I Mad Caddies, perfetta incarnazione del paradosso della nave di Teseo, portano sul palco del Legend un po' del sole della California e il sapore della salsedine in salsa ska punk. Ad accompagnarli nell'impresa dei sorprendenti The Happys e dei giovani MadAoki. A voi il racconto della serata.
Nel corso della loro quasi trentennale carriera, i Mad Caddies hanno sviluppato con l’Italia un rapporto che assomiglia a quello di certi turisti tedeschi con la Riviera romagnola: una presenza costante, stagionale e per certi versi rassicurante. Negli ultimi anni, in particolare, per quanto diradate (l’ultima volta è stata a Trieste nel 2019), le loro apparizioni sul suolo italico sembrano coincidere con quel momento molto specifico del calendario emotivo italiano in cui “inizia l’estate”, vale a dire quando finiscono le scuole e le città si svuotano abbastanza da tollerare bermuda improponibili e camicie hawaiane (come quella indossato stasera dal chitarrista Ian Cook, ma non diciamo troppo).
Stavolta però il rituale si consuma con un anticipo inconsueto. Niente riviera adriatica, niente sabbia, niente brezza marina come all’ultima apparizione al Beky Bay di Igea Marina: il ritorno dei Mad Caddies avviene al Legend Club, in quella periferia nord milanese che, a prima vista, sembra il luogo meno adatto al mondo per evocare Santa Barbara, California. Eppure basta una mezz’ora di concerto, qualche fiato in levare e la voce di Chuck “Papa” Robertson per trasformare il grigiore urbano in una specie di spiaggia mentale collettiva.
Il punto, tuttavia, è che oggi parlare dei Mad Caddies significa inevitabilmente parlare anche di identità. O meglio: della sua sopravvivenza. Dal 2022, anno in cui Robertson ha sostanzialmente azzerato la line-up storica dopo l’EP House on Fire, il gruppo è entrato in una nuova fase della propria esistenza. Via membri storici come Sascha Lazor, Eduardo Hernandez, Todd Rosenberg e Keith Douglas (musicisti presenti praticamente dagli esordi) dentro una formazione profondamente diversa, tanto da far apparire i Mad Caddies odierni meno come una band democratica e più come una “Chuck Robertson Band”. Non è un caso che Arrows Room 117, pubblicato due anni fa, rifletta in maniera evidente le passioni recenti del frontman: country, radici americane e un approccio meno festaiolo e più personale, in linea con quanto già intravisto nel suo disco solista del 2021.
Consapevoli di tutto questo, ci si avvicina al concerto quasi con curiosità antropologica. La domanda non è tanto "saranno ancora bravi?", quanto piuttosto "saranno ancora loro?". Prima che il dilemma filosofico si materializzi sul palco, però, ci pensano gli opener a preparare il terreno.
I primi a esibirsi sono i MadAoki, quintetto bergamasco attivo da appena tre anni ma già sufficientemente rodato da capire come si tiene in mano un palco. Il loro suono si colloca in quella tradizione tutta italiana di contaminazione tra punk hardcore e ska che negli anni Novanta aveva prodotto gruppi come Shandon e Moravagine. C’è ancora qualche asperità, qualche momento acerbo, ma sarebbe quasi sospetto il contrario. La cosa importante è che i pezzi funzionano: hanno dinamica, melodia e soprattutto quell’urgenza tipica delle band che stanno ancora cercando di conquistarsi ogni singolo spettatore.
Molto diversa, e forse ancora più sorprendente, la proposta dei The Happys, giovani californiani della Bay Area che sembrano aver costruito la propria identità musicale pescando a caso da una collezione di dischi estremamente improbabile. Punk, indie rock, grunge, armonie vocali anni Sessanta e surf music convivono in un insieme che, sulla carta, dovrebbe essere ingestibile. E invece funziona. È come assistere a un esperimento genetico riuscito: i Pixies con la sezione ritmica dei Red Hot Chili Peppers. Il bassista suona spesso in slap, il cantante sembra posseduto da un’energia quasi cartoonesca e dopo poche canzoni è già a torso nudo, come se il Legend Club fosse improvvisamente diventato una festa universitaria sulla costa pacifica. Ma al di là dell’estetica da caos controllato, i The Happys colpiscono soprattutto per spontaneità e mestiere: sono divertenti senza risultare macchiettistici, coinvolgenti senza forzare la mano. Una delle classiche band che dal vivo guadagnano immediatamente nuovi fan.
Alle 21:30 entrano finalmente in scena i Mad Caddies. Novanta minuti abbondanti di concerto durante i quali Chuck Robertson si conferma il vero centro gravitazionale della band. Non soltanto frontman, ma direttore d’orchestra in senso quasi letterale: detta i tempi, gestisce le pause, dialoga con il pubblico e, nel finale, cambia persino parte della scaletta sul momento. È una leadership evidente, quasi totalizzante, ma curiosamente non soffocante. Più che accentrare l’attenzione, Robertson sembra usare la propria presenza per tenere insieme tutti i pezzi della macchina.
La differenza rispetto ai Mad Caddies visti anni fa, ad esempio al Bay Fest 2018, è immediatamente percepibile. La band appare più ruvida, più asciutta, meno interessata alle deviazioni jazz e swing che avevano caratterizzato parte della loro fase classica. Se un tempo i Mad Caddies erano quasi una piccola orchestra ska-punk con ampi spazi dedicati all’improvvisazione e al virtuosismo, oggi sembrano privilegiare l’impatto diretto del punk rock.
È una trasformazione probabilmente dovuta anche alla diversa natura dei musicisti coinvolti: nella vecchia incarnazione della band i fiati erano affidati a strumentisti di impressionante tecnica, mentre la line-up attuale punta più sull’energia e sull’efficacia. Non virtuosi, forse, ma professionisti solidi e intelligenti, capaci di capire esattamente cosa serve a un concerto del genere. Il lungo assolo finale del trombonista Nicolas Benedetti, accolto con entusiasmo dal pubblico, è emblematico in questo senso: meno sofisticato rispetto al passato, ma perfettamente funzionale al clima della serata.
Ottima anche la prova di Ian Cook alla chitarra, preciso e dinamico, così come quella di Jason Lichau alla tromba. Ma, più in generale, ciò che colpisce è la compattezza della band. I Mad Caddies 2026 suonano come un gruppo che ha smesso di interrogarsi sulla propria legittimità e ha deciso semplicemente di concentrarsi sulle canzoni. E le canzoni, inevitabilmente, vincono sempre.
La scaletta pesca a piene mani da Just One More del 2003, ancora oggi probabilmente il vertice assoluto della loro produzione, mentre nella prima parte del set compaiono anche diversi brani da Rock the Plank. In sostanza è un greatest hits show, costruito con intelligenza per massimizzare il coinvolgimento collettivo. E persino il pezzo tratto dal recente Arrows Room 117 riesce a mimetizzarsi sorprendentemente bene accanto ai classici storici, quasi a suggerire che, nonostante tutto, una continuità esista davvero.
Ed è qui che il concerto assume involontariamente una dimensione quasi filosofica. I Mad Caddies odierni rappresentano infatti una perfetta incarnazione del paradosso della nave di Teseo: se tutte le parti originarie di un’entità vengono progressivamente sostituite, quell’entità rimane ancora sé stessa? Quando del gruppo originale è rimasto soltanto Chuck Robertson, stiamo ancora guardando i Mad Caddies? La domanda può sembrare oziosa, ma aleggia inevitabilmente sopra il palco per tutta la sera.
Viene in mente la celebre osservazione di John Ruskin sul Palazzo Ducale di Venezia: dopo che tutte le colonne del porticato sono state sostituite, è ancora il Palazzo Ducale? Al Legend Club la risposta sembra arrivare direttamente dal pubblico. Perché vedere centinaia di persone cantare ogni parola, pogare, sorridere e ballare davanti a questa nuova incarnazione della band suggerisce che, forse, l’identità di un gruppo non risiede davvero nei singoli musicisti che lo compongono, ma nel patrimonio emotivo condiviso delle sue canzoni.
E allora sì, forse questi sono ancora i Mad Caddies. O forse no. Ma quando una band può permettersi novanta minuti costruiti su pezzi di questo livello, la questione smette rapidamente di avere importanza. A un certo punto si rinuncia volentieri alla metafisica e ci si limita a fare quello che il concerto chiede fin dall’inizio: divertirsi.