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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
15/06/2026
Jeff Healey
Last Call
Last Call, pubblicato postumo nel 2010, è un disco imperdibile sia per i fan di Jeff Healey, sia per gli appassionati di jazz e swing.

Jeff Healey è ricordato come chitarrista rock blues dallo stile e dal tocco originale e ci si dimentica che il suo eclettismo lo ha condotto nel corso della carriera a toccare anche il jazz e lo swing anni Venti e Trenta.

Last Call raccoglie le session finali del virtuoso canadese che documentano un altro lato del suo stile e della sua musica, quello da lui amato maggiormente negli ultimi tempi. Il materiale risale a una serie di registrazioni effettuate da solo e in duo, con Drew Jurecka al violino o con Ross Wooldridge al piano (in un brano pure al clarinetto), nelle quali interpreta una straordinaria serie di classici del genere.

Sfilano brani strumentali di Lonnie Johnson, Eddie Lang e Joe Venuti, da “The Wildcat” a “Black and Blue Bottom” fino alla frizzante e travolgente “Guitar Duet Stomp”, ove tra cambi di tempo e improvvise accelerazioni Healey reinterpreta a suo modo entrambe le parti chitarristiche in origine suonate come duetto da Johnson e Lang.

Le sue capacità camaleontiche affiorano nella sorprendente rilettura di “Hong Kong Blues”, opera di uno dei compositori preferiti, Hoagy Carmichael, in cui la sua genialità alle sei corde cammina di pari passo con la vocalità, mentre in “I’m Gonna Sit Right Down and Write Myself a Letter”, resa celebre inizialmente da Fats Waller, brillano le qualità trombettistiche, ben evidenziate inoltre nell’iniziale “Holding My Honey’s Hand” e nelle conclusive “Keeping Myself for You” e “Some of These Days”.

 

Tutto The Last Call presenta materiale che l’autore di See the Light aveva inciso senza pianificare un album o un tour, ma solo per profonda passione di quei bei tempi andati. “You Can't Pull The Wool Over My Eyes” è datata 1936 e probabilmente si rifà alla versione di Emmett Matthews, invece “Deep Purple” vede la luce due anni dopo grazie alla penna affilata di Peter De Rose, per venire in seguito incisa da Bob Crosby, Jimmy Dorsey, Benny Goodman e Artie Shaw.

Healey riesce a rileggere con grande trasporto questi standard: si percepisce il suo amore per la tradizione musicale americana e allo stesso tempo si comprende quanto abbiano influenzato la sua carriera artistica. Ed è commovente, poi, sorprenderlo mentre suona la tromba mettendoci l’anima o si scioglie in uno struggente crooning, supportato magnificamente dal piano di Wooldridge, come nel caso di “Time On My Hands” e di “Laura”.

Sono la cinematografia e gli show di Broadway a ispirare infine “Pennies From Heaven” e “Autumn In New York”, e a confermare, in sintesi, che Last Call è un lavoro imperdibile per i suoi fan e gli amanti di jazz e swing.

 

«La mia arte contiene molte cose, all’interno vi sono tanti collegamenti a diversi stili musicali, tutti emozionali e spontanei. Mi approccio alle cose come farebbe un amante del jazz: è presente una struttura, ma tutti gli assoli sono improvvisati e c’è notevole libertà al suo interno».

(Estratto da intervista di Graham Reid a Jeff Healey, 1989, ripubblicata su elsewhere.co.nz nel 2010)