Un'opera la cui gestazione attraversa quasi un quarto di secolo porta inevitabilmente con sé il peso specifico del tempo, delle riflessioni sedimentate e delle evoluzioni personali. La Milleundecima Notte, rappresenta l'ultimo ambizioso progetto anti-classico di Enrico Gabrielli, giunto a compimento per celebrare la trentesima uscita della collana 19'40".
L'ex Afterhours, e mente di Mariposa e Calibro 35, si fa carico di uno sforzo titanico e solitario, sovrapponendo il ruolo di compositore a quello di polistrumentista in un lavoro concettuale nato nel 2005 attorno a un libretto scritto nel 2002 da Sergio Giusti, a sua volta ispirato all'omonimo racconto di Michael Ende tratto da La prigione della libertà.
L'ascoltatore viene immediatamente immerso in una decadenza palpabile, calato nelle polveri di una corsia d'ospedale a Baghdad il 10 novembre 2005, in pieno conflitto iracheno. Qui si consuma lo scontro frontale tra la sterile pretesa di controllo di un Occidente vittima della propria superbia tecnologica e la mistica, insondabile profondità dell'Altro. Due militari statunitensi, il solerte Tenente Brod e l'ambiguo Colonnello Crow, interrogano un mendicante cieco di nome Insh’allah, costringendolo a rievocare il proprio doloroso passato. L'uomo, un tempo ricco mercante devoto al libero arbitrio, racconta di essere stato ingannato dalla figura diabolica di Iblîs e catapultato in una prigione psicologica con centoundici porte, dove subisce i sadici indovinelli logici di entità chiamate "L'Altro". È una profonda metafora filosofica che indaga il paradosso della libertà assoluta, rivelatasi un'eterna e intima prigione da cui ci si emancipa solo spogliandosi della propria singola identità.
Gabrielli crea una partitura densa e teatrale, una lenta e inesorabile discesa verso il caos e la disgregazione della forma, un crepuscolo sonoro che disintegra le certezze standardizzate. Quest'opera contemporanea è il frutto di innumerevoli sovraincisioni febbrili in cui l'autore suona letteralmente ogni elemento. Escludendo di proposito archi e chitarre, Gabrielli costruisce un muro sonoro stratificato fatto esclusivamente di tastiere vintage (Wurlitzer, Rhodes, organi Eko e Gem), fiati (flauti, clarinetti, sassofoni), glockenspiel e drum machine.
La genialità del disco risiede nella sua spietata dicotomia strutturale: mentre le parole di Giusti si ancorano ostinatamente a una metrica rigorosa, perfetta allegoria della rigida razionalità militare americana, la musica rifiuta le punteggiature convenzionali collassando in un fluido magmatico e inafferrabile.
A dare vita a questo dramma sul palcoscenico di otto tracce è un cast vocale scelto con cura millimetrica. Vincenzo Vasi dona a Insh'allah una vocalità volutamente non lirica, spiccatamente allucinata e teatrale, mentre Lorenzo Esposito Fornasari si sdoppia magistralmente nei due militari dalle psicologie contrastanti. Francesca Biliotti presta la voce alla tentatrice Iblîs e lo stesso Gabrielli incarna le voci incorporee de L'Altro.
Lo sviluppo narrativo e musicale procede con un ritmo incalzante e destrutturato:
Introduzione e Scena I: Un misterioso climax tonale apre il disco, lasciando poi spazio a un esplicito omaggio al Nixon in China di John Adams per parallelare lo straniamento e l'incomunicabilità degli americani in terra straniera. La seconda parte introduce il protagonista attraverso un affascinante "inciampo melodico".
Scena III: È il cuore pulsante dell'opera. Nel descrivere la stanza delle centoundici porte, l'impianto pseudo-tonale si dissolve in grappoli di note e moduli reiterati, crescendo con un'intensità quasi da musical fino al momento di vertiginosa presa di coscienza in cui le molteplici porte diventano una sola.
Scena IV: Il ritorno alla cruda realtà dell'ospedale chiude l'opera con un epilogo raggelante. Nessuna morale rassicurante ad attendere l'ascoltatore: mentre gli ottusi militari si allontanano, la composizione è suggellata unicamente dalla beffarda e liberatoria risata di Insh'allah che rimbomba nei corridoi.
Più che un semplice album discografico, La Milleundecima Notte è un raffinato disegno che fonde misticismo orientale, spietata critica geopolitica sulle "tecnologie soverchianti" e interrogativi irrisolvibili sull'identità. In un'epoca devota al consumo rapido, un lavoro concettuale che ha richiesto anni di limature conferma la statura visionaria e senza compromessi di Gabrielli. Una mosca bianca e un atto di resistenza pura, rivolto a chi è ancora disposto a perdersi per esplorare le stanze oscure della mente.
