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MAKING MOVIESAL CINEMA
07/01/2019
Sam Peckinpah
Killer Elite
All'interno della filmografia di Peckinpah, Killer elite, insieme a una manciata di altri titoli, viene considerato un minore, uno di quei film dove meno si avverte la poetica e la cifra stilistica del regista di Fresno, frettolosamente liquidato come un parto dallo scarso interesse.

Pensiamo a Sam Peckinpah e ci torna alla mente il massacro de Il mucchio selvaggio, uno dei western più iconici della storia del Cinema, la fuga verso il Messico di Steve McQueen in Getaway al fianco della bellissima Ali MacGraw, titoli ormai impressi a fuoco nella mente degli appassionati come Pat Garret e Billy Kid o Voglio la testa di Garcia; indubbiamente lo zio Sam nel corso degli anni ha saputo lasciare il segno negli annali della Settima Arte nonostante la sua rappresentazione della crudeltà e della violenza gli abbiano valso le infelici etichette di regista misogino e fascista.

All'interno della filmografia di Peckinpah, Killer elite, insieme a una manciata di altri titoli, viene considerato un minore, uno di quei film dove meno si avverte la poetica e la cifra stilistica del regista di Fresno, frettolosamente liquidato come un parto dallo scarso interesse. Killer elite esce in anni in cui la corrente impegnata e indipendente della New Hollywood è ancora viva, pellicole che in qualche modo affrontano tematiche simili a quelle toccate da Peckinpah in questo film, I tre giorni del Condor di Pollack ad esempio, riscuotono un grande successo e ancor oggi sono considerati come tasselli importanti del Cinema statunitense degli anni 70. Probabilmente alcune scelte del regista hanno ridimensionato e in parte inficiato le potenzialità di buona riuscita che in nuce anche un film come Killer elite avrebbe potuto sfruttare. Nel complesso il film non è da dimenticare come sostiene qualcuno, sicuramente presenta dei difetti nella parte centrale in cui si dilatano oltremisura i tempi dedicati alle vicende personali del protagonista, alcune prive di grandi sviluppi, mentre la trama centrale del film va in stand by, ripresa poi nell'ultima parte con derive di generi diversi che forse un poco di credibilità al film la fanno perdere. I contenuti però non mancano, Peckinpah in maniera abbastanza diretta formula una sorta di denuncia sui metodi poco puliti e ortodossi che Servizi come la C.I.A. adoperavano su suolo statunitense per perseguire i propri scopi: corruzione, utilizzo di organizzazioni mercenarie non sempre specchiate, violenza.

Mike Locken (James Caan) e George Hansen (Robert Duvall) sono due mercenari al soldo di un'agenzia privata che presta i propri servizi anche alla C.I.A.; i due amici sono specializzati in estrazioni e conseguente protezione di personalità politiche di strategica importanza. Ma in un ambiente dove è il profitto a comandare il gioco, anche il tradimento è da mettere in conto, aspetto che forse Locken ha sempre sottovalutato. Mike si troverà così gravemente ferito, tradito dal suo migliore amico, impossibilitato a riprendere il lavoro e costretto a una convalescenza lunghissima. Col tempo, grazie a una caparbietà infinita, l'uomo si troverà di nuovo in pista a dover affrontare proprio il suo vecchio amico in un'operazione nella quale potrà contare solo su un team fidato davvero ristretto.

La prima parte del film è intrigante, ci presenta la situazione iniziale dalla quale ci si potrebbe aspettare un film sulla scia de La conversazione (Coppola) o similare a Il maratoneta (Schlesinger), le riprese sulla San Francisco dei Seventies da parte di Peckinpah colpiscono ancora, Caan e Duvall sono due presenze caratterizzanti dell'epoca e due professionisti che non scopriamo certo oggi. I presupposti sono ottimi: un bell'incipit, azione solida, intrighi e ottimi interpreti. Il film poi esplode, arriva al suo culmine e si trasforma in una lunga narrazione dove seguiamo principalmente l'incidente e la successiva riabilitazione del personaggio di Caan, una parte centrale lunga, dai ritmi dimessi, utile per inquadrare meglio il personaggio e che si concede anche qualche divagazione superflua (l'infermiera interpretata da Kate Heflin) ma che finisce inevitabilmente per spezzare e smorzare il ritmo del film. Sotto i riflettori rimangono i vertici dell'organizzazione per cui lavoravano Mike e George, i possibili voltafaccia dei loro capi, poi si passa nuovamente all'azione con la creazione di una mini squadra composta dallo stesso Mike, dall'autista Mac (il noto Burt Young) e dall'esperto d'armi Jerome (Bo Hopkins). Il confronto tra questo team e il vecchio amico George riporta tutto su binari più solidi e coinvolgenti, l'ultimissima parte del film invece, seppur ambientata in una location affascinante, richiede da parte dello spettatore un'apertura mentale non da poco, in quanto in un contesto a loro estraneo entrano in scena addirittura dei ninja peraltro davvero poco credibili e ancor meno minacciosi se anche un infortunato James Caan riesce a tener loro testa senza particolari problemi.

Poteva indubbiamente uscirne un film migliore, più incisivo, più solido; l'impressione è che sia per qualche ragione saltato l'equilibrio di un progetto che poteva rivelarsi prezioso per la corrente della New Hollywood. Peccato, ad ogni modo la visione di Killer elite rimane piacevole, è uno dei tanti modi di godere dell'artigianato di tempi ormai perduti.