Un tappeto di silicio e rame copre quasi tutta la superficie del palco dove a breve si esibiranno i sei dell’apocalisse sonora. Le rack di effetti dicono già tanto di quanto andremo a sentire, compresi gli ampli a testata valvolare che ben presto urleranno direttamente nella psiche degli spettatori.
Sono originari di Sassuolo i Julie’s, ma in realtà di ogni parte del mondo, dove le parole contano fino ad un certo punto e il suono domina la scena. Internazionali nel DNA, solo nelle rare volte che comunicano con la sala, realizzi che stai ascoltando una band italiana che si è trasformata in modo poliedrico nel corso degli anni. Sperimentano confini che probabilmente neanche esistono, proiettati nella trasformazione trascendentale del suono e dell’anima, alla ricerca di una ritualità di rara potenza.
Entrano alla chetichella, quasi a dire “scusate l’orario”, le 19.30: potrebbe essere l’ora pigra del tè all’italiana, in attesa del Bianconiglio, invece infilano le unghie nelle carni della preda e non la mollano per due ore piene, senza pause, solo un minuto nel finale del concerto a proporre gli ultimi tre brani, il saluto definitivo. Stavo per urlare ai bis “White Rabbit”, indimenticabile brano degli Jefferson Airplane, un immodesto e alterato suggerimento per valorizzare Anna Bassy come lead vocal, ma poi timidamente ho desistito, chissà magari in futuro ci penseranno, o forse no. Però nel live al Monk le voci, in generale, si sentivano poco, sia sotto palco che in mezzo. Peccato, perché avremmo voluto capire meglio il nuovo tessuto vocale in tutto il suo potenziale.
Anna Bassy ha raggiunto i Julie’s nel 2024, un bella sintonia con la band, compositiva ed espressiva, aggiunge suono al suono, modifica con gli effetti il suo strumento vocale nel lirismo della performance. Tocca corde più “soul” nel cantato tradizionale, quando la scaletta lo consente, ma soprattutto è sintonizzata cerebralmente con tutto l’ensemble, immersa nel suo viaggio mentale, ad occhi chiusi, alla ricerca delle sfumature più fini, a cesellare il rito sciamanico sonoro che i sei componenti raggiungono quasi subito nel live di Roma. Bassy ha anche contribuito alla scrittura di molti brani di Radiance Opposition, una centralità nei nuovi Julie’s Haircut che non è estemporanea, ma un nuovo progetto di vita.
Poliedrici, dicevamo, ma anche polistrumentisti in un continuo alternarsi di ruolo, soprattutto tra Andrea “Scarfo” Scarfone e Nicola Caleffi, un gioco di alternanze per rimarcare che ogni brano dei Julie’s ha precise architetture sonore, dove nulla o quasi è lasciato al caso. Andrea Rovacchi, un centro di gravità permanente dietro alla sua tastiera e al suo sinth MOOG che ospita a volte il dinamico Nic Caleffi. Luca Giovanardi quasi a metà del live ringrazia di cuore i presenti che “invece di esser andati allo stadio a vedere la Roma”, erano lì a stringersi, e profeticamente, pur sapendo di mentire, annuncia la vittoria della squadra capitolina. Vittoria che si concretizzerà invece almeno mezz’ora più tardi: a Roma, per molto meno, i tifosi del calcio gettano nel cestino l’intera discografia.
Ulisse Tramalloni, solidissimo drummer di sostanza, scandisce la ritmica del sestetto accompagnando con qualche percussione i momenti più intimi del live. Luca Giovanardi, spesso lead vocal, alterna due chitarre, costruisce un diluvio di note estatiche che inseguono sovraincisioni di acufeni urlanti, innescando a cascata fughe lancinanti, allucinate, quasi al limite del dolore, non sappiamo se fisico o mentale. Confine labile, quello.
La scaletta alterna varie epoche della band, un bel viaggio nell’eclettismo e sperimentazione, l’essenza dei Julie’s che con coraggio e tanto cuore reinterpretano il futuro con luce nuova.
Il concerto finisce, ci sentiamo presi a ceffoni da una valanga di suoni, temiamo la sordità ma in realtà il volume, almeno davanti, non era eccessivo; le orecchie sono quasi salve. Rimane unicamente il piacere di aver vibrato assieme ai Julie’s condividendo qualcosa di impalpabile che, nell’800 come oggi, chiamiamo “affinità elettive”.
Le fotografie della serata, a cura di Matteo Nasi









