Il film di Ozon, girato principalmente in Marocco con la città di Tangeri al posto dell'Algeri dell'omonimo romanzo di Albert Camus, è un racconto lungo 122 minuti in bianco e nero, in cui a farla da padrona è il Caso. Il Caso, più che una divinità degna di essere venerata, ha qui le sembianze della luce del sole: in un attimo può abbagliare l’essere umano per poi sprigionare un vento ardente che spinge verso il malessere esistenziale e una dimensione di disincanto, poichè si diventa coscienti che “l’equilibrio del mondo” si è rotto per sempre.
Raffigurato fedelmente rispetto all’omonima opera letteraria del 1942, il protagonista del film è un giovane francese di nome Mersault (interpretato da Benjamin Voisin), che vive ad Algeri e lavora come impiegato. Nella parte iniziale deve fare i conti con un lutto familiare, ma in apparenza è quasi insensibile alle dinamiche della vita. Incarnando le caratteristiche dell’antieroe par excellence, anche nell’interpretazione di Voisin, Mersault è una persona per lo più anaffettiva e con pochi amici, dove alcuni di essi hanno persino tratti devianti, come ad esempio Raymond Sintès, il vicino di casa interpretato da Pierre Lottin, che è alle prese con un gruppo di ragazzi che per motivi ben precisi lo inseguono per intimorirlo o per vendicarsi.
Il giovane Mersault si infatua della bellissima Marie Cardona (Rebecca Marder), con cui inizia una relazione che, nonostante le divergenze caratteriali, potrebbe sfociare in un vero e proprio amore. Ma tra i due si frappone, per l’appunto, il Caso, che, durante una camminata apparentemente innocua sulla spiaggia, fa compiere al protagonista un gesto che macchierà per sempre la sua sorte: lo sparare cinque colpi al gruppo di ragazzi arabi in lite con con Sintès.
Durante il lungo processo che ne consegue, più che il crimine in sé e le circostanze del gesto, viene discusso il fatto che l’imputato non riesca a provare alcun tipo di rimorso per quanto accaduto. E così, nonostante l’iniziale pronostico degli esperti di potersela cavare “con qualche anno”, in conseguenza della sua predisposizione a dire quel che pensa senza fronzoli e senza cercare attenuanti, Mersault si ritrova tra le mura della prigione di Algeri; l’unica persona “bianca” in mezzo ai condannati arabi: un vero e proprio straniero, che, fedele fino in fondo al suo personaggio, si oppone con decisione anche a qualsiasi tipo di conforto di comodo, come quello offertogli dal sacerdote (Swann Arlaud) prima della sua “ultima ora”.
L’adattamento cinematografico firmato da Ozon può avere diverse chiavi di lettura. Da un lato parla della difficoltà delle persone disadattate nel poter avere una vita serena, che possa essere coronata da un amore convenzionale. Dall'altro narra della parabola degli esseri umani, che davanti al destino si ritrovano spesso ad essere impotenti, soprattutto se costretti a fare i conti con una realtà ben più grande di loro. Ma è un film che apre anche una riflessione sui procedimenti della giustizia e sulla pena di morte, sui concetti stessi di “innocenza”, “colpevolezza” e “responsabilità”.
Per chi non si fosse precedentemente immerso nella lettura dell’omonimo libro, questo film può essere un invito a prendere in mano l’originale, firmato dall’indimenticabile autore francese Albert Camus e che in molti ritengono essere il suo capolavoro. Mentre per chi è appassionato di musica, il consiglio è di stare attenti al finale, quando, arrivati i titoli di coda, la pellicola mette in cornice anche una delle tracce più famose dei The Cure, che inizia proprio con le strofe: “Standing on the beach with the gun in my hand / Staring at the sea, staring at the sand / I’m alive. I’m dead”, un vero e proprio riadattamento musicale del romanzo di Camus.
