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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
29/06/2026
Live Report
Mac DeMarco, 28/06/2026, Auditorium Parco della Musica, Roma
Mancava da sette anni, Mac DeMarco. Torna in Italia con un live che somiglia a un gioco di specchi, capace di tenere insieme due registri apparentemente inconciliabili, l'ironia più sfacciata e una malinconia sottile, lasciandoli respirare sotto lo stesso cielo romano.

L’afa di fine giugno non dà tregua, nemmeno dopo il tramonto. Il travertino della Cavea Luciano Berio, quell’anfiteatro a cielo aperto che Renzo Piano ha incastonato al centro dell’Auditorium Parco della Musica, trattiene il calore ostinato del giorno, mentre la luce si consuma pigramente alle spalle delle tre grandi sale rivestite di piombo. La serata si iscrive nel Roma Summer Fest 2026, una delle tre tappe italiane, con Bologna e Milano, che riportano DeMarco a suonare Guitar, il capitolo acustico uscito nell’estate del 2025. E così, fra birre ghiacciate, sigarette rollate, All Star consunte e magliette a righe, il pubblico prende posto con la propria ricercata trasandatezza. E l’attesa si dilata, assumendo il ritmo molle delle sere che non hanno alcuna fretta di finire.

L’artista canadese sale puntualmente sul palco protetto dall’iconico cappellino con visiera, una camicia azzurra sbottonata sopra t-shirt e jeans. Sul palco DeMarco si sbarazza della maschera del malinconico per indossare i panni di un intrattenitore sgangherato e irresistibile. Il fantasma del cantautore chino sulla chitarra nella penombra solitaria delle sue registrazioni casalinghe convive con il suo doppio più scanzonato e clownesco. Dialoga con il pubblico, lancia il microfono in aria per riafferrarlo un istante prima del disastro, insegue il fotografo Yuki Kikuchi per stampargli un bacio sulle labbra e improvvisa passi di danza dalle movenze squisitamente goffe, quasi a voler disinnescare ogni possibile solennità.

C’è una precisione chirurgica in questa sfacciataggine. Un’eleganza dell’indolenza. DeMarco preferisce demolire l’altare piuttosto che salirvi: rifiuta la postura raggelata della rockstar inavvicinabile e sceglie di accomodarsi allo stesso livello di chi lo guarda, trovando proprio in questo sabotaggio la sua più assoluta credibilità. Una desacralizzazione speculativa, un’etica del palcoscenico che svuota il rito del concerto della sua liturgia per restituirlo sotto forma di una confessione tra amici.

È un’attitudine che si specchia perfettamente nell’universo visivo del film Le città di pianura, il road movie di Francesco Sossai. Come il giovane Giulio di Filippo Scotti, che attraversa la provincia veneta con lo sguardo di un sognatore pudico, perennemente in bilico tra il proprio silenzio interiore e la sgangherata, rumorosa baldoria che lo circonda, così DeMarco abita la Cavea esibendo entrambe le facce della stessa medaglia. È, nello stesso istante, l’adolescente schivo che cesella miracoli lo-fi nella penombra della propria cameretta e l’animale da avanspettacolo che quelle stesse creature sacrifica in piazza, spogliandole di ogni gravità. Quella "pianura emotiva", dove la tristezza siede placidamente accanto alla farsa e una tenera timidezza tiene a bada il cinismo del mondo, cessa di essere un fondale cinematografico e diventa la geografia esatta, l’unico perimetro possibile dei suoi accordi.

 

La scaletta è una lunga navigazione a vista attraverso oltre venticinque brani, una ricognizione sentimentale dell’intera discografia. Le note soffuse di "For the First Time" inaugurano la sera, scivolando poi nella morbidezza di "Sweeter" e nelle geometrie levigate di "On the Level". Ma è quando affiora il cuore di Salad Days che il tempo sembra fermarsi: il disincanto della title track, le traiettorie oblique di "Passing Out Pieces", la confessione ravvicinata di "Heart to Heart". In mezzo, quasi a interrompere il flusso narrativo, si inseriscono i pezzi puramente strumentali, appunti sonori minimi che suonano come pagine ingiallite di un diario ritrovato.

Dal recente Guitar, dove i sintetizzatori hanno abdicato per lasciare spazio alla purezza nuda delle corde, emergono la limpidezza di "Home" e la grazia raccolta di "Holy". Fino ad arrivare alla densa, fumosa "Ode to Viceroy", quella sorniona dichiarazione d'amore a una marca di sigarette economiche. Il momento più acceso del concerto arriva con la trascinante "Freaking Out the Neighborhood", uno dei suoi brani più amati dal vivo, che accende d'un tratto un pubblico già provato e arreso all'afa.

 

La serata scivola inevitabilmente verso la spettrale "Chamber of Reflection", con i suoi synth algidi e la sua aria di mezzanotte avanzata; è il momento esatto in cui la maschera dell'intrattenitore si abbassa e affiora, nudo, il fondo malinconico del repertorio. È qui che la malinconia di DeMarco si lascia leggere meglio: si comporta come una temperatura corporea, rimane sospesa nell'aria e si posa sulle superfici, alterando di poco la luce stessa delle cose.

Il congedo è affidato a una cover spiazzante di "Human Nature" di Michael Jackson, una scelta eccentrica che chiude la sera in modo tenero e ironico al tempo stesso. La leggerezza del gioco e la gravità della vita convivono così fino all'ultimo accordo, e l'arena le accoglie entrambe, senza giudicare.

Poi le luci si spengono. Ci si alza piano, quasi a malincuore. Fuori l'afa è rimasta ad aspettare, identica a prima. Qualcuno esce fischiettando un motivo di cui non ricorda più il nome: resta lì, impigliato sotto la lingua. Perché a certi concerti si entra da soli, ma si esce abbracciati a una malinconia che non svanisce con l'ultimo accordo. Ce la si porta a casa così, leggera, per non lasciarla andare più.