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REVIEWSLE RECENSIONI
Little Wide Open
Kevin Morby
2026  (Dead Oceans)
AMERICANA/FOLK/COUNTRY/SONGWRITERS ROCK
8/10
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03/06/2026
Kevin Morby
Little Wide Open
Con Little Wide Open, Kevin Morby realizza il disco più maturo e compiuto della sua carriera: un album di heartland rock crepuscolare, sospeso tra nostalgia, inquietudine e senso di appartenenza, in cui la grande tradizione del cantautorato americano torna a suonare viva, vulnerabile e profondamente contemporanea.

Kevin Morby è quel classico artista con una lunghissima gavetta alle spalle cresciuto in popolarità disco dopo disco e concerto dopo concerto. Hanno iniziato ad accorgersi veramente di lui sette anni fa con Oh My God, il suo quinto disco, e a finire nelle classifiche di fine anno nel 2020 con il successivo Sundowner; poi la felice conferma con This Is a Photograph quattro anni fa. Con Little Wide Open era atteso, in un certo senso, alla prova del nove: sgombriamo subito il campo – questo è un grande disco, forse il migliore della sua carriera.

Prodotto da Aaron Dessner dei The National, ormai dietro alla consolle a tempo pieno dopo aver lavorato negli ultimi anni con Taylor Swift, Ed Sheeran, Gracie Abrams, Mumford & Sons, Florence and the Machine, Brandi Carlile e Noah Kahan (oltre ad aver trovato il tempo per registrare un paio di album con i The National e portarli in tour in giro per il mondo) Little Wide Open è stato inciso al Long Pond Studio di Stuyvesant, New York e suona esattamente come dovrebbe suonare un disco registrato lì: ampio, caldo e pieno di dettagli sonori che emergono lentamente dopo ripetuti ascolti.

È un album di heartland rock cantautorale con influenze che vanno da Lou Reed ai The War on Drugs passando per Kurt Vile, tutti artisti capaci di sostenere canzoni costruite su due o tre accordi al massimo grazie alla forza dello storytelling e delle texture sonore. Dessner, parlando della scrittura di Kevin Morby, ha evocato persino William Faulkner – e per una volta il paragone letterario non sembra fuori luogo.

 

La cosa sorprendente di Little Wide Open (il cui titolo ci ha riportato alla mente Into the Great Wide Open di Tom Petty and the Heartbreakers) è che, pur essendo molto probabilmente il disco più accessibile e melodicamente immediato di Morby, mantiene una forte ambiguità di fondo. Non offre insomma mai una risposta chiara e non cerca una catarsi definitiva; bensì vive in quella zona grigia dove nostalgia e alienazione, amore e paura, serenità e senso di fine imminente convivono continuamente. È un album che parla del Midwest americano come luogo geografico ma soprattutto come condizione mentale: uno spazio fatto di orizzonti aperti e strade infinite in cui ci si sente contemporaneamente a casa e fuori posto.

L’apertura con “Badlands” è programmatica. Il titolo richiama inevitabilmente l’omonimo film di Terrence Malick (in italiano La rabbia giovane) e soprattutto la canzone di Bruce Springsteen da Darkness on the Edge of Town (anche se – per essere precisi – il film di Malick ha ispirato direttamente “Nebraska”), ma Morby evita accuratamente di trasformare il brano in un esercizio di classicismo rock. Morby descrive gli Stati Uniti come «the big disaster we call home», salvo poi infilarci un riferimento a “Heaven Is a Place on Earth” di Belinda Carlisle («Heaven is a place on Earth beneath the golden sky»), creando un corto circuito di romanticismo e disillusione.

 

Musicalmente parlando, Morby continua a lavorare per sottrazione. Se This Is a Photograph flirtava apertamente con il soul e Oh My God lasciava entrare persino il jazz nelle sue strutture, qui tutto torna a un’essenzialità quasi disarmante. Ma è un’essenzialità ingannevole, perché ogni arrangiamento è costruito con una precisione maniacale. Dessner non riempie mai lo spazio inutilmente, ma anzi lascia che le canzoni respirino, che le armonie vocali si insinuino lentamente, che un clarinetto o una chitarra acustica modifichino l’atmosfera di un pezzo senza il bisogno di sottolineature drammatiche.

I sette minuti di “Natural Disaster” (con l’assolo più lungo mai suonato da Aron Dessner, a detta sua) è probabilmente il centro emotivo dell’album. Morby si chiede se i propri sbalzi emotivi siano qualcosa da curare con la meditazione, con i farmaci o semplicemente da accettare come un qualcosa di inevitabile, come in natura lo sono gli uragani o le frane. La presenza di Lucinda Williams aggiunge al pezzo una dimensione quasi da spoken word, mentre sullo sfondo tutto resta volutamente sospeso e irrisolto. “Javelin”, invece, è la canzone che più si avvicina al concetto di singolo in tutto l’album, grazie a un ritornello immediato e a una produzione stratificata, dove emergono le percussioni di Andrew Barr. Ma funziona soprattutto per il testo: «Am I a has-been? Am I a husband?», si interroga Morby – a trentotto anni e alle soglie della paternità insieme a Katie Crutchfield dei Waxahatchee, Morby sembra improvvisamente confrontarsi con il tempo in maniera diversa rispetto al passato. Nei suoi dischi la morte e la memoria sono sempre state delle presenze costanti, ma qui assumono una dimensione più concreta. Insomma, non c’è più soltanto il fascino romantico della dissoluzione, c’è anche e soprattutto il desiderio di costruire qualcosa che duri nel tempo.

 

Il resto del disco procede senza veri picchi spettacolari, con una velocità di crociera costante e senza strappi – e proprio in questo sta la sua forza. Little Wide Open non è un album costruito per estrarre tre brani da inserire nelle playlist tematiche di Spotify e dimenticare tutto il resto – anzi, funziona come un flusso continuo, un fiume sonoro dal quale piano piano emergono le canzoni nella loro individualità. “Junebug”, per esempio, è attraversata da un motivo di piano e clarinetto di una malinconia quasi cinematografica, mentre “Cowtown” sembra una demo folk registrata nel cuore della notte, salvo poi aprirsi improvvisamente grazie a un fraseggio blues. E se “100,000” accumula tensione fino a esplodere in una coda rumorista che ricorda il Neil Young più elettrico, la lunga title track evita qualsiasi enfasi eccessiva: il risultato sono otto minuti di confessioni sussurrate e chitarre riverberate che scorrono come un fiume in piena notte.

Anche gli ospiti vengono usati con intelligenza. Justin Vernon dei Bon Iver compare trasformando la propria voce in una sirena da tornado su “Badlands”, mentre Amelia Meath e Katie Gavin costruiscono armonie vocali che aggiungono profondità ai pezzi senza però mai rubare la scena a Morby. A leggere i crediti, Little Wide Open è un disco pieno di collaboratori importanti (ci sono anche Meg Duffy aka Hand Habits al basso e alla chitarra, Colin Croom alla pedal steel, Stuart Bogie al clarinetto e Mat Davidson aka Twain e Rachel Baiman al violino), ma tutto resta al servizio delle canzoni.

Ed è forse proprio questo il punto decisivo: Little Wide Open è l’album di un autore che ha finalmente capito che non deve dimostrare più nulla. Morby, infatti, non cerca il capolavoro generazionale, non forza la mano per scrivere il “grande disco americano” (come tanti scrittori sognano il “grande romanzo americano”) e non prova nemmeno a reinventare il linguaggio del cantautorato indie. Semplicemente, scrive canzoni al massimo delle sue possibilità, le canta meglio che può e le veste con degli arrangiamenti eleganti e raffinati facendosi aiutare da uno dei migliori produttori sulla piazza, che di quel tipo di suono ha fatto il suo tratto distintivo. Insomma, Little Wide Open è il classico disco della maturità, desinato a insinuarsi lentamente nella vita dell’ascoltatore invece di conquistarla immediatamente. E quando questo succede, diventa difficile liberarsene.