Electronico dei Madredeus (uno dei dischi imprescindibili della mia collezione, spero anche della vostra) ci ha dimostrato quanto il fado moderno si fondi benissimo con il trip-hop e con certa techno minimal e ricercata, e ci è riuscito per due ragioni. Stiamo parlando di due generi musicali che esprimono fortemente la saudade, un profondo senso di malinconia, nostalgia e rassegnazione verso il destino condiviso pur a latitudini ben differenti, ed entrambi lo fanno con sonorità cupe, malinconiche, a loro modo psichedeliche (se non altro per i vortici emotivi a cui spingono) e di ispirazione più o meno inconsapevolmente dark.
Curiosamente, anche Malandra si apre con un boato, proprio come il remix di "Haja O Que Houver", la traccia che introduce la fortunata raccolta della band di Teresa Salgueiro, pubblicata nel 2002. Electronico si avviava con una deflagrazione digitale destinata a perdersi, mentre qui (il brano si intitola “Me Condena”) si percepisce una percussione naturale profonda e dilatata, la cui ripetizione repentina va a costituire da subito la struttura ritmica portante della canzone che, in pochi attimi, prende possesso della musica.
Malandra è il secondo lavoro degli Ão, band originaria di Bruxelles dal nome più che laconico (a detta loro si pronuncia come “meow” ma senza “me”, io ci ho provato con pessimi risultati) che incarna, con un approccio esplicitamente moderno, i principali paradigmi di un art-folk perfettamente attuale, in linea con l’estetica contemporanea, con l’aggiunta di un valore espressivo così intenso da togliere il fiato.
Nel raccontare gli Ão non si può non cominciare dalla ammaliante voce di Brenda Corijn, nata in Belgio ma con origini portoghesi e mozambicane, cantante sublime nonché anima totale del suono della band e vero punto di contatto tra ispirazione e rappresentazione artistica. Ma le polarizzanti chitarre di Siebe Chau, le immersive parti electro delle macchine pilotate da Jolan Decaestecker e il contenitore che racchiude tutto ciò, le trame ritmiche tracciate dalle percussioni vere e digitali dell’eclettico Bert Peyffers, fanno la loro parte e, in percentuale perfettamente distribuita, contribuiscono a un’alchimia compositiva ed esecutiva straordinaria.
Pubblicato a tre anni di distanza da Ao Mar, disco d’esordio già ambizioso di per sé, Malandra ne costituisce allo stesso tempo il prequel e il sequel, ne completa la sostanza riuscendo nell’intento di ordinare a struttura e trasmettere con adeguata compattezza e maturità artistica una personalità già ampiamente emancipata e facilmente rintracciabile sin dalle prime uscite. Un album volutamente carnale, che rimbomba dalle viscere sino agli strati più superficiali di chi vi si abbandona, che travolge per la sua passionale e raffinata immediatezza, che risuona nel corpo dell’ascoltatore dai bassi più intimi fino ai timbri più rarefatti.
I paesaggi sonori variano da atmosfere più acustiche ed eteree, nelle modalità più riconducibili all’immaginario del fado rivisitato come “Orgulho”, “Sorte” e “Volta”, o in sperimentazioni in cui la componente elettronica sostituisce in toto gli strumenti a corda virando su tonalità più allarmanti, come “Cinza” e “Acorda”. L’equilibrio tra le due anime si trova anche nei momenti in cui emergono le armonie e le melodie più incisive, su basi ritmiche che intrecciano trip hop e ritmi latini, da “Talvez” alla canzone che dà il titolo all’album, per spingersi ai confini della dance con “Aren't You Tired”. Una tracklist che non lascia tregua al turbamento, frutto di una produzione elegante che non lesina arrangiamenti di classe ma sempre resi con intensa poesia.
Il termine malandra si usa per descrivere una donna scaltra e ironica, in grado di affrontare la vita con intelligenza e astuzia, a proprio agio nel mondo magari non proprio secondo le regole, ma rimanendo sempre fedele a se stessa. Una figura ricca di fascino e complessità, intrisa di bellezza e del desiderio di ricerca in tutte le sue forme, il titolo perfetto per un’opera immensa.
