Elmira, New York, estate 1951. Myra Larkin, tredici anni, dopo la messa accetta un passaggio da un ragazzo affascinante che dice di essere Mickey Mantle, la giovane promessa degli Yankees. Quella notte, i vicini di casa di Myra vengono brutalmente assassinati, e i sospetti ricadono su uno sconosciuto molto simile al suo nuovo amico. È il primo di una serie di episodi di cronaca nera che incrociano la vita dei Larkin, mentre ognuno di loro insegue a suo modo il sogno americano. Myra, che cresce da sola il figlio Ronan dopo che il marito ha avuto una crisi psicotica, è l’unica a tenere i contatti con la famiglia: con Lexy, donna in carriera, e Fiona, eterna ribelle e attrice mancata a Broadway; e con Alec, ombroso e sfuggente, tormentato dai fantasmi di un’infanzia segnata dagli abusi e dall’indifferenza della madre, la cattolicissima Ava. E quando proprio Ava inizia a ricevere inquietanti cartoline anonime, presagio di eventi terribili, soltanto Myra, con l’aiuto del figlio, avrà la forza di affrontare quel male oscuro che sta inghiottendo la sua famiglia. La radice del male racconta un’America dove la quotidianità è intrisa di violenza, e la casa è insieme rifugio e pericolo.
Un romanzo cupo, inquietante e disturbante, una saga familiare sui generis, la cui storia si sviluppa nel corso di sessant’anni, raccontata dal punto di vista dei suoi protagonisti. Siamo nel 1951. A Elmira, nello Stato di New York, vive la famiglia Larkin, composta dal padre Donald, reduce di guerra, severo e taciturno, dalla madre Ava, donna religiosissima e dalla statuaria bellezza, e da sei figli, il più piccolo dei quali, Archie, muore in fasce per una brutta malattia. Gli altri sono Myra, affidabile e generosa, che sogna a occhi aperti, leggendo Il Giovane Holden, Lexy, bellissima e sicura di sé, Joan, mentalmente disabile, Fiona, ribelle con la testa perennemente fra le nuvole, e Alec, un ragazzino arrabbiato, malvagio e instabile, che coltiva come unico desiderio quello di scappare di casa.
Una famiglia all’apparenza normale, che vive una vita ordinaria, anche se, dentro le mura domestiche, germoglia inaspettatamente il germe di un male che, in futuro, avrà conseguenze esiziali.
Attraverso sessant’anni di storia americana (un’America indifferente e il più delle volte ostile), i protagonisti principali, Ava, Alec, Fiona, Myra e, il di lei figlio, Ronan, giovane aspirante drammaturgo, raccontano le vicende che porteranno i Larkin sull’orlo del baratro, quando, lentamente ma inesorabilmente, si scoprirà la vera natura di Alec.
La Radice del Male non è un thriller, non ci sono eclatanti colpi di scena, né indagini o assassini da catturare. Ciò che interessa davvero a Rapp, soprattutto attraverso lo sguardo di Myra (figura autobiografica costruita sulla madre dello scrittore), è raccontare la disgregazione del nucleo famigliare, mettendo in evidenza quelle dinamiche, le rivalità, le invidie, i rancori mai sopiti, che poteranno tutti i figli, a parte l’innocente Joan, ad allontanarsi da casa, per inseguire un sogno americano che non si realizzerà mai.
Perché la società americana è intrinsecamente violenta, perché non fa sconti agli ultimi, perché suggerisce come realizzabili sogni, raggiungibili solo attraverso lo status sociale e il denaro (Lexy ha successo, ma è una figura sfumata e marginale). Senza mezzi, non si va da nessuna parte. Lo sa bene l’inquietante Alec, che gira gli Stati Uniti, sbarcando il lunario con piccoli lavoretti, alla ricerca di nuove vittime, lo sa Myra, abbandonata dal marito Denny, prototipo dell’atletico e affascinante maschio bianco, affetto però da una perniciosa schizofrenia, lo sa Ronan, figlio di Myra, colpito dagli stessi disturbi mentali del padre, che sacrifica il suo talento di drammaturgo, per scrivere più redditizie sceneggiature per la Tv, e lo sa Fiona, spirito libero ed egocentrico, che insegue, nella “grande mela”, il sogno, sempre più evanescente, di diventare attrice.
Se è evidente che si possono trovare punti di contatto con quella narrativa americana che ha sondato, con risultati brillanti, il tema della famiglia come germe di violenza (da L’urlo e Il furore di Faulkner fino alle opere di Jonathan Franzen e David Leavitt), Rapp si distingue per una prosa asciutta e intrisa di cinismo, conosce i tempi della drammaturgia, ed è abile a suggerire, senza mai palesarlo in modo banale, come alla radice del male ci siano, spesso, gli abusi tollerati della Chiesa e il sistema esercito, che miete vittime anche in tempo di pace.
Un finale, in parte sconvolgente, troverà una catarsi di speranza, in un’ultima, toccante lettera, che cerca nella comprensione e nel perdono una possibilità di salvezza.


