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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
08/07/2026
Live Report
Litfiba, 07/07/2026, Carroponte, Milano
17 Re è una pietra miliare della musica italiana e non era mai stato portato per intero sul palco, approfittiamo quindi della reunion dei Litfiba in occasione dell'anniversario per godere di canzoni che meritano ancora di essere riscoperte. Il racconto della serata al Carroponte.

Quando si parla di gruppi storici e ad alto tasso di monetizzazione, decidere di dire basta è sempre difficile. Non si contano più le band che hanno annunciato tour di addio e che, dopo ripensamenti che normalmente non durano più di qualche anno, tornano in pista per rimanerci a tempo indeterminato.

I Litfiba dunque sono parte di un trend ormai sdoganato e credo che scandalizzarsi sia ormai perfettamente inutile. Dopo aver percorso nel 2022 il loro Ultimo Girone, una serie di concerti tra club e palazzetti che avrebbe dovuto segnare la fine dell’avventura, eccoli di nuovo tra noi, questa volta riuniti nella formazione originale per celebrare i quarant’anni del loro secondo album: 17 Re.

Nostalgia, anniversario, retromania: gli ingredienti sono quelli del nostro tempo, i fan sono andati in visibilio e pace (almeno sulla carta) è stata fatta anche tra Piero Pelù e Ghigo Renzulli, visto che subito dopo quella che avrebbe dovuto essere l’ultima data nella storia del gruppo, il chitarrista non aveva nascosto di aver voluto continuare, e che quello realmente disinteressato fosse l’altro.

Che l’abbiano fatto per soldi è quanto meno altamente probabile, ma non per forza sarebbe una cosa negativa dal punto di vista artistico: 17 Re è una pietra miliare della musica italiana, non era mai stato portato per intero sul palco e, almeno per il sottoscritto, gli unici Litfiba che ancora oggi hanno senso di esistere sono quelli dei primi tre album, quella Trilogia del potere che già nel 2013 era stata portata in giro, sempre con la formazione storica e con ottimi risultati (li vidi all’Alcatraz in una delle ultime date e fu uno spettacolo).

Per cui ben venga questo ennesimo restyling, questa ennesima celebrazione di un passato imprescindibile, anche dando per scontato che la macchina del tempo non esiste e che quelle atmosfere irripetibili non potranno mai essere risuscitate, neppure risuonando quei brani nota per nota. Ci accontentiamo di una mera operazione filologica e già sappiamo che ne usciremo contenti: chi c’era allora avrà avuto la possibilità di godere ancora una volta, i più giovani avranno avuto l’occasione di cantare a squarciagola canzoni che i loro autori non si ricordavano neanche più di avere scritto.

 

Quella del Carroponte è la quinta di venti date open air su e giù per la penisola (la prima è stata a Perugia) e la location fa certamente paura: da quando lo ha preso in mano Live Nation, quel posto meraviglioso che ha segnato tutte le mie estati live per quasi un decennio è solo un lontano ricordo. Il palco laterale, dedicato ai concerti più piccoli, e che godeva di un’ottima resa acustica, è stato abolito. Resta quello principale, che già ai tempi era deficitario dal punto di vista sonoro, con una tensostruttura per il mixer che è grande come un castello e che rovina la visibilità a tutti quelli che stanno dietro (cioè più della metà dei presenti, se il posto è pieno), una tribuna rialzata per ospiti e vip che ruba spazio e anch’essa limita la visuale e, come se non bastasse, volumi assolutamente ridicoli, per cui se il vicino parla con l’amico già si hanno problemi a sentire.

Dopo il disastro dello scorso anno coi Fontaines d.c. avevo giurato che non ci avrei più messo piede ma, obiettivamente, dire di no a 17 Re mi sarebbe dispiaciuto, le altre date avrebbero comportato spese di trasferta che non avevo voglia di sostenere, e quindi eccomi qui.

Il pit, istituito per motivi di sicurezza, questa sera non è a pagamento: chi primo arriva meglio alloggia. Bisogna ammettere che, se si riesce ad entrare in questa zona, il concerto si riesce a goderlo appieno e anche la questione volumi appare meno grave del previsto (resta comunque significativo che quando vengo qui possa tranquillamente fare a meno dei tappi per le orecchie). Non c’è sold out (comprensibile, dato il numero dei concerti, e considerato che la prima fase del gruppo non è certo quella del grande successo commerciale) ma l’affluenza è comunque alta, così come l’età media dei presenti. In generale, comunque, si tratta di una configurazione di pubblico completamente diversa rispetto ai tour “canonici” della band: da questo punto di vista, è evidente come da El Diablo in avanti siano davvero divenuti un’altra cosa.

 

Ad aprire ci sono gli Spleen: vengono da Firenze e incidono per Contempo, due elementi che rendono pienamente azzeccata la scelta degli headliner di volerli con loro. Il loro è un sound molto energico e piuttosto cupo, con molti richiami al Grunge anni ’90 (soprattutto alle cose più oscure e stranianti degli Alice In Chains, ma anche ai primissimi Soundgarden), ma anche al Punk e ad un più generico Rock alternativo, suonato bene e con grande impatto. Le canzoni, almeno ad un primo ascolto, non hanno molto per farsi ricordare e, tolta una prestazione sicuramente onesta e piacevole, che una parte del pubblico mostra di gradire, non rimane molto. Credo valga comunque la pena, per poter formulare un giudizio più completo, andarsi ad ascoltare il loro disco di esordio Gush, uscito a maggio, seguito dell’EP Dystopic School.

 

Ed eccoci finalmente agli headliner. Si parte con Antonio Aiazzi da solo sul palco, che accenna sui tasti a “Febbre”, mentre gli altri quattro fanno il loro ingresso. Il primo brano è, prevedibilmente, “17 Re”, il singolo uscito per lanciare il tour, presentato come un inedito dell’epoca che giaceva in un cassetto da anni, ma in realtà un brano nuovo a tutti gli effetti, dove il gruppo si è sforzato di ricreare le atmosfere New Wave del periodo. Poco male, si tratta comunque della cosa migliore dei Litfiba da moltissimo tempo ed è l’ideale per scaldare i presenti, con Pelù che si diverte ad indossare la maschera con la scimmia incoronata che campeggia anche sul telone posto alle loro spalle.

Quando risuonano le prime note di “Come un Dio”, un enorme boato avvolge il Carroponte e il singalong è mostruoso, tanto da coprire quasi del tutto gli strumenti (dà l’idea dell’entusiasmo ma anche del livello di decibel).

Comunque sia la band è in palla: chi pensava che, alle soglie dei settant’anni, il tiro non sarebbe più stato quello di un tempo, si sbagliava di grosso. Innanzitutto c’è la riconferma di Luca Martelli (storico batterista dei Rossofuoco di Giorgio Canali) a sostituire il compianto “Ringo” De Palma dietro alle pelli. Il suo stile preciso e dirompente e il fatto che abbia vent’anni meno degli altri pesa parecchio nell’impostazione generale, ma poi bisogna considerare l’entusiasmo dei rientrati Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi, che sono i veri artefici dell’identità sonora dei primi Litfiba. Per loro il tempo sembra davvero non essere passato, in particolare il basso di Maroccolo è la cosa più bella in assoluto del concerto, si insinua nelle pieghe dei brani e ne ridefinisce l’identità; dall’altra parte, le tastiere di Aiazzi offrono quella varietà di atmosfere che da subito aveva contraddistinto 17 Re, ad oggi ancora il lavoro più variegato del gruppo fiorentino.

E così, con questi tre elementi ben saldi nelle loro posizioni, Ghigo Renzulli può dormire sonni tranquilli, offrendo una prova essenziale, senza troppi sussulti (del resto non è mai stato un gran chitarrista, non me ne vogliano i fan), mentre Piero Pelù dirige il tutto con quell’aura da mattatore che non ha mai perso, offrendo una prestazione vocale nel complesso più che convincente: gli è stato giustamente rimproverato lo scempio della sua carriera solista e da più parti si temeva che non fosse più in grado di cantare in maniera credibile episodi come “Universo” o “Sulla terra”, che mancavano dalle scalette da tantissimo tempo, ma bisogna ammettere che, pur non avendo più vent’anni, se l’è cavata alla grandissima.

 

Semmai, l’unico neo sono stati i suoi continui monologhi tra un pezzo e l’altro. Per carità, la band ha sempre avuto una certa identità politica, il frontman le prese di posizione dal palco le ha sempre fatte e bisogna anche riconoscergli una certa genuinità di fondo, visto che ha sempre condannato tutte le dittature, di qualunque colore e ideologia, senza doppiopesismi (è sempre stato esplicito sul regime iraniano, e hanno tra i loro classici “Il vento”, dedicata al massacro di piazza Tienanmen).

Questa sera, però, sembra che si sia preso parecchio spazio: discorsi quasi sempre condivisibili, per carità, anche se talvolta eccessivamente manichei e superficiali, ma il problema è stata proprio la sovrabbondanza: almeno un minuto o due dopo ogni pezzo, sempre nel tentativo di creare una narrazione coerente col testo del brano successivo (e questo andava bene, soprattutto quando abbandonava l’attuale situazione geopolitica per rievocare qualche divertente aneddoto del passato del gruppo) ma ottenendo l’effetto di allungare inutilmente il brodo e di far perdere fluidità allo show. Significativo che, oltre agli applausi, le numerose tirate contro Meloni, Trump, Musk e Netanyahu siano state accolte anche da reazioni esasperate e da sporadiche grida di “Canta!” (Ghigo Renzulli ne approfittava per andarsene a fare un giro nel backstage, tra l’altro è significativo che lui e Pelù non si siano praticamente mai guardati per tutto il concerto).

Il problema, lo ribadisco, non è essere o meno convinti che quanto sta succedendo a Gaza sia una catastrofe, o che Trump sia una disgrazia per gli Stati Uniti e per il mondo intero (peraltro il frontman ha esibito ad un certo punto anche una bandiera del Kurdistan, a dimostrazione di quella onestà intellettuale di cui si diceva prima) bensì di ridefinire le giuste proporzioni e chiarire se quello a cui si sta assistendo è un concerto o un comizio politico. Se su due ore e mezza la musica si prende meno di due ore (vado a occhio ma più o meno è così) c’è qualcosa che non funziona ed è legittimo, come mi è successo all’uscita, sentire gente commentare: “Avrebbero potuto parlare meno e suonare qualche pezzo in più!”.

Al di là di questo, si è trattato di un gran concerto, con 17 Re eseguito con eleganza e credibilità, da una band in grande spolvero: “Apapaia” è sempre da pelle d’oca, “Re del Silenzio” e “Ballata” ammantate di angoscia, “Gira nel mio cerchio” è stata di una potenza notevole, gli episodi più “trasversali” come “Tango” e “Cafè, Mexcal e Rosita” hanno ricevuto una rilettura maggiormente attuale ma non meno affascinante. La parte dedicata al disco (eseguito in ordine differente rispetto alla tracklist originale) si chiude giustamente con la potente “Resta” e avrebbe anche potuto finire qui.

 

La sezione dei bis è piuttosto corposa (anche perché Pelù non ha certo intenzione di smettere di parlare) e musicalmente molto riuscita, ma meno interessante dal punto di vista della selezione: per quanto magnifiche, “Il vento”, “Istanbul”, “Santiago” ed “Eroi nel vento”, erano già parte importante del tour del 2013 e sono peraltro state spesso eseguite dal vivo negli ultimi anni. Ha certamente ragione chi chiedeva qualche scelta più coraggiosa come “Luna” o “Peste” ma stiamo comunque parlando di dettagli. Dopotutto “La preda” rimane un brano incredibile, mentre sulle onnipresenti “Tex” e “Cangaceiro”, che chiudono il concerto, c’è il delirio come sempre.

Che dire? Un ottimo tour celebrativo, un tributo alla nostalgia dilagante ma anche tanta sostanza, per una formazione che non ha eguali nella storia dei Litfiba (dite quel che volete, ma la produzione successiva non è neanche lontanamente paragonabile). Resta da capire se ci sarà un seguito ma è francamente difficile: Pelù e Renzulli non si sopportano, Maroccolo ha troppi progetti per pensare che possa dedicarsi per troppo tempo ad un’operazione come questa.

Mai dire mai ma, personalmente, sono anche a posto così: giusto far rivivere il passato, ogni tanto, ma alla fine è importante saperlo lasciare al suo posto.