The Fake Friends è uno sfacciato ensemble di Montreal guidato dal frontman Matthew Savage e dal chitarrista Luca Santilli. Il gruppo unisce un temperamento che attinge alle diverse anime dell’esperienza post-punk delle generazioni di artisti che li hanno preceduti e delle realtà che animano la scena contemporanea, il tutto reso attraverso un estro indubbiamente originale.
Nelle tracce del loro secondo album Let's Not Overthink This - in realtà il primo, se non si considera l’acerbo (ma comunque fitto di spunti) EP Always Worse, Never Better uscito un paio di anni fa - coesistono infatti dinamici botta e risposta tra chitarre pulite e graffianti che rimandano alle hit di Bloc Party, Interpol e Franz Ferdinand usati in contrapposizione a riff distorti a cavallo tra punk e hard rock. Un ricorrente semi-cantato cadenzato, ascrivibile agli Idles nella versione più aggressiva, che degenera spesso e volentieri in un certo machismo corale e collettivo alternato a una preoccupante vena melodica colpevolmente troppo sopra le righe. Eleganti trame darkwave permeate di tappeti e suoni di synth che rivaleggiano contro selvaggi slanci grunge frutto di una rara immediatezza esecutiva, quella che di norma trova il meglio sul palco al cospetto di gente sotto che ci dà dentro con il pogo. Una combo di registri volutamente antitetici, catturata perfettamente sul disco e che, ne sono sicuro, ribaltata sul piano live può essere in grado di trasmettere al pubblico sussulti emotivi tutt’altro che marginali.
Un improbabile quanto divertente mix di ispirazioni concentrato in undici brani per poco più di mezz’ora di dichiarazione di intenti, in uno scenario che, a detta loro, concentra l’atmosfera urbana della metropoli in cui i membri della band sono cresciuti e hanno messo a fattor comune la loro voglia di suonare. I brani sono ricchi di istantanee (principalmente notturne) che solo la loro spiccata sensibilità artistica è in grado di farci vivere in tempo reale, attimi colti tra i riflessi dei neon sui marciapiedi bagnati e i flash improvvisi delle poche automobili in giro tra le strade fredde e deserte della città.
“Ministry of Peace”, la canzone che ci introduce nel mondo di Let's Not Overthink This, contiene già in nuce tutto quanto verrà poi declinato nelle differenti peculiarità di ogni brano a seguire. Intro con pad di tastiere a scaldare il clima, distorsioni controllate, esplicitazioni all’unisono e acuti di voce all’eccesso. Una partenza che si riversa con naturalezza nel punk wave trascinante di “A Sucker Born Every Minute”, singolo che si contraddistingue per l’orecchiabilità del tema di chitarra e della melodia del ritornello.
“The Way She Goes” è un febbrile inno dance funk che colpisce per il contrasto tra la durezza delle strofe e il refrain ai limiti del confidenziale, con un’intenzione vocale che ritroveremo verso la fine del disco in “If It Happens”. Il paradosso generato tra i due approcci si ripropone tale e quale nella successiva “Control”, in cui trovano posto sensibilità dark e impeto ai limiti delle ballad shoegaze, e nell’ascolto senza soluzione di continuità tra le tracce distinte “Five Star Review” e “Living The Dream”, brano che, come il seguente “Backstreet’s Back, Part 2”, non stonerebbe mixato agli episodi più celebri dei Faith No More.
La chiusura dell’album vira invece verso la sicurezza e le certezze del post-punk più moderno, grazie a “Hyperconnection”, con le sue scomode dissonanze di chitarra, le sue travolgenti cavalcate indotte dalle parti di synth e un tiratissimo ritmo di batteria comprensivo di tutti i cliché del genere a partire dall’hi-hat in levare, e a “Dance On My Grave”, leggermente più morbida e permeata di certi coretti che la candidano a ulteriore e definitivo singolo di sicuro successo, fino a "Good Friends", un pezzo piano e voce che riporta la palla al centro e spoglia il disco di tutto, persino della spensieratezza che fino a poco prima ha contribuito all’oblio dei più complessi stati d’animo.
Il cast di Let's Not Overthink This sembra così attraversato da comparse - forse realmente amici (ma mica tanto) a differenza della ragione sociale della band. Nell’insieme si avverte la complicità su cui il gruppo deve aver lavorato immersa nel sudore della sala prove. Un disco in cui si percepisce sia la volontà collettiva di lasciare il giusto spazio agli altri, sia la tensione di farsi trovare pronti e ruvidi quanto basta, ciascuno con il suo strumento in mano (o le corde vocali pronte a colpire), al momento più opportuno e funzionale per la composizione risolutiva.
Piacevole scoperta, lo stile dei The Fake Friends colpisce per modernità e indifferenza ai trend (soprattutto quelli dello scenario post-punk più attuale) e per una vena retro saggiamente tenuta a distanza, a dimostrazione della maturità di una band cresciuta palco dopo palco che ha saputo individuare una voce riconoscibile, allo stesso tempo nuova ma già ottimamente risolta.

