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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
31/07/2026
Live Report
La Nina, 28/07/2026, Auditorium Parco della Musica, Roma
La Niña incanta con i poteri del Sud e della Natura, attraversando registri antichi e contemporanei con una personalità che non assomiglia a nessun'altra. Magnetica e necessaria. Questo il nostro racconto della serata e queste le fotografie di quello che non è stato un concerto, ma un rito contemporaneo.

Carola Mocci, La Niña sul palco, è ormai una tempesta perfetta di quelle che energizzano e sfidano a sentire la vita più intensamente, con una leggera inquietudine. Ha vinto un Premio Tenco, strabilia qualsiasi pubblico. È un insieme di talento innegabile (l’assolo di tamburello con la fenomenale Francesca Del Duca), pignoleria (autoconfessione), classe (“Pica Pica”) e ruffianeria (“Salomè”). È la tradizione popolare dal sarcasmo invincibile (“Oinè”) ed è l’innovazione (“Tremm’”), rispettosa ma inesorabile (“Maruzzella” col morphing!). Infine, è l’impegno arrabbiato (“Guapparia”) e una filosofia profonda che guarda all’”altro” da nuovi angoli (“Manalonga”, favola da nonna modernissima).

Rispetto allo Spring Attitude di un anno fa, la troviamo più introspettiva, bucolica e spontaneamente chiacchierona, e tutto questo senza alcun calo di energia. Grazie anche alla stupefacente e più defilata formazione in supporto, sempre imperniata sul caleidofono che è Alfredo Maddaluno e sul “terremoto” Del Duca, ma che ora ci presenta Chiara e Francesca Diletta. Nonostante Carola li abbia ripetuti, non riusciamo a trovare i cognomi. Saranno però L’Usignolo, alla voce, e la Serpe, al flauto tentatore. E ci sarebbe molto di più da dire, anzi da ascoltare.

E poichè i redattori cedono al caldo mortale (ma i fotografi resistono imperterriti!) oggi per la scrittura ci affidiamo ad una nuova voce, non tecnica ma dall’anima talmente perduta nella Fùresta da doverne uscire con le sue stesse parole, insieme a voi.

 

C'era qualcosa di insolito nell'atmosfera che si respirava ieri sera alla Cavea dell'Auditorium. Non il consueto rapporto tra palco e platea, ma la sensazione di essere stati invitati nel giardino di una casa di amici, dove la musica diventa occasione di incontro, ascolto e condivisione. Era il mio primo concerto di La Niña e l'impressione è stata quella di assistere a un'esperienza più che a uno spettacolo.

La prima cosa che colpisce è la sua presenza scenica. La Niña sprigiona un'energia inesauribile, è magnetica, catalizza lo sguardo con una naturalezza rara. È impossibile distogliere gli occhi da lei. Ogni gesto sembra necessario, ogni movimento accompagna il racconto musicale senza mai diventare manierismo. La sua voce, potente e duttile, attraversa registri antichi e contemporanei con una personalità che non assomiglia a nessun'altra.

Ed è proprio questa la forza della sua proposta artistica. La Niña non recupera la tradizione per nostalgia né la usa come semplice repertorio folkloristico. La attraversa, la reinventa, la porta nel presente. Le sonorità popolari del Sud, i canti ancestrali, la lingua napoletana, le percussioni e i richiami alla natura convivono con una scrittura contemporanea che parla di identità, libertà, corpi, spiritualità e appartenenza. La tradizione, nelle sue mani, non è memoria immobile ma materia viva, capace di dialogare con il presente e di interrogare il futuro.

La scenografia, essenziale e poetica, contribuiva a creare questo clima di intimità: rami, tessuti di taffetà, elementi naturali che sembravano respirare insieme alla musica. Poi è accaduto un piccolo miracolo. Nel corso della serata si è alzato l'unico soffio di vento, proprio mentre La Niña invitava il pubblico a riscoprire l'empatia, ad ascoltare i suoni della natura e il richiamo degli animali, fonte di ispirazione del suo immaginario artistico. I teli hanno iniziato a muoversi come animati da una forza invisibile, trasformando quella coincidenza in un momento di rara suggestione. Per un attimo è sembrato che la natura stessa rispondesse al suo invito.

La Niña non è mai apparsa al centro della scena come una protagonista distante. Al contrario, ha condiviso costantemente il palco con i suoi musicisti, valorizzandoli con generosità e lasciando spazio ai loro interventi. Una scelta che racconta molto della sua idea di musica: un linguaggio collettivo, costruito sull'ascolto reciproco. E il livello della band è straordinario. Ogni musicista contribuisce a creare un tessuto sonoro ricco, capace di intrecciare tradizione e ricerca senza perdere spontaneità. L'apice emotivo arriva con la tammurriata. La Cavea si trasforma improvvisamente in una piazza del Sud: il pubblico si alza, canta, balla, batte le mani seguendo un ritmo che sembra appartenere a una memoria collettiva. Lo sguardo corre inevitabilmente verso la percussionista: quelle mani che scivolano sul tamburo con una velocità impressionante hanno qualcosa di ipnotico, quasi magico. Non è soltanto virtuosismo, ma il recupero di un gesto antico che continua a parlare al presente.

Ciò che resta, al termine del concerto, non è soltanto il ricordo delle canzoni, ma la sensazione di aver partecipato a un rito contemporaneo in cui musica, natura e comunità si incontrano. La Niña riesce a trasformare il concerto in uno spazio di accoglienza, dove il pubblico non è semplice spettatore ma parte di una narrazione condivisa. È una qualità rara, che rende la sua musica viva ben oltre la durata dell'esibizione.

 

 

Le fotografie della serata, a cura di Matteo Nasi (@forafewshotsmore)

 

Se volete ripostare le fotografie, taggate @forafewshotsmore