La sesta e ultima giornata de La Prima Estate si apre con gli AUREVOIR SOFÌA, che finalmente portano una secchiata di refrigerante punk. Per essere onesti è del tipo più “garbato”, direbbero da queste parti, ma la dose di cruda spontaneità è generosa. Luca D’Aniello, voce, saluta il pubblico con una manina innocente e ottiene una selva di “ciao ciao”, perché il gesto è disarmante e infettivo. E poi cinque ragazzi “presentabili” ma belli carichi scaricano energie sul palco sovradimensionato.
“Siamo di Cinisello, che NON è Milano” è la frequente scusante. Ma non servono scuse, gracchiano gli strumenti abusati, stride il microfono collassato, e, perdio, ci voleva un po' di sano punk! Si fatica a carpire tutti i messaggi, l’audio non sarà sempre brillante stasera, ma la convinzione con cui ce li rifilano basta e avanza per far decollare la serata. Partono piccoli ma significativi poghi, Cinisello-sized. Scendono dal palco e faccio loro i complimenti. Sarebbe meglio ribeccarli in un club claustrofobico e detonare.
Seguono sul palco i MIDNIGHT GENERATION. Dalla città di Chihuahua, circondata dal deserto messicano, arriva un'allegra ma competente ghenga di baffuti. Mantengono una elegante e stilosa leggerezza nell’intervista pomeridiana, parlando di stereotipi da superare, ovviamente di cani minuscoli, di corridos tumbados (i trapper centramericani) e di Nile Rodgers, con il quale sperano di unire le forze un giorno. Così si presentano in impeccabile tenuta atletica retrò, elargendo una electro disco dance senza compromessi. Dopo la new wave pseudonostalgica dei Nation of Language, ecco un ennesimo segno di revanscismo dei generi, se mai la disco avesse bisogno di rivincite.
Los Mustachos mantengono le vibrazioni estremamente positive, aiutandosi con il corpo e impartendo vibrazioni a un pubblico che potrebbe rendergli un poco di onore in più. Sfoderano allora le armi segrete, un balletto goffo e simpaticissimo e, soprattutto, un voice box (“che non è un vocoder”, ci redarguisce Fernando Mares) che evoca Daft Punk ma fluttua verso la delicatezza degli Air. Eh sì, c’è un inaspettato charme d’oltralpe, mantenendo energia e simpatia molto in alto e anche arruffianandosi il pubblico in Versilia con suggestive frasi campionate in italiano. Tornate presto, forse eravamo cotti dal Mexican stand-off con il caldo, ma ci siete piaciuti.
Arrivano le WET LEG e devo ammettere che parto prevenuto: ho un amore spiccato per questa formazione. Amo la loro ironia, l’imprevedibilità di testi e melodie, Rhian Teasdale e Hester Chambers sono esseri indecifrabili e adorabili, il resto della band porta una forte carica di dirompente remissione ma conosce quando creare e quando entropizzare. Questa miscela unica è certamente visibile da subito, fin dalle prime note di “Catch These Fists”. O almeno per modo di dire, perché il palco è nella nebbia della Manica, omaggio alle origini delle due rockers, l’isola di Wight. Il palco è forse il più bello visto finora, rado, spoglio, immerso nei fumi e con sole luci bianche intonate alle tenute, ottenendo un effetto di ombre cinesi, vedo-non vedo, apocalittico o celestiale, sicuramente di grande impatto e coerenza visiva. Quando il meno è un di più. Non lo stesso si può dire del suono perché la voce di Rhian, melliflua, intrigante ma non certo tonante, spesso fatica a galleggiare sopra gli accattivanti riff di chitarra e, soprattutto, su un basso mangetout (cioè che divora, fino all’omonimo pezzo di chiusura).
Non c’è che dire, i pezzi sono belli, orecchiabilissimi e da cantare. L’esecuzione è d’impatto, comprese quelle imprecisioni a cui ci ha abituato Hester alla chitarra, che rendono tutto “più umano, più vero” (cit. Elio), con una aria stralunata ed innocente anche quando si sparano cattiverie (“Ur Mum”) o l’atmosfera si fa velatamente bollente (“Wet Dream”). La più energica è proprio “Mangetout” che vince anche il premio per il finale più tranciato, in un repertorio che spicca per questo, ma mi piace. Rhian è fisicamente impressionante, una presenza che buca ogni nebbia e ce lo ricorda sempre con studiate pose plastiche e grande teatralità. Ma forse è andata oltre, dimenticando tanto di quella leggerezza e ironica goffaggine delle origini che, nonostante le accuse di “industry plant”, rendevano il complesso adorabile. L’effetto totale è qualcosa di troppo studiato, di perfettamente uguale all’album, di già visto e rivisto in ogni spezzone di concerto. Purtroppo, con dovute differenze di stile e di sonorità, è tutto molto simile a quanto vissuto con Wolf Alice su questo stesso palco. Mai una emozione sincera, un imprevisto, una svisata ribelle, una interazione tra gli umani sul palco e forse anche meno con il pubblico. Insomma, cerco un qualcosa che esca dai solchi profondi di questo grosso e pur gradevole vinile in carne ed ossa.
Bellissima creatura, ma il cuore dov’è? La carica interiore è solo a salve? Ora capisco le accuse. Anche qui un mattatore c’è, ed è il turno di Josh Mobaraki alla chitarra. Rompe l’aplomb dell’apertura con grida selvagge, incita il pubblico che apprezza ma non si scalda (anche perché siamo al termine di un giorno rovente, è già abbastanza caldo!). Il distacco è evidente con Hester che suona sempre e solo a tre-quarti di spalle, nelle viscere dei fumi. Bizzarro sì, ma alla lunga anche antipatico e ormai è abitudine consolidata, quindi nemmeno considerabile come una attraente stranezza. Almeno concediamole la carta di una sincera timidezza estrema, forse l’espressione più umana di oggi. Mi sento scivolare lungo la “Chaise Longue”.
Il finale de La Prima Estate è pirotecnico, letteralmente. I Twenty One Pilots non sbagliano un colpo e non tradiscono l’esercito di fan accaniti. A me lasciano una carica a fusione che mi lascerà sveglio a lungo nella notte. Sono unici e anche ripetibili perché non hanno perso un colpo dall’ultima volta nel 2022. Anzi, all’epoca avevano popolato il palco del Pinkpop con una band di tutto rispetto, mentre questa volta Tyler Joseph, polistrumentista, poliedrico, polispettacolare e nelle pause anche cantante, e Josh Dun, “semplicemente” batterista, sono soli e l’intesa perfetta è ancora più ovvia.
Ingresso volante per Tyler su “Overcompensate”, felino nei gesti e nell’aspetto, si mescola immediatamente con il pubblico e lancia il microfono in orbita. L’attenzione esplode e non calerà più. Spaziano in lungo e in largo il repertorio, non lasciando che gli ultimi album (Breach e Clancy) monopolizzino la scaletta, raggruppando i più classici a fine concerto. Questa mossa neutralizza qualsiasi cattivo odore di commerciale. Intendiamoci, lo show dimostra una produzione mostruosa, con un palco completamente infiammato (“Shy Away”) o lisergicamente caleidoscopico (“Heathens”), se non improvvisamente oscurato da ciminiere di denso fumo o la solita nuvola di coriandoli in chiusura (sulla splendida “Trees”, e come potrebbe essere altrimenti?). “Jumpsuit” è letteralmente infuocata, “Heavydirtysoul” una liturgia. Ma i due piloti potrebbero essere solo su un palco spento e sarebbe comunque un grande spettacolo. “Just me and Josh” è il commento detto con sincera modestia e intimità.
Musicalmente ho sempre adorato la precisa e creativa potenza delle percussioni di Josh, mentre Tyler lancia e riceve strumenti in una continua carambola con i roadie, fondendo ukulele, basso e piano con una voce duttile e sempre sul pezzo. Al contrario di molte altre band non si permettono mai di riprodurre un brano come dall’originale, prendendo gli applausi nella pausa tra uno e l’altro. La loro scaletta è una roulette russa, un medley furioso e imprevedibile che incatena l’attenzione totale. Infatti le decine di migliaia esplodono di energia all’unisono, sempre. I due cambiano spettacolari casacche che richiamano tutti i periodi della loro astratta iconografia, scimmiottati da tanti fan che rischiano il collasso da calore pur di indossare la felpa con tratti di nastro colorato. Per chi li conosce non è una novità, ma ogni sera è una nuova emozione.
Planano sul pubblico su piattaforme rotonde, scalano torri, casse e scale pur di concedere tutto a tutti nel vastissimo pubblico, Tyler ripete anche il rito del “rubare” occhiali esotici offerti dalla prima fila e a impilarli sugli occhi, per poi restituirli ai proprietari o alla sicurezza. Ma quello che più mi ammalia di questi performer su scala mondiale è che si emozionano. Si ferma Tyler seduto a gambe incrociate sul palco, fa cadere il microfono appoggiato in verticale sul pavimento, con un gesto minimo di soddisfazione. Guarda il pubblico e si commuove di felicità. Oppure ferma una corsa per ringraziare la sicurezza. Poco dopo invita un bambino a cantare “Ride” e lo troverà molto preparato e determinato. O l’American Showbiz mi ha ingannato di nuovo, o c’è un grandissimo cuore dentro questo (ineccepibile) baraccone.
Bisogna averlo vero l’amore per la musica per suonare anche “Believe” di Cher e “Seven Nation Army” una settimana dopo l’originale, sullo stesso palco! Unica nota di sconforto è la selva di telefoni sempre alzati. Ragazzi che guardano su uno schermo un altro schermo dove due veri fuoriclasse regalano lo spettacolo migliore del mondo, live a pochi metri e allo stesso prezzo del risicato cellulare. Che spreco! Ma non importa, questo è un finale degno di un festival di grande rilievo e stile. Questo è lo show definitivo. Con la classe e la semplicità di chi saluta solo con un… “Hello!”. Ci rivedremo!
