L'attesa per il primo omonimo capitolo discografico de La Fossa Delle Marianne si è finalmente conclusa. La band romana, mossa e guidata dall'inconfondibile vena creativa di Nico, figura ben radicata nella scena underground italiana con lo pseudonimo di John D. Raudo, si affaccia sul mercato con un debutto che suona già come il testamento di una maturità artistica decennale.
Sebbene si tratti della prima uscita ufficiale a nome La Fossa Delle Marianne, è letteralmente impossibile scindere quest'opera dalla densa discografia precedente e dal retaggio dei suoi componenti. Le ombre stilistiche dei Marnero, le influenze ruvide sviluppate in progetti limitrofi e gli echi di quell'estremismo sonoro tanto caro al circuito indipendente permeano le fondamenta di questo nuovo progetto.
Tuttavia, non ci troviamo di fronte a un mero riciclo di espedienti passati: la band propone un'evoluzione chirurgica in cui la potenza del post-hardcore viene costantemente stemperata ed espansa in dilatate e nerissime atmosfere post-rock. L'album si snoda attraverso dieci tracce che formano un ecosistema narrativo inscindibile.
L'apertura è affidata a "Un Piede nella Fossa", brano che non fa prigionieri e costruisce un muro del suono invalicabile. Qui, l'urgenza espressiva tipica di Raudo si sposa con riff granitici, richiamando l'aggressività della sua produzione passata per poi cedere il passo a strutture ritmiche sincopate. La successiva "Fissa Comune" mantiene alta la tensione, introducendo progressivamente quei chiaroscuri melodici (a tratti asfissianti) che diventeranno la cifra stilistica dell'intera opera.
Uno dei momenti più ispirati e inaspettati è senza dubbio "La Fine del Mondo (Gigi Mangione Libero)", che vanta l'interessante collaborazione di Girless. In questa traccia il registro muta: l'attitudine distruttiva dell'hardcore fa spazio a una narrazione dal sapore agrodolce, dove la disperazione metropolitana si incrocia con dinamiche quasi cantautorali e spoken-word, mettendo a nudo una pregevole versatilità compositiva. "We are the Scempio" gioca invece sulle armi dell'ironia amara e dell'alienazione, temi da sempre portanti per chi mastica la scena alternativa italiana più intransigente.
Nella seconda metà, l'esordio si cala in territori ancora più lenti, atmosferici e riflessivi. Canzoni come "Usa la Fossa" e "Lo Scorpione e il Calamaio" mettono in mostra la vera anima post-rock della band. Costruiti su arpeggi circolari malinconici e crescendo strumentali che montano in modo angosciante, i brani dimostrano come il gruppo abbia assimilato e personalizzato l'eredità di maestri internazionali della disperazione in musica (da formazioni come gli Envy fino al math/slowcore anni '90).
A sospendere per un istante l'apnea interviene l'"Interludio #00", uno stacco quasi necessario per permettere all'ascoltatore di rifiatare prima del colpo di coda finale. Il sipario viene infatti calato da "Obtorto Collo", "Il Tombatolo" e soprattutto "Reparto 77", traccia lunga, densa e splendidamente teatrale che riassume l'intero concept estetico del gruppo: accettazione della sconfitta, nichilismo urbano e un fascino per il baratro da cui, inevitabilmente, non si può distogliere lo sguardo.
La Fossa Delle Marianne è un disco potente, livido, nato da una reale urgenza comunicativa ma confezionato con una cura maniacale dei suoni e dei bilanciamenti. Perché, allora, non sfiora il capolavoro assoluto? Nonostante l'indubbio valore, il disco paga talvolta lo scotto di una certa prevedibilità strutturale. Il continuo appoggiarsi al contrasto dinamico arpeggio sussurrato / esplosione urlata (formula tipica del genere) toglie un po' di effetto sorpresa a un paio di snodi centrali. Inoltre, per i fan di vecchia data che hanno consumato i solchi della discografia dei Marnero e dei precedenti progetti di John D. Raudo, alcune progressioni armoniche e soluzioni metriche suoneranno fin troppo familiari, tradendo il restare dell'artista all'interno di una sua definita (seppur eccellente) "comfort zone".
Al netto di questi lievi imperfezioni, resta un disco di debutto massiccio e ispirato. Una buonissima dose di malinconia elettrica, ideale per l'inquietudine dei nostri tempi, che conferma il talento inscalfibile dei suoi autori.
