Cerca

Banner 1
logo
Banner 2
MAKING MOVIESAL CINEMA
03/03/2021
Sidney Lumet
La Parola ai Giurati
La parola ai giurati, come suggerisce anche il titolo del film, rientra nel filone processuale inserendosi però nel genere con parecchia originalità, del processo vediamo infatti giusto un paio di minuti, tutto poi si svolge nella stanza in cui i dodici giurati chiamati a giudicare l'imputato, un ragazzino sospettato di aver ucciso il proprio padre...

Quello di La parola ai giurati è un progetto che nasce con la sceneggiatura di Reginal Rose per uno show televisivo che verrà effettivamente realizzato nel 1954 dalla CBS; vista la bontà del materiale di partenza nel '57 lo script passa in mano a Sidney Lumet, all'epoca esordiente, al fine di trarne un adattamento per il cinema, l'impianto della vicenda è molto "teatrale", non servono quindi grandi mezzi, si mantengono anche un paio di attori della precedente versione e si finisce di allestire il cast, il ruolo principale va ad Henri Fonda, la storia avrà poi altri due adattamenti, uno per la tv e uno al cinema (il molto riuscito 12 di Mikhalkov con riflessioni sul confronto russo-ceceno) per arrivare infine anche in teatro.

La parola ai giurati, come suggerisce anche il titolo del film, rientra nel filone processuale inserendosi però nel genere con parecchia originalità, del processo vediamo infatti giusto un paio di minuti, tutto poi si svolge nella stanza in cui i dodici giurati chiamati a giudicare l'imputato, un ragazzino sospettato di aver ucciso il proprio padre, dovranno assolvere il loro dovere di cittadini nella maniera più imparziale possibile e arrivare a un verdetto d'unanimità: innocenza e conseguente assoluzione del ragazzo o colpevolezza e imputato mandato alla sedia elettrica. Si parla d'un ragazzo giovane, il dilemma dovrebbe toccare profondamente le dodici coscienze, invece c'è chi sembra inamovibile e certissimo della colpevolezza del ragazzo, in maniera aprioristica, altri ai quali le sorti dello stesso non sembrano importare più di tanto, uno solo dei giurati sembra avere quel ragionevole dubbio sulla colpevolezza dell'imputato e tanto basta per fargli decidere di voler trattare l'argomento con rigore, senza superficialità, esaminando i fatti in tutti i loro dettagli; a una prima indicativa votazione sarà l'unico a propendere per l'innocenza, uno contro undici, da principio può bastare per non archiviare il caso in fretta e furia e continuare con le discussioni. Nessuno dei giurati viene presentato per nome, l'uomo che sostiene la non colpevolezza è Henri Fonda. A opporglisi con maggior foga un uomo d'affari pieno di livore (Lee J. Cobb) che è lì a perorare la causa della colpevolezza con spropositata energia, quasi come se la sua fosse una questione personale con l'imputato, un altro giurato ha due biglietti per la partita della sera e non vede l'ora di togliersi di torno, quale che sia il verdetto finale (Jack Warden), il presidente della giuria è invece un tipo più ragionevole e cerca di dare ordine alla discussione (Martin Balsam), l'imputato è un immigrato che vive nei bassifondi, di certo non troverà l'appoggio di quel giurato così profondamente razzista (Ed Begley), potrà invece contare sulla possibile solidarietà dei più anziani (Joseph Sweeney). Un intervento dopo l'altro, con poche battute, si delineano caratteri e punti di vista di questi dodici uomini chiamati a decidere della vita o della morte di un loro simile.

La regia di Lumet sfrutta egregiamente l'unità di tempo e di luogo, il grosso del corpo del film, a parte un paio di minuti iniziali in aula e uno finale in uscita dal palazzo di giustizia, è ambientato in una sala afosa con un lungo tavolo attorno al quale siederanno i giurati, con un paio di deviazioni nell'attiguo bagno, la camera stringe sui primi piani o si alza su panoramiche ristrette a seconda dell'emozione e del grado di tensione che si vuole suscitare nello spettatore, il resto lo fa un ottimo cast nel quale si alternano volti più noti come quello di Fonda ma anche Jack Klugman (il mitico Quincy), il caratterista Martin Balsam, Jack Warden (due nomination all'Oscar in carriera) ad altri meno celebri ma altrettanto efficaci. Lumet si trova a suo agio in questi spazi stretti, anche se in maniera molto diversa riprenderà una struttura simile decisamente più avanti nella sua carriera con l'adattamento di Assassinio sull'Orient Express (1974), il film non perde mai il ritmo tenuto alto semplicemente da dialoghi e interpretazioni, sceneggiatura calibratissima, durata giustamente contenuta. Più che sull'omicidio, sul quale si discute basandosi su prove e testimonianze udite durante l'udienza, si riflette sull'animo dei giurati, sulle loro convinzioni, sui pregiudizi, sulla loro capacità di mettere in discussione le proprie idee. Grandissimo esordio per Lumet per uno dei film ricordati come tra i più belli del genere processuale, sicuramente non a torto.


TAGS: cinema | DarioLopez | laparolaaigiurati | loudd | recensione | SidneyLumet