Quello di Jared James Nichols è un nome che lentamente, ma inesorabilmente, si sta guadagnando, disco dopo disco, una crescente schiera di fan, il consenso della critica e l’apprezzamento dei suoi colleghi, avendo collaborato con nomi stellari quali Steve Vai, Slash, Joe Bonamassa, Peter Frampton (per citarne alcuni) e diviso il palco con band del calibro di Bue Oyster Cult, Living Colour, Saxon e molti altri.
Trentasettenne, originario del Wisconsin, affiliato a casa Gibson, il chitarrista americano ha pubblicato un paio di EP e quattro album in studio all’insegna di un hard rock blues nerboruto, graffiante e aggressivo, che interpreta da protagonista grazie a una bella voce roca e a uno stile chitarristico essenziale, diretto, senza fronzoli, ma tecnicamente ineccepibile.
Questo nuovo Louder Than Fate è un disco che ribadisce una formula consolidata, che forgia un suono derivativo, certo, reso, però, credibile da un surplus di pathos, sudore e passione. Nichols non insegue le mode, non scende a compromessi e se ne infischia di stupire cercando strade sperimentali o annacquando la proposta a uso e consumo delle chart. Picchia duro e diretto, scartavetra le canzoni coi suoi riff tellurici e quando cerca la melodia è per creare ritornelli di facile presa, che il pubblico possa cantare a squarciagola sotto il palco, pugno chiuso e handbanging compulsivo.
L'album si apre con "Let’s Go", l'intensità dei riff è subito alle stelle, il tiro innodico è energico e coinvolgente, l’assolo micidiale e i cori in stile eighties fanno presa immediata sull’ascoltatore. L'inizio di "Ghost" è, invece, caratterizzato da un blues lento e ondeggiante, che sfoggia un'attitudine smaccatamente sudista, anche se il brano, poi, vira verso sonorità grunge ruvidissime e caratterizzate da una vocalità cupa e rabbiosa. L'impronta blues rimane protagonista anche in "Way Back", un brano che attinge alle radici del southern e diventa travolgente, con un impatto di pura energia che spazza via tutto.
Non c’è trucco, non c’è inganno, ma solo una musica che nasce per essere suonata dal vivo, senza risparmiare nemmeno una stilla di sudore. Nichols, però, è anche molto abile nelle variazioni sul tema, quando abbandona il consueto impeto per momenti più morbidi e raccolti. In "Bending or Breaking" il musicista imbraccia la chitarra acustica, mette da parte le sue solite regole compositive, per tuffarsi in qualcosa di nuovo, e il risultato è ottimo: un mid tempo clamorosamente melodico, un brano perfetto per le radio anni ’90. Probabilmente, il la canzone più commerciale e accessibile scritta fino a oggi, in cui persino l'assolo è più contenuto, pensato per un pubblico diverso. Anche "Killing Time" rallenta il passo per vestire i panni della ballata addolcita da un misurato arrangiamento d’archi.
Con "Dust ‘n’ Bones" si torna a picchiare duro nel più classico stile Nichols: un riff da urlo, un'attitudine sfacciata e carica di sudore, e un assolo capace di lasciarti a bocca aperta. Una vera mazzata. E se "Looks Like That Felt Good" fonde mirabilmente southern, blues e un ritornello sfrontato, "Runnin’ Hot" è un pezzo di grande impatto in pieno stile anni '70, con la batteria suonata apposta per farci battere le mani a ritmo, e un assolo stellare che è un concentrato di tecnica e velocità.
Chiude l’album "Pretend" una derapata adrenalinica che viaggia a velocità supersonica, sfoggiando un lavoro alla sei corde degna dei più grandi di sempre.
Louder Than Fate conferma per l’ennesima volta il talento straordinario di un artista, virtuoso della chitarra e cantante di grande spessore. Inutile cercare originalità fra le canzoni del disco, aspetto che di sicuro a Nichols interessa poco o niente. Qui, c’è tanta sostanza, tanto sudore, la voglia di spaccare tutto come se suonare fosse solo ed esclusivamente un eterno live. Grinta, uno stile riconoscibile e vampate di autentico furore fanno la differenza. E tanto basta.
