Qualche tempo fa, Morrissey venne descritto (da Luca Sofri) come lo zio un po' mattacchione e squinternato che gradualmente – col passare degli anni e l’assommarsi delle sue intemperanze – viene trattato in famiglia con sempre maggiore imbarazzo. Se volessimo continuare nel parallelo, allora andrebbe detto che Johnny Marr è invece quel cugino a modo che tutti abbiamo sempre stimato e che fa sempre piacere vedere nelle riunioni di famiglia.
Non si scappa: ogni volta che si parla dell’uno o dell’altro, per riflesso il pensiero li riassocia alla comune radice rappresentata dal capitolo Smiths (e che capitolo!). Li si mette a confronto, si parla dell’uno in relazione all’ultima dichiarazione dell’altro e così via. In questo gioco infinito, siamo contenti che Johnny Marr passi in Italia per cinque date; la mente non può che andare a quella leggenda metropolitana, del tutto destituita di fondamento, che vorrebbe lui e il suo ex amico in tour nel nostro Paese ad anni alterni. Non è vero, ma è funzionale ad alimentare questa specie di faida.
Intanto, per la data di Roma, la Cavea dell’Auditorium si presenta allestita con i posti a sedere in platea. Gli appassionati che sfidano l’afa sono tanti, ma non da sold-out: siamo ormai in quel periodo in cui la città comincia a svuotarsi. Tra i presenti, a giudicare dalle t-shirt, il tema Smiths è ancora centrale e non può essere eluso.
Puntualissimo, Johnny Marr attacca alle 21 e l’entusiasmo dei fan più accesi è tale che alla prima plettrata sulla Jaguar tutti scattano in piedi e corrono a ridosso del palco. La disposizione iniziale salta totalmente: in un allegro caos l'intera platea si ritrova sotto il palco e la calura viene dimenticata in un attimo.
Se la folla va già in tripudio su “Generate! Generate!”, si può immaginare l’estasi quando arriva “Panic”. Johnny Marr rompe gli indugi e si sfila gli occhiali neri: è tra amici e si può fidare. Dopo “Armatopia” viene ancora il momento degli Smiths con “The Headmaster Ritual”, un pezzo dai contenuti che mi hanno sempre atterrito, ma che in questo contesto di gioia festosa passa facilmente, senza strascichi drammatici.
James Doviak alla chitarra e alle tastiere, Iwan Gronow al basso e Jack Mitchell alla batteria compongono ormai una solida line-up dal sound limpido e dalla comprovata versatilità, capace di accompagnare Marr dalle tracce tipicamente jangle fino alle sperimentazioni di “Spirit Power and Soul”.
Sarà la stessa band al lavoro per The Age of Everything, album in uscita a ottobre che contiene “Spin”, il singolo lanciato in questi giorni. Il brano è in scaletta insieme agli inediti “It’s time” e “All in a life”, eseguiti in alternanza alle indimenticabili “Please, Please, Please Let Me Get What I Want” e “This Charming Man”.
Johnny Marr, coccolato dai fan che inneggiano a lui a più riprese, è di poche parole, ma non rinuncia a sottolineare lo spirito amichevole e il cibo, cibo e ancora cibo che trova in Italia.
Mi guardo intorno e vedo schiere di appassionati dall’età media abbastanza alta. Sicuramente gente che ha vissuto la parabola degli Smiths e i loro dischi nell’età in cui sono riusciti a interiorizzarli al meglio, come parte di una poetica che, parafrasando, riusciva a “dire molto della loro vita”.
Per un caso di serendipity, però, mi capita accanto anche il giovanissimo Alan con due suoi coetanei. Sembrano conoscere anche le canzoni più datate ed è lo stesso ragazzo a raccontare di una coincidenza ancora più clamorosa: “Studio chitarra e i brani di Johnny Marr, ma francamente non sapevo del concerto. Oggi verso le 15.00 mi trovavo in un bar in zona e all’improvviso entra lui. Preso di sorpresa lo chiamo per nome e lui, a sua volta stupito di essere stato riconosciuto, si avvicina. Scambiamo quattro chiacchiere e alla fine, saputo che ero un suo fan ma che non sapevo del live, mi ha regalato tre biglietti... ed eccomi qui! Sono rimasto veramente commosso dalla sua generosità!”.
Adesso mi spiego perché avevo notato Alan a inizio concerto sbracciarsi verso il palco per ringraziare. È in ogni caso la conferma che l’artista continua a essere capace, negli anni, di tessere con il pubblico un legame speciale tramite la propria musica, ma anche con il proprio modo di porsi.
Amore sincero che esplode nella parte finale dello show, con una sequenza di classici da Greatest Hits: “Getting Away with It”, “Stop Me If You Think You've Heard This One Before”, “Bigmouth Strikes Again”, “Easy Money” e infine quel distillato di emozioni e momenti sospesi che è “How Soon Is Now?”
Nello spazio dei bis, dopo la cover di “The Passenger”, non c’è scelta migliore per chiudere e salutare di “There Is a Light That Never Goes Out”, un inno del romanticismo fatale, ma anche di speranza nei sentimenti migliori.
Dopo un set carico di energia e passione, Johnny Marr conferma di essere quel menestrello moderno capace di risvegliare in noi il ricordo delle emozioni dei nostri tormentati anni giovanili. Tuttavia, con la sua attitudine rilassata e bonaria, da artista che non deve più dimostrare nulla, ci rassicura anche nel presente, continuando a ricordarci che anche in fondo ai sentieri più oscuri "c’è sempre una luce che non si spegne mai".
Le fotografie della serata, a cura di Gianluca D'Alessandria











