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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
18/11/2018
FAB
LOUDD vi regala in ANTEPRIMA
“Se un qualcosa ci condiziona così profondamente non può che fare innegabilmente parte di noi.” (Fab)
di Silvio Terenzi

E direi che si è lasciata condizionare, ma anche contaminare di vita, la scrittura di questo nuovo disco di FAB che esce questo 21 Novembre in pieno autunno che quasi diventa inverno. Direi peraltro che questo è lo scenario perfetto per accogliere le nuove canzoni del cantautore rock Fabrizio Squillace - in arte Fab – che si intitolerà “Maps for Moon Lovers”: inediti che dal rock prendono solo quel piglio di grinta che quasi diventa rabbia e sottendono una sfacciata dimensione eterea, come polvere sospesa in scenari nordici dove in fondo non è quel bisogno di urlare e di rivoluzione ma la riflessione del sé a determinare ogni singola canzone di questo nuovo disco. Ci racconterà com’è poco autobiografico e come invece è l’osservazione di un giorno qualunque su questa madre terra di uomini fragili, tra amori e passioni, tra quelle che sono le privazioni e le impotenze e quelli che sono i vizi e le false virtù.

LOUDD oggi vi presenta in ANTEPRIMA NAZIONALE il nuovo video di FAB, “How High the Moon”: l’invito all’ascolto e alla visione per trarne dietro ogni dettaglio particolari di letteratura e di visioni concrete di ognuno di noi. All’impotenza a cui la vita ogni tanto ci lega come al bisogno di fuggire che spesso, troppo spesso, ci facciamo mancare. E poi la Luna, ci dirà FAB, elemento portante di quel romanticismo classico che forse sarà il vero flusso di coscienza che legherà a sé l’anima di tutti i cantori, di ogni stagione, di ogni vita su questa terra, per il passato che abbiamo avuto e per il futuro che verrà. Di sicuro accade così per questo nuovo disco di buon rock d’autore firmato da FAB.

Play It LOUDD!

Si torna in scena. Dopo “Bless”, che per me è stato un disco di sussurri e di riflessioni, ascoltando anche il nuovo singolo, che sia questo il disco della rabbia e delle confessioni?

“Bless” in effetti è stato un lavoro incentrato sulla spiritualità, un disco molto introspettivo e autobiografico. I suoni erano posati, volutamente equilibrati. Una sorta di seduta di psicoanalisi alla ricerca di una verità intima. Credo sia un passaggio necessario, spesso indispensabile, per un musicista. Il nuovo disco costituisce una tappa differente, anche nel titolo stesso, chiaramente ironico e decisamente più universale. È qualcosa di paragonabile ad un satellite in avaria che scruta dall’alto le dinamiche umane, non necessariamente in cerca di risposte. Una sorta di “registratore”, una scatola nera da aprire a piacimento per ascoltare singole storie. Da anni scrivo racconti e mi affascinava l’idea di racchiudere in un disco otto diverse vicende legate ad otto differenti personaggi, ognuno con la sua singolare esperienza, con il suo bagaglio di sogni e fallimenti, tra un amore luccicante e un altro vestito di panni sudici. È una teatrale apertura verso il mondo attuale che ci regala ammalianti contraddizioni. Non ci sono più codici o dogmi imprescindibili, tutto è in apparenza possibile. Un luogo perfetto per scrivere nuove storie.

LOUDD in anteprima lancia il video di “How High the Moon”. Cosa rappresenta la Luna per Fab e che cosa è tutta questa distanza che ci separa dal cielo?

La luna ha sempre esercitato un forte fascino su di me. La paragonerei ad una donna apparentemente austera, dall’aspetto algido, che in realtà cela abilmente fuoco, passione ed estro. Ama mostrare queste doti in modi singolari, differenti, ammaliando le persone al pari di un astro rovente. Appare e scompare, sa essere timida e terribilmente estroversa. Sembra distante, ma è così incredibilmente vicina. Non esiste distanza alcuna con lei perché in realtà condiziona ogni nostro giorno. La lezione più grande che possiamo imparare osservandola è proprio questa. Il cielo pare così alto e irraggiungibile, ma la luna, con la sua criptica ed elegante seduzione, suggerisce che non vi è poi tutta questa lontananza. Se un qualcosa ci condiziona così profondamente non può che fare innegabilmente parte di noi.

Un disco per amanti. Un disco per chi ha la testa tra le nuvole in senso romantico. Un disco dedicato alla follia intesa come perdersi, randagio, in balia delle emozioni. Cosa c’è di autobiografico tra le righe di queste nuove canzoni?

Sicuramente poco, almeno rispetto a “Bless”. Come detto prima, ho tentato di disegnare i tratti di otto differenti personaggi che rispecchiassero al meglio l’epoca in cui viviamo. C’è il narcisista che insegue il like su facebook e la fama a tutti i costi, la ragazza dal passato torbido che custodisce un sogno troppo grande, e poi ancora un tizio che declama a gran voce una sarcastica dichiarazione d’amore verso Londra, città che rispecchia al meglio le torbide contraddizioni dell’epoca in cui viviamo. Ogni personaggio racchiude in sé il folle desiderio di inseguire la gloria, e di farlo ad alta velocità. La nostra epoca ha azionato questo meccanismo perverso, quel profetico “tutti saremo famosi per 15 minuti” sussurrato decenni fa da Andy Warhol. Un meccanismo che induce qualche sospetto sulla stabilità emotiva di questa era e che nella luna trova una sintesi egregia. Appaio, scompaio, mi vesto di luce accecante e poi non ci sono più.

Tornando al video: il volto bianco di un manichino. Alter ego che inchioda con le sue verità l’indifferenza contro cui sbatte la passione o l’impotenza che annienta ogni azione?

È una citazione dell’amore kafkiano, “amore è il fatto che tu sei per me il coltello con il quale frugo dentro me stesso”. Una passione smisurata, gigantesca e soffocante. L’amore veste anche abiti sgualciti, conosce urla e menzogne, sa essere qualcosa di diverso da una favola ben confezionata. Può rappresentare un incubo dal quale non risulta facile uscire. Esistono relazioni complicate che trovano il loro senso ultimo solo nella separazione. Il volto del manichino, freddo e asettico, rappresenta l’immobilità asfissiante in cui ci si può ritrovare, così come quelle mani legate dietro ad una sedia. In questo senso possiamo ritrovare tutte e tre le condizioni citate, in particolare l’impotenza che annienta ogni azione. E alla fine non rimane che scegliere l’unica strada possibile, liberarsi di un amore che non ci libererà mai da noi stessi.

E poi lo scenario meraviglioso di alta montagna. Perché?

Le atmosfere nordiche mi fanno sentire a casa. E credo siano paesaggi perfetti per le canzoni di “Maps for Moon Lovers”, in particolare per questo brano. Il video è stato girato su un altopiano della Sila in una nuvolosa giornata di maggio. Un manichino, un uomo incappucciato che si risveglia dal torpore. Le mani legate dietro il corpo, come stesse davanti ad un plotone di esecuzione. Mille abeti a fare da spettatori e una valle echeggiante che pare un’arena di granito. Un palco onirico, denso di significati. Non potevo trovare teatro migliore per mettere in scena una vicenda così intensa. Ricordo il silenzio assordante di quel posto, rotto solo di tanto in tanto dal lieve sibilo del vento.

A chiudere: questo nuovo disco è l’evoluzione che ti fa provare nuove direzioni o l’arrivo ad un punto di maturazione?

Credo sia semplicemente una tappa, un passaggio che porta a qualcosa. Un passo verso una maturità musicale alla quale sicuramente si aspira ma che secondo me non si può mai raggiungere pienamente. Abbiamo lavorato quasi un anno prima di mandare il disco ad Abbey Road per il master ed il lavoro di missaggio è stato decisamente complesso. Ci tenevo che i brani giungessero a Londra con il vestito migliore. E devo ammettere che sono davvero soddisfatto. Ogni disco è fatto di canzoni, e le canzoni nascono sempre dal bisogno di dire qualcosa. E quel bisogno è sempre diverso, condizionato dalle esperienze che viviamo e dai suoni che ascoltiamo. Avevo tanto da dire, e volevo dirlo in una maniera diversa, nonostante ci sia comunque una forte continuità con il disco precedente. Vi si ritrova il piano elettrico, la viola, l’uso smodato del microkorg. Ma i suoni, a differenza di “Bless”, sono volutamente larghi, rotondi, cercano di rimandare ad altri mondi. In fondo sono semplicemente i rumori prodotti da un satellite in avaria che fruga nelle pieghe di una ordinaria giornata sul pianeta Terra. E ne elabora, a modo suo, il variopinto contenuto.