social, decisamente più ridotta rispetto ad altri eventi.
La line up è come sempre interessantissima, frutto della serietà e della passione dell'associazione TUM, da sempre dietro l'organizzazione di un evento che, non è esagerato dirlo, non teme confronti con le realtà straniere più blasonate.
Dopo aver sbrigato in tutta comodità le procedure d'ingresso, grazie alla professionalità e alla gentilezza dello staff di accoglienza, mi ritrovo immediatamente al palco tendone, dove è appena iniziata l'esibizione di Stefano Pilia e Marta Salogni. Cosa succede quando due figure di enorme valore e notorietà, seppure in ambiti diversi, uniscono le loro forze? Il sodalizio tra uno dei più talentuosi chitarristi italiani e l'influente producer di base a Londra (negli anni ha lavorato con praticamente tutti quelli che contano, da Björk ai Depeche Mode, da Bon Iver ai Gorillaz) è appena agli inizi, c’è un disco in lavorazione (dovrebbe uscire per Maple Death, la stessa label che ha pubblicato il sophomore di Bono/Burattini, che si esibiranno su questo stesso palco a fine serata) e quella di oggi pomeriggio costituisce dunque una succosa anteprima.
Musica cerebrale, destrutturata e spesso al limite dell'astrazione, scaturita dall'incontro tra i nastri magnetici di Marta, riprodotti per tutta la durata della performance, e la chitarra di Stefano, opportunamente trattata e rielaborata, sepolta da chili di effetti ed overdubs, quasi mai suonata in senso canonico. Ci sono momenti al confine con l'Ambient, altri dove le frequenze aumentano e dove i suoni si fanno più invadenti e rumorosi, altri dove affiorano scampoli di melodia trascendente e liberatoria. 45 minuti di immersione pura, due talenti cristallini che hanno saputo trovare una sintesi ideale tra le loro anime.
Lucretia Dalt, in scena a ruota sul palco principale, l’ho appena vista a Milano e rimando al report di quella serata chi volesse ulteriori delucidazioni. Il set, seppur breve, è identico a quello del Bellezza e ha solo il piccolo inconveniente della luce del sole che toglie un po' di fascino al carisma oscuro di queste composizioni. Accompagnata da Alex Lazaro alla batteria e da Cyrus Campbell a basso e contrabbasso, l'artista colombiana offre uno spaccato del suo ultimo, meraviglioso, A Danger to Ourselves, più una manciata di episodi meno recenti. Qualche accorgimento elettronico per riempire il suono, che risulta comunque sufficientemente live, uno spettro stilistico ampio che va dal Jazz al cantautorato di avanguardia, si tratta ancora una volta di un successo annunciato. Felice di averla vista due volte in una settimana perché non so quando potranno esserci altre occasioni.
I Matmos non sono una proposta facile, con la loro elettronica minimale e fortemente debitrice al campionamento di suoni e rumori dalle fonti più disparate. M.C. Schmidt e Drew Daniel riempiono il palco di tutta una serie di oggetti di metallo, che nel corso dell'ora a disposizione andranno a comporre la linea tematica delle situazioni da loro allestite. Rispetto ai dischi, comunque, la componente concettuale risulta minore e ci sono ampi momenti in cui i bpm aumentano e si riesce anche a muoversi un po'. Simpatici e comunicativi, l'impressione è che ci abbiano amorevolmente aperto una porta sulla loro personale visione della musica, e non è un caso che la reazione dei presenti sia stata così calorosa.
Di notevole fascino anche il set di Alessandro Cortini, che arriva proprio quando sta calando il sole e una meravigliosa luna piena si staglia nel cielo proprio di fronte allo stage. Il compositore emiliano, oltre a collaborare in pianta stabile coi Nine Inch Nails, ha dalla sua una lunga serie di dischi e colonne sonore, ed è senza dubbio una delle figure più importanti in ambito di musica elettronica, non solo nel nostro paese.
Stravolgendo le aspettative di chi aveva previsto un set d'impatto e movimentato, il produttore si lancia in un trip psichedelico lento e di grande fascino, con una prima parte in cui a farla da padrone sono bordoni di Synth in pieno stile Tangerine Dream. La seconda parte cresce parecchio, il suono si satura e diventa più profondo, mantenendo tuttavia un certo feeling cosmico e trascendente, fino ad un finale decisamente emozionante e su di giri.
I Big Brave me li ero persi l'ultima volta che erano passati dalle mie parti e avevo molta voglia di recuperarli, nonostante fossi comunque già riuscito a vederli in azione qualche anno fa. I canadesi hanno da poco subito l'abbandono del batterista Tasy Hudson, e hanno deciso di registrare tutto il nuovo disco (In Grief or in Hope, in uscita in questi giorni) in veste di trio, con anche il nuovo entrato Liam Andrews al basso.
Il risultato abbiamo modo di testarlo già questa sera, all'interno di un set incentrato esclusivamente sull’anteprima delle nuove canzoni: l'impronta generale è sempre la stessa, con le chitarre sature ed una perenne cupezza di fondo, ma la voce di Robin Wattie è ora molto più controllata, non urla più e predilige viaggiare su registri più bassi, con addirittura qualche inserto di melodia. Il proverbiale muro di suono che li contraddistingueva risulta ora più riverberato e astratto, con la riflessione concettuale che sembra aver in parte sostituito il martellare ossessivo degli album precedenti.
A me sono piaciuti molto, è innegabile che la performance di stasera sia stata intensa ed ispirata, ma è altrettanto vero che siano in parte diventati un'altra band. L'ascolto del disco ed il prossimo tour contribuiranno probabilmente a ridefinire le cose.
Si chiude sotto il tendone (scelta forse non ottimale, data l'affluenza di pubblico) con Francesca Bono e Vittoria Burattini, autrici, a marzo, di Ora sono un lago, un lavoro davvero sorprendente, di cui si è parlato molto, il secondo capitolo di un sodalizio che va avanti da qualche anno e che ha saputo unire con efficacia le anime di due artiste decisamente diverse tra loro.
Dal vivo l'interazione tra le due è perfetta, con il drumming chirurgico e poliedrico di Vittoria ad incastrarsi tra le pieghe dell'elettronica minimale di Francesca, sostenendola con pattern ritmici sempre vari e donandole dinamicità in più punti.
Brani per lo più strumentali, impreziositi dai vocalizzi saltuari di Francesca, e tutto sommato immediati e diretti nella concezione melodica. Si tratta di una cinquantina di minuti di enorme fascino, ideale per una giornata che ha esemplificato dall'inizio alla fine il perché questo festival è considerato da anni uno dei migliori d'Italia e non solo. Spiace non riuscire ad esserci nei giorni successivi ma confido di riuscire a rimediare il prossimo anno.
