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REVIEWSLE RECENSIONI
10/03/2026
Morrissey
Make-up Is a Lie
Make-up Is a Lie è all'interno di una perfetta aurea mediocritas oraziana: le canzoni riuscite piacciono senza entusiasmare, quelle meno convincenti non sono un disastro. Morrissey resta sempre uno tra i più grandi, ma per un altro album veramente bello aspetteremo il prossimo.

“Sempre dalla parte di Morrissey” è un mantra che ho ripetuto spesso, in tutti questi anni, persino in quei momenti (neanche pochi, per la verità) in cui i comportamenti e gli atteggiamenti dell'ex Smiths apparivano per molti versi indifendibili.

D'altronde il buon Moz è uno dei pochi artisti per cui il distacco professionale mi risulta difficile, uno a cui mi accosto ancora volentieri in modalità da fan, una debolezza da cui non ho mai cercato troppo di difendermi.

Recentemente, tuttavia, è un po' più difficile appoggiare ogni sua scelta, tra i numerosi live cancellati (e le ridicole e sconnesse giustificazioni addotte), dischi completamente registrati e mai usciti, o sparate totalmente a caso contro l'industria musicale, un vittimismo cronico che bene o male aveva sempre avuto ma che negli ultimi tempi appare piuttosto fuori controllo.

Va da sé che poi c'è stato lo splendido concerto di quest'estate al Vittoriale, parte di una leg italiana che per fortuna si è svolta senza intoppi, subito seguita dall'annuncio di un nuovo disco che, per una volta, sembrava meno campata in aria del solito; insomma, ci è voluto poco per decidere di dargli nuovamente fiducia.

 

Make-up Is a Lie effettivamente è uscito; addirittura, i fan avranno solo tre giorni per assimilare le nuove canzoni (alcune delle quali, però, erano da tempo parte delle scalette dei concerti) perché il 9 marzo è già previsto il suo ritorno in Italia, questa volta non più in suggestivi luoghi d'arte ma nella bolgia infuocata di un club (biglietti polverizzati in poche ore, tra l'altro).

Registrato in Provenza e prodotto dal solito Joe Chiccarelli, l'album che segna il ritorno sulle scene di Morrissey a sei anni da I Am Not a Dog on a Chain, ricicla una serie di canzoni provenienti da Without Music the World Dies, il secondo dei due progetti mai usciti, e ne mette in fila altre che erano state tenute al sicuro in un cassetto.

Negli anni l'artista di Manchester ci ha abituati ad aspettarci di tutto: ci sono state grandi prove, ciofeche colossali, album discreti, altri meno ispirati ma tutto sommato accettabili; i tre dischi usciti nell'ultimo decennio (quattro, se consideriamo la raccolta di cover) si attestavano tutto sommato su un buon livello, e anche le tracce diffuse in rete in questi anni permettevano di percepire come la vena creativa non si fosse ancora inaridita (che poi per uno come lui, che non si è mai scritto le musiche da solo, si tratta solo di trovare il partner giusto con cui lavorare).

L'ascolto del disco finito, ci restituisce tuttavia un'impressione più complessa: se da un lato alcune cose funzionano, altre risultano un po' dispersive e prolisse, mentre in generale manca un singolo episodio capace di scardinare le certezze e di inserirsi a pieno titolo tra le sue canzoni più grandi. Non è un album brutto, quello no, ma il guizzo è sparito e la routine ha preso piede, nonostante nei testi si intravedano ancora il sarcasmo e il disincanto di un artista che ha sempre fatto quello che ha voluto.

 

Voglio lasciare che qualcuno mi ami, se ci riesce” è il verso che più di tutti definisce l'opener “You're Right This Time”, riportandoci immediatamente a quel bisogno d'amore e a quell'affettività incompiuta cantate sin dai tempi degli Smiths. Mid tempo abbastanza brioso, dinamico, con un bel lavoro di Synth ed un ritornello che nel complesso funziona. Una partenza col piede giusto, pur senza far gridare al miracolo. La title track, che segue a ruota, si appoggia su un beat leggero e possiede un mood più cupo, ancora una volta quando si arriva al ritornello le cose vengono incanalate sui giusti binari e ritroviamo la giusta intensità.

Vena più drammatica e solenne in “Notre-Dame”, costruita su una ritmica pulsante ammantata di Synth, con un testo che rievoca l'incendio del 2019 e pare adombrare tra le righe che il governo abbia coperto un'ipotetica matrice dolosa dell'episodio.

“Amazona” è una cover dei Roxy Music ed è una scelta inusuale, per un artista che normalmente relegava le interpretazioni di brani altrui alle bside o ai concerti. Bisogna dire che in questo caso il risultato finale convince: la versione proposta non è troppo diversa dall'originale ma riesce comunque a metterci del suo e a farla suonare come un brano del proprio repertorio, lavorando opportunamente sull'esecuzione vocale e sugli arrangiamenti.

“Headache” è una ballata intensa ed ipnotica, leggermente prolissa e già sentita nelle soluzioni, ma si arriva alla fine soddisfatti, probabilmente è anche una delle migliori dell'album. Non si può dire la stessa cosa di “Boulevard”, che pecca invece del solito vizio del nostro eroe di allungare il brodo a dismisura e di caricare la canzone di dosi eccessive di saccarina: neppure un finale dominato da un crescendo struggente riesce a farci evitare gli sbadigli.

 

La seconda parte suona leggermente più frizzante e up tempo, ed anche se “Zoom Zoom the Little Boy” sembra più uno scherzoso divertissement, siamo sicuri che dal vivo ci divertiremo. Con “The Night Pop Dropped Dead” si ritorna alle oscurità tematiche di un testo dalle molteplici letture, anche se il discorso meta musicale è fuori di dubbio; ad ogni modo, questo il suo mid tempo vagamente psichedelico ce la rende senza dubbio interessante.

Un attacco in pieno al music business è invece “Kerching Kerching” (il titolo riproduce con un'onomatopea il rumore dei soldi che entrano in cassa), ballatona melliflua senza particolari guizzi, episodio centrale di un trittico sulla musica chiuso da “Lester Bangs”, ovviamente dedicata al leggendario critico di Creem e Village Voice. E qui non c'è possibilità di equivoco: riviviamo la scena di un giovane Stephen, chiuso nella sua cameretta a leggere le recensioni del già famosissimo giornalista di Detroit, scoprire i New York Dolls e desiderare di divenire una rockstar. È un omaggio tenero e affettuoso, quasi ingenuo nel suo candore Pop, uno dei pochi momenti del disco che sembra davvero libero da manierismi e idiosincrasie.

La chiusura è in tono minore e dimesso, e proprio per questo ci piace: “Many Icebergs Ago”, acustica, con una sezione ritmica che la vivacizza un po' ma che non riesce a stemperare del tutto il presagio funereo contenuto nelle linee vocali.

E poi “The Monsters of Pig Alley” (un altro riferimento a Parigi, una città piuttosto presente nei testi di questo disco) che riprende il discorso sulla musica del terzetto precedente, una sorta di accusa a degli ipotetici genitori che fanno di tutto per impedire al proprio figlio di inseguire i suoi sogni di gloria ma che non riescono ad evitare che scappi di casa e che venga ucciso da qualche parte. Nel testo tutto ciò non viene esplicitato ma, introducendola ad Amburgo poche settimane fa, pare che l'abbia spiegata così. È un altro pezzo triste, che ci riporta quell'immagine di Morrissey cantore della disillusione e della fragilità, che è poi la versione di lui a cui i fan sono probabilmente più affezionati.

 

A conti fatti, probabilmente la collocazione più giusta per Make-up Is a Lie è all'interno di una perfetta aurea mediocritas oraziana: le canzoni riuscite piacciono senza entusiasmare, quelle meno convincenti non sono un disastro, si ascolta tutto abbastanza volentieri ma non ci sono grossi segnali che da qui a un anno possa rimanerne qualcosa.

Nessuno scandalo, per carità: tra gli Smiths e le cose migliori della sua carriera solista, di motivi per considerarlo tra i più grandi di sempre in ambito di musica Pop, ce ne sono fin troppi.

Prima o poi, forse, arriverà un altro album veramente bello. Nel frattempo, abbiamo un concerto da vedere ed è più che doveroso sperare che qui dia davvero il meglio di sé.