Sembrava una serata destinata a una sala vuota, spettrale, lugubre quasi quanto la pioggia che martellava l’asfalto fumante. Invece, una volta scrollata la pioggia dagli abiti, il calore dell’Hacienda ha aperto le braccia e ha accolto i presenti con il suono caldo e avvolgente di sottofondo di Bluemarina, designer e dj sicula, suadente musa che fa della fluidità mediterranea il suo marchio di fabbrica.
Neanche il tempo di finire con i soliti rituali viziosi del pre-concerto, che la biondissima svizzera Natasha Polké inizia il suo show. Al di là della sua auto-definizione di musica “malinconica”, il suo dj set romano incanala invece il pubblico verso un mood piuttosto allegro, disegnando con voce suadente e ammiccanti atmosfere dance house morbide, un tappeto ideale per scaldare l’atmosfera. Di forte impatto la presenza scenica di Natasha e ancora di più le sue avvolgenti braccia affusolate che, come una dea contemporanea, accompagnano il cantato, quasi a dirigere le emozioni di una ideale orchestra emozionale di spettatori. Suoni molto curati, valorizzati dall’ottimo impianto della location romana, per un’ora di live set, suonato anche con percussioni sonore, synth, tastiere varie, campionamenti e tutto l’occorrente. La parte più apprezzata dell’esibizione è quella su toni più techno, dove la voce, a volte un po’ monocorde, lascia maggiore spazio alla parte compositiva, di alto livello. La Polké sarà in tour in tante venue europee durante l’estate: si segnala in particolare la data dell’11 agosto allo Sziget Festival di Budapest, una bella occasione.
La sala va sempre più riempiendosi tenendo fede al soldout annunciato qualche giorno prima: ormai è un tappeto di corpi dal palco al mixer e oltre. Tanti per i Kerala Dust ma quasi tutti per i Royksopp. Un mix generazionale di alto livello, molti “anta” per rivivere le sensazioni dei club primi anni del nuovo secolo, molti “enta” per la proposta più attuale dei Kerala Dust, figli dei tempi ibridi attuali. Rari i ventenni, ma quei pochi senz’altro mossi dal desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo dal passato e agganciarsi all’attualità più recente.
I Kerala Dust usano come intro per entrare sul palco un brano di Olmo, "Tornerai": un omaggio al nostro Paese e a Francesco Lo Giudice (Olmo)? Probabilmente si conosco nella reciproca frequentazione berlinese o semplicemente i Kerala Dust apprezzano il brano, chissà… . Almeno tre componenti della band, escluso il batterista, hanno vissuto insieme a Londra, ma in realtà sono cosmopoliti, tra Berlino, Svizzera e U.K. . Edmund Kenny, il fondatore della band, compositore, produttore, programmer, chitarra e soprattutto voce dei KD, ha dalla sua anche un periodo in India, da qui il nome della band.
Si parte subito con grande intensità, tre brani di spessore: "Have You Heard Good News", "The Orb", "How The Light Get In". C’è immediatamente tanta fisicità in Edmund Kenny, che sottolinea, incarna e vive lo show con tutto il corpo, contorcendosi ad ogni vibrazione e andando a fomentare il pubblico, che rimane a tratti sconvolto dall’impatto sonoro “trance dance psichedelico” del quartetto. Si getterà più volte nello spazio tra il palco ed il pubblico, con la chitarra sopratutto, proprio a cercare un contatto diretto con i fan in prima linea. Kenny trascina tutto e tutti, dai compagni della band al pubblico in un vortice emozionale intenso, per chi apprezza, e a giudicare dai movimenti della sala si può dire per la quasi totalità. Luci molto belle che sembrano una esplosione di polvere colorata durante l’Holi Fest: 10 e lode al tecnico.
I Kerala Dust si ritrovano perfettamente con la definizione della loro musica, rivelata durante una video intervista di Edmund disponibile on line: “Afterhours psychedelic rock for nightclubs”. Ho sentito distintamente nel mio cuore musicale quanta importanza hanno avuto per i Kerala Dust i Depeche Mode nella loro formazione culturale, del resto sono connazionali. Dai Depeche derivano alcune sonorità e il modo di esplodere dei brani che tanto hanno fatto amare la mitica band Inglese in diversi decenni. Ma soprattutto la voce di Kenny ricorda il timbro e la metrica di Dave Gahan, quella profondità e spessore che va a toccare corde sensibili, spesso declinando sfumature di sofferenza vissuta, rintracciabile in alcuni testi del loro ultimo album An Echo Of Love.
Dopo un’ora e mezza di live i Kerala Dust salutano senza troppe smancerie ("I love this!") per lasciare il palco al DJ set dei Royksopp, il più atteso della serata, il mito del downbeat elettronico più longevo della storia, incarnato da due icone della musica.
Nati in Norvegia e patrimonio della musica internazionale, Torbjorn Brundtland e Svein Berge vengono accolti come divinità scese sulla terra ed incastrano tra i primi brani "Everything in its right place" dei Radiohead. E’ un boato del pubblico che sovrasta per un attimo il volume (altino) della musica, a suggellare l’amore per la proposta.
Il dj set si snocciola per una scaletta che non abbiamo potuto avere: trip hop, disco, elettropop, e cento altre influenze vibrano tra i presenti facendo un balzo di oltre 25 anni indietro, con il binocolo puntato verso la prua di una nave che non intende fermarsi in un porto sicuro. I due nostromo norvegesi solcano da tanto i mari del nord Europa mixando e rimixando anche i grandi della musica come Depeche Mode ("Ice Machine") o Queen of the Stone Age ("Go with the flow"), una sapienza che spazia su generi differenti senza perdere di vista la qualità.
Il dj set generoso dei Royskopp scioglie ogni resistenza al ballo, dissipando le restanti energie dei presenti per un evento difficile da dimenticare.
Le fotografie della serata, a cura di @forafewshotsmore
Röyksopp





Kerala Dust











Natasha Polké





Per la gallery completa di Matteo Nasi, @forafewshotsmore: https://www.flickr.com/photos/91482916@N06/albums/72177720333721784
