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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
11/05/2026
Edgar Winter
Jazzin’ the Blues
Nel 2004 il leggendario Edgar Winter incide un disco che cerca di “jazzare” il blues, sfruttando altri generi come la fusion e il funk. Il risultato, anche a oltre vent’anni dalla sua uscita, è fenomenale.

Grazie alla rubrica Re-Loudd e alla sua magica time machine torniamo un attimo nel 2004 per riassaporare un disco concepito da un eroe d’altri tempi, che comunque tiene duro anche in questa temibile epoca liquida, come dimostra il recente, bellissimo Brother Johnny.

Il jazz e il blues, racconta Edgar Winter nelle note di copertina che accompagnano Jazzin’ the Blues, sono le due uniche forme di arte americana che rimarranno per sempre imprescindibili nel mondo della musica. Lo storico artista, nato a Beaumont (Texas) nel 1946, sostiene di immaginarsi il blues come l’antico patriarca, con la saggezza e l’esperienza di chi ne ha viste di tutti i colori, e il jazz come il giovane ribelle che ha imparato alcuni trucchetti a sue spese, e pensa di poterne mostrare qualcuno al “nonno”.

Rimuginando filosoficamente su questi argomenti, il polistrumentista albino, fratello minore di Johnny Winter, si è reso conto, però, di non avere ancora pubblicato, in tanti anni di carriera, un album jazz. E così, eccolo pronto a colmare la lacuna.

 

Ovviamente, essendo prevalentemente un musicista blues, Edgar lo fa a modo suo, come spiega chiaramente il titolo stesso dell’opera, puntando, con tutta la sua classe ed eleganza, ad arricchire le dodici battute di scansioni swing e bebop, ma anche di funk e fusion.

Basti ascoltare, per rendersene conto, la sorprendente “Big Bad Bottom”, oppure la formidabile “Brother Luke”, con un virtuoso dello spessore di Steve Lukather (presente anche nella saltellante e sincopata Hunk O’ da Funk”) davvero in stato di grazia alla chitarra elettrica, che duetta con il sax di Winter. Alla fine, quindi, il jazz fa più che altro capolino, principalmente nella sofisticata e lenta “Free Ride (Smooth)”, ancora con il contralto seducente del leader, e nella lunghissima chiusura strumentale del suo classico “Frankenstein (Frankie Swings)”, dominata invece da un organo a tutto swing.

Il resto del lavoro permane in territori blues, accostandosi semmai a una pop fusion di gran raffinatezza in pezzi quali “Keys to the Kingdom” e, soprattutto, “Here’s 2 Guitars”, dalle ritmiche latineggianti ove furoreggia un imperdibile Robben Ford in duetto con la chitarra acustica di Michael Hakes.

 

«Suono la mia solita gamma di strumenti: varie tastiere sintetizzate, pianoforti, organi, bassi e, ovviamente, il sassofono contralto, con qualche incursione nel tenore. Canto anche, dunque ho voluto trovare un equilibrio tra gli assoli estesi per i veri appassionati di jazz e la voce, per mantenere vivo l’interesse degli ascoltatori più generici».

(Estratto dalle liner notes di Jazzin’ the Blues)

 

Sensazionali i musicisti prescelti in questo viaggio elegante e ricco di groove attraverso il passato e il presente: si va da Hiram Bullock (dal tocco inconfondibile in “God Did It”, “New Man”, “More Than Enough” e nell’iniziale, intrigante e coinvolgente title track) e Doug Rappoport, altri pezzi da novanta alla sei corde oltre a Lukather, al poderoso Greg Bissonette, all’instancabile Chris Frazier e all’acuto Rick Latham, che si alternano alla batteria. Pure i bassisti Will Lee, Mark Meadows, Tom Lilly e l’appassionato trombettista Lee Thornburg contribuiscono a tenere alto il livello di un disco riuscito per merito della continua contaminazione, del miscuglio di generi e artisti che hanno ispirato e plasmato la musica di Edgar Winter. L’influenza di Maestri del calibro di Mose Allison, Jimmy Smith, Ray Charles e Cannonball Adderley è chiaramente più evidente proprio in quest’opera.

Lo scorrere degli anni ha portato a Edgar Winter molti colpi di scena inaspettati, dall’epopea con l’indimenticato “fratello Johnny” alle peripezie soliste, agli innumerevoli progetti artistici, tuttavia una sola cosa nella sua esistenza non è mai cambiata: la sua tenace passione per la musica, un amore incondizionato che trasforma il silenzio dell’anima in sinfonia di vita.