Oltre due mesi per scrivere questa recensione. Per un curioso gioco del destino la pubblicazione de La Nascita è concisa con una lenta perdita, una di quelle importanti, di quelle che ti lasciano senza troppe parole. Eppure percepivo che La Nascita era una rinascita, non un semplice un vagito della prima ora, ma una ricostruzione minuziosa del passato.
Per la prima volta The Niro si auto produce e suona ogni singola nota, un bel rischio da correre in tempi di super produzioni e collaborazioni altisonanti (e spesso improbabili). Non è questo il caso, infatti l’album è stato realizzato in casa e, lo sottolinea l’autore, in solitudine: a marcare una ricerca assoluta di ascolto profondo, senza rifrazioni ed echi, l’essenza dell’anima nel suo candore, come in una nuova vita, come in una nuova dipartita.
La voce di Davide Combusti tocca le corde più profonde dell’intimità di ciascuno, e lo sa bene. In tanti anni di carriera apre prestigiosi concerti con artisti internazionali e non, squarciando con il suo modo di cantare ogni ridicola resistenza alle emozioni. Spoglia l’anima, sfilando con dolcezza ogni velo di apparente durezza che la società attuale impone come modello unico e disumano. No, finché avremo sensibilità artistiche così umanamente vulnerabili e resistenti, intimamente la fiammella della speranza rimarrà accesa.
11 brani cantati in italiano e inglese, senza uno schema preciso, una serie di fotografie quasi sempre autobiografiche, accompagnate dal lirismo vocale che segna ogni brano di The Niro. Una nascita non è mai perfetta, il travaglio lascia i segni dello sforzo e la creatura fa i conti con qualche segno inevitabile.
L’auto produzione dell’album lascia il dubbio che qualche arrangiamento potesse essere meno “minimale” aggiungendo un tocco di imprevidibilità creativa che avrebbe arricchito la componente musicale. La batteria di "So Odd", ad esempio, è veramente essenziale, magari come scelta stilistica da rispettare, ma per un pubblico più maturo ed esigente, anche solo per anagrafica, arrangiamenti e suoni possono incorniciare ancora meglio le tante emozioni che The Niro distilla in ogni brano. Un album che cresce con l’ascolto, che apparentemente scorre via frivolo, ma che invece rimane inciso solidamente nelle sinapsi e non ti lascia più.
"La Nascita": un viaggio nel passato alla ricerca di se stessi, vibrano le corde esistenziali, atmosfere sonore che ineluttabilmente ci portano in zona Radiohead. Tempo di esistere.
"Nessun Rimpianto": la necessità di scoprire e interpretare il mondo, anche a costo di sbagliare. Echi di reggae. Ti lascerò tutto di me.
"So Odd": un invito a rialzarsi ad ogni caduta, il manifesto di vita di The Niro, per non cadere nelle malinconie del passato. I try to live every fuckin’ day with a smile.
"Bergman" registra l’assenza di empatia ai giorni nostri, la possibilità di ferire gli altri senza avere l’intenzione di farlo, la necessità di raccontare tutto ciò. I wanna a empty man.
"My Desires": la solitudine come rimedio per evitare di far danni, di ferire l’altro, dimensione essenziale per comporre il quinto album di inediti. I didn’t know my desires.
"Tarantola": la rabbia al modo di The Niro, dall’italiano all’inglese nello stesso brano, ruolo vittima carnefice ribaltati, necessità detox. You tried to involve me.
"I have a dream" rivive lo spirito di Martin Luther King e il suo sogno di fratellanza e sorellanza, sempre attuale. I felt good I needed cry.
"Borderline": un anti-inno dedicato ai disturbati che disturbano le nostre esistenze, dalla quotidianità familiare ai potenti politici borderline che bullizzano l’esistenza dei più indifesi. Fuck to my pain.
"Amsterdam": una visione dal passato, una pole-dance nelle vetrine di Amstel che rievoca atmosfere trasognanti a luci rosse, tra struggente malinconia e sensualità. I feel alive I feel alone.
"Ulisse": alla ricerca del posto sicuro dove ripararsi dalle difficoltà della vita. Senza un porto cosa resta di me.
"Rainy Days": si sogna una giornata di sole dove esporre il petto gonfio alla brezza marina, come un marinaio di Conrad. I dream a sunny day.
Questa recensione è dedicata alla memoria di mio padre “John” Larsen II, anima mite, colui che mi ha mostrato, senza imporre, la via della musica e delle arti. Per questo sarà sempre accanto, finché musica suonerà.

