
Ci sono band che invecchiano e ci sono band che evolvono; i Converge appartengono senza dubbio a questa seconda, rarissima specie. Dopo trentasei anni di carriera e con una formazione ormai stabile da venticinque anni (il cantante Jacob Bannon, il chitarrista Kurt Ballou, il bassista Nate Newton e il batterista Ben Koller) i Converge non hanno ormai alcun interesse a smussare i propri angoli e ad addolcire il linguaggio (se mai ne hanno avuto). Al contrario, più il tempo passa e più i quattro scavano a fondo, come se il tempo non fosse una linea retta ma una sorta di spirale che li riporta continuamente a porsi la stessa domanda, centrale tanto nei loro testi quanto nella loro musica: cosa significa essere vivi, oggi, e che forma si può dare a quel sentimento chiamato catarsi quando ormai tutto sembra già stato detto (o urlato a pieni polmoni, nel caso di Bannon)?
La risposta è in Love Is Not Enough, primo vero e proprio album in studio dei Converge in nove anni, dai tempi dell’ingiustamente sottovalutato The Dusk In Us del 2017. Escludendo la collaborazione con Chelsea Wolfe in Bloodmoon: I (2021), si tratta della pausa più estesa tra due dischi nella carriera della band di Salem. Ed è quasi paradossale che, dopo un’attesa così lunga, la band torni con il disco più breve della propria discografia: “solo” 31 minuti. Ma se la durata può sembrare sorprendentemente contenuta (tradizionalmente i loro album hanno quasi sempre superato i 40 minuti), basta un solo ascolto per capire che mai come in questo caso vale la regola dell’all killer, no filler: nelle dieci canzoni che compongono Love Is Not Enough non c’è una parola o un riff di troppo; insomma, non un grammo di grasso in eccesso, non un secondo sprecato.
Se non sapessimo che i Converge non hanno alcuna intenzione di sciogliersi e che, anzi, non sono mai stati così affiatati come in questo momento, verrebbe quasi da pensare a un’opera di commiato. Niente di più sbagliato. È vero, Love Is Not Enough ha la potenza evocativa dell’opera definitiva, ma se sembra chiudere un cerchio è solo perché lo stringe fino quasi a spezzarlo. È un disco che non cerca redenzione né consolazione e rifiuta l’idea che l’amore, da solo, possa bastare.
Nel dicembre del 2022, rispondendo a un suo post su Instagram sull’allora nuovo singolo dei Metallica “Lux Æterna” – in cui muoveva una critica costruttiva e condivisibilissima al pezzo, da un lato lodandone scrittura e performance, ma dall’altro sollevando qualche appunto sulla produzione («vorrei che le chitarre fossero più potenti e che la grancassa suonasse un po’ più “reale”») – abbiamo chiesto a Ben Koller cosa ne pensasse dell’idea di un disco dei Four Horsemen prodotto dal suo compagno di band Kurt Ballou. La risposta che ci è stata data è che sarebbe stato un album «davvero assurdo, quasi esilarante». Ebbene, a pensarci bene, più di tre anni dopo Love Is Not Enough suona esattamente come se quella battuta avesse realmente preso corpo. Non perché i Converge abbiano imitato i Metallica, ma perché ne hanno intercettato lo spirito primordiale, quello di Kill ’Em All, quando il thrash non era nient’altro che metal suonato con la velocità dell’hardcore e l’attitudine del punk.
La title track parte con un intro thrash molto semplice, quasi spiazzante nella sua immediatezza. I riff sono secchi, diretti, carichi di una magnetica energia primitiva. Poi il pezzo cambia passo e si spinge in territori powerviolence, tirando fuori una violenza controllata che sa di ritorno alle radici hardcore della band. Non ci sono abbellimenti né strizzate d’occhio: è un brano che colpisce e basta. E da lì in poi Love Is Not Enough non si ferma più, va avanti senza costruire pause, come se l’unica cosa che contasse davvero fosse mantenere alta la tensione.
Le successive “Bad Faith” e “Distract and Divide” sono un assalto grindcore frontale, schegge nervose che richiamano tanto la violenza circolare dei Mastodon di Remission quanto l’immediatezza brutale dell’hardcore più feroce. Restando in ambito thrash primi anni Ottanta, “Force Meets Presence” contiene un riff che ricorda molto da vicino l’inconfondibile apertura di “Hit the Lights” dei Metallica, salvo poi trasformarsi in una miscela di blast beat, speed metal e hardcore punk suonata con intensità quasi asfissiante. “To Feel Something”, invece, è uno dei momenti vocalmente più estremi di Jacob Bannon: l’interpretazione richiama il tormento abrasivo dei primi Today Is The Day e, forse più che altrove nel disco, qui la band suona più disturbante e claustrofobica che mai.
Fatta eccezione per “Beyond Repair”, unico vero momento atmosferico e strumentale dell’album (una parentesi posta non a caso a dividere idealmente in due il disco, dando all’ascoltatore un momento di quiete, con richiami alla cupezza monolitica dei Neurosis e a certe tensioni post-industriali degli Swans) il disco continua a salire di intensità. Se “Bad Faith” e “Amon Amok” sono due pezzi potenti, costruiti con l’idea di incendiare il pit nei prossimi concerti, “Gilded Cage” riattiva invece l’anima noise della band, con una linea di basso mostruosa filtrata attraverso una sensibilità mathcore anni Novanta molto diretta e fisica. Il risultato è un brano sì atmosferico, ma con un’urgenza molesta, quasi tossica.
“Make Me Forget You”, invece, è hardcore emotivo nel senso più puro del termine, una di quelle canzoni che ti afferrano per la gola non solo per la violenza della musica, ma anche per la lucidità del testo. Sugli scudi le due colonne della band, con Kurt Ballou intento a intrecciare linee di chitarra che restano addosso, mentre Jacob Bannon sembra affondare il coltello in una ferita ancora aperta.
Love Is Not Enough si chiude sulle note di “We Were Never the Same”, vero e proprio climax emotivo e (aggiungiamo volentieri) morale del disco. Trainata da una batteria devastante di Ben Koller e da un basso insistente di Nate Newton (autore anche di una prova magistrale come seconda voce in larga parte dell’album), è una riflessione sulla perdita e sulle occasioni mancate – sul tempo, sostanzialmente. Qui i Converge mostrano forse il loro volto più umano, quello di una band che, dopo trentasei anni di carriera, non ha ancora smesso di interrogarsi sul senso stesso della vita.
Tirando le somme, il cuore concettuale dell’album sta tutto lì, nel suo titolo. L’amore è fondamentale, è vero, ma da solo non basta. Non basta senza azione, senza empatia, senza responsabilità, senza rabbia quando serve. In un mondo che si accontenta di semplici dichiarazioni e facili slogan, Love Is Not Enough è una presa di posizione contro l’inerzia. Nei testi dell’album, Bannon parla sì di esperienze personali, ma guardando sempre oltre, verso una condizione collettiva fatta di disconnessione e frammentazione. Non c’è giudizio, in lui, semmai autocritica.
Questa onestà intellettuale si riflette anche nella produzione di Ballou: nessun ospite, nessun esperimento sonoro; Love Is Not Enough è piuttosto un ritorno deciso al versante più viscerale e velenoso dei Converge, concentrato in mezz’ora di lucida violenza. E va bene così: con voci insistenti su un possibile secondo capitolo di Bloodmoon, è probabile che le propensioni sperimentali dei Converge trovino ancora spazio in futuro. Per ora, questo è un ritorno alle radici hardcore della band. C’era una parte di fan che aspettava un disco così da anni e difficilmente resterà delusa. Dopo Jane Doe, dopo Axe to Fall, dopo The Dusk In Us e dopo Bloodmoon: I, i Converge dimostrano ancora una volta di essere un’entità a sé stante, un’isola che non appartiene davvero né al metal, né all’hardcore, né al punk, ma che da tutti questi linguaggi trae forza e significato.
Un redattore di Loudd dice spesso che non sappiamo quanto abbiamo bisogno di un nuovo album dei The National finché non ne ascoltiamo uno nuovo. Ebbene, anche qui vale la stessa cosa con i Converge. Love Is Not Enough non è un disco consolatorio, non vuole rassicurare nessuno né tantomeno redimerci. Ma ci accompagna lungo questa selva oscura che è la vita. E a volte, nel bel mezzo del caos contemporaneo, è già moltissimo.

