«Tutto quello che fanno è divertente e fantastico, ma si basa su fondamenta davvero solide».
(Estratto da intervista a Eric Clapton per il DVD del Crossroads Guitar Festival 2004)
Assestati, all’epoca, già da ben quarantadue anni in modo inossidabile sulla stessa formazione a trio, nel 2012 gli ZZ Top mettono a punto un lavoro di grande classe, La Futura, il cui titolo richiama alla memoria quelli in spagnolo dei primi album (Tres Hombres, Fandango, El Loco, Deguello).
Entrati in studio dopo quasi una decade, Billy Gibbons e soci scelgono Rick Rubin, produttore dalla grande barba (guarda caso) e dal talento certo, con il compito di unire il loro blues dei primordi con il nuovo gusto.
«Volevamo tornare al suono diretto delle nostre prime opere, ma anche esplorare differenti orizzonti sonori», queste le dichiarazioni dei “barbudos” in quel periodo, a conferma del percorso intrapreso. Un bersaglio perfettamente centrato, caratterizzato da una straordinaria forza espressiva sostenuta dalle solite splendide chitarre blues e piccoli accorgimenti che ogni tanto regalano echi, dilatazioni del suono e chiusure secche e inaspettate.
Il grande merito di Rubin rimane, comunque, quello di riportare la band al sound grezzo delle origini, di far loro dimenticare quanto negli anni avevano concesso ad atmosfere più easy. Si narra di prove estenuanti per ritrovare lo spirito delle radici, di riff rifatti mille volte per spogliarli dalle sovrastrutture, di un duro lavoro per ritornare quei ragazzacci degli inizi che salivano sul palcoscenico con i cactus e le mandrie. E, come si suol dire, la diminuzione a volte costa più dell’aggiunta, ma alla fine ci si rende conto che la semplicità può regalare grandi soddisfazioni. Certo, si corre il rischio di fare il verso a se stessi, di seguire strade già note, tuttavia cos’è l’originalità se non l’espressione dell’identità, della propria storia e dei propri assiomi?
Si parte con “I Gotsta Get Paid”, pubblicato precedentemente in un EP digitale dal titolo Texali insieme a “Chartreuse”, “Consumption” e “Over You”, che pure qui costituiscono l’incipit della scaletta. Sono quattro tracce che danno l’esatta idea di come sarà il disco: tosto, con la voce di Gibbons molto centrata, la chitarra che piange e un pizzico di elettronica che non fa mai male, anzi a volte spinge la sei corde a distorcere e di tanto in tanto a creare effetti particolari, comunque in buona sintonia con il suono portante.
“Fly high
I'm never satisfied
Fly high
I'm takin' one last ride
Fly high
I'm bone dry and I'm waiting to die
Fly high
Don't you know it’s hard to signify”
("Flyin’ High")
Arrivano poi “Heartache in Blue”, con una bella armonica dello scatenato ospite James Harman spesso in primo piano, “I Don’t Wanna Lose, Lose, You”, probabilmente il brano più bello, sempre intriso di blues, tuttavia anche capace di strizzare l’occhio al rock, e “Flyin’ High”, un titolo non a caso per una canzone che ha tenuto compagnia a un astronauta dello Soyuz in un viaggio nello spazio.
C’è ancora tempo per “It’s Too Easy Mañana” e “Big Shiny Nine”, due pezzi per ricordare pure quanto Frank Beard e Dusty Hill (la sua recente dipartita è ancora un pugno nello stomaco) siano la sezione ritmica più incredibile di una band ineguagliabile. Da non dimenticare, infine, “Have a Little Mercy”, venata di un pregevole funk, degna conclusione di un album spettacolare.
Coerenza, passione e un amore infinito per le sette note. Blues potenti e graffianti con influenze psichedeliche, contaminazioni elettroniche e new wave, mantenendo sempre un forte sapore texano. Questi sono gli ZZ Top, con le loro iconiche lunghe barbe bianche e le loro auto hot rod. Un sogno durato oltre cinquant’anni e, tuttora, mai infranto nonostante la scomparsa di Hill. Un pezzo di storia del rock, un gruppo imprescindibile per chi ama il genere, adorati per la loro musica, il carisma e lo stile inconfondibile. La Futura regala emozioni anche (quasi) quindici anni dopo la sua pubblicazione. Non perdiamocelo.

