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REVIEWSLE RECENSIONI
06/02/2026
Megadeth
Megadeth
Se ne parlerà per tutto il 2026 del testamento sonoro dei Megadeth e di un lascito musicale di un grande artista come Dave Mustaine. Si dirà il tutto e l’esatto contrario di un album che rappresenta molto, forse troppo, ma è l’esatto ritratto di un uomo forse stanco, ma sempre dannatamente lucido.
di Iputrap

“Mi hanno dato l’oro,

mi hanno dato un nome

Ma ogni accordo

è stato firmato con sangue e fiamme

Quindi ecco la mia ultima volontà,

il mio testamento finale, il mio sorriso beffardo

Sono venuto, ho regnato, ora scompaio”

(“The Last Note”, Dave Mustaine)

 

 

Dave Mustaine ha sessantaquattro anni, ma ha vissuto con l’intensità di un guerriero centenario e forse è stanco di combattere in prima linea. I tendini dolgono e suonare a un certo livello oramai è sempre più doloroso, come ha detto lui stesso recentemente: “Mi facevano molto male le mani (mentre registravo il nuovo album dei Megadeth), e un giorno ho detto al mio manager: 'Non so per quanto tempo ancora potrò continuare a fare questo lavoro'. Non ho detto: 'Ehi, voglio ritirarmi subito'. Guarda questa mano: c’è una linea che sporge proprio qui. Si tratta di una cosa chiamata contrattura di Dupuytren, che mi farà piegare il dito in questo modo. Ha già iniziato a manifestarsi, perché si sta un po’ arricciando. E poi, se guardate le punte delle mie dita, sono gravemente artritiche. Quindi, tutte quelle protuberanze rendono davvero doloroso suonare. Se provassi adesso ad operarmi, con il 95% delle mie capacità, sottoponendomi a un intervento chirurgico che mi farebbe perdere tempo prezioso, sarebbe una decisione sbagliata. Se invece aspettassi fino a quando le mie mani mi causeranno problemi e poi ci provassi senza ottenere risultati, beh, nel frattempo avrei girato il mondo, avrei detto addio a tutti e non avrei lasciato nulla di non detto o incompiuto.”

Detto fatto, questo Megadeth è stato annunciato come l’ultimo album in studio e lancerà un tour mondiale che durerà probabilmente un paio di anni almeno, per poter salutare come si deve tutti i fan. Si sta parlando moltissimo del disco e se ne parlerà ancora per tanto, perché il canto del cigno di uno dei grandi inventori del thrash metal non può passare nell’indifferenza. C’è chi spera sia un capolavoro irripetibile e chi già lo ha bocciato come una delusione totale, d’altronde i sogni son desideri, ma è impossibile pretendere qualcosa di innovativo, geniale e rivoluzionario da un compositore che è giunto al suo crepuscolo, seppur con invidiabile coerenza e dignità.

 

Se ci si mette in testa di dare un voto sensato a questo lavoro, diciamo che potrebbe quindi essere un 5 come un 8, perché non è materia semplice da esaminare e analizzare con onestà e senza lasciar vincere del tutto la parte dei sentimenti e di un addio inevitabile ma anche doloroso. All’inizio le tracce sfuggono quasi tra le mani e quelle vincenti sembrano le peggiori e viceversa, ma dopo una lunga serie di ascolti, possiamo dichiarare qualche osservazione quasi oggettiva: Megadeth è pensato come un bilancio sonoro di quarant’anni di carriera e offre momenti duri e veloci, ma si dedica anche alla parte più melodica che è arrivata negli anni Novanta e si è sviluppata negli anni successivi, con alterne fortune.

Le chitarre suonano una meraviglia e il nuovo axeman Teemu Mäntysaari brilla facilmente per tecnica funambolica, meno per fantasia e innovazione. La produzione spinge bene ma la batteria arriva un po' troppo secca ed artefatta a volte, anche se Dirk Verbeuren non si può certo discutere, come anche il sodale James LoMenzo al basso, che però rimane un po' sacrificato e in sottofondo. D’altronde, Dave Mustaine i suoi musicisti se li è sempre scelti tra i migliori.

Rimaniamo sulla voce del leader e, dopo tante disavventure e l’aver dovuto affrontare una malattia grave, non possiamo certo aspettarci una performance stellare e d’altronde il timbro di MegaDave è stato sempre amato per la sua particolarità e non per la sua estensione. Nei nuovi brani spesso il cantato è più un parlato-narrato e questo è inevitabile, ma il pathos non manca mai e si sublima soprattutto nei momenti più malinconici, che poi sono il cuore pulsante del disco.

E ci sta che questo sia un album fragile e crepuscolare, in una parola, triste, più che rabbioso. Glielo concediamo a Dave, perché accettare di lasciare per motivi fisici non deve essere facile, anche se non ci sono rimedi o magie. Il tempo passa inesorabile per tutti.

 

Infatti, il disco parte veloce e roccioso con la già conosciuta “Tipping Point” e riserva nella sua prima metà i frammenti più classicamente thrash, come nella manieristica ma piacevolissima “Let There Be Shred”, oppure nel quasi punk ribelle ma cantabile di “I Don't Care”, mentre la magia old style si arresta con la meno riuscita “Made To Kill”. I fan della vecchia guardia saranno felici ma questi sono anche i pezzi destinati a essere meno longevi, dato che il meglio arriva quando il tempo rallenta e Mustaine mostra le sue ferite aperte, come in “Another Bad Day”, “Obey The Call”, “Puppet Parade” e nel testamento finale da brividi di “The Last Note”, che muore in una coda acustica struggente e ha un testo da lacrime vere.

E’ forse l’unica raffinata concessione di un album onesto, diretto e senza fronzoli, che non va saggiamente oltre i quaranta minuti di durata. Megadeth spesso va troppo sul sicuro e la genialità si è spenta, ma alcune melodie rimarranno e soprattutto trasuda verità e umanità da tutti i suoi pori.

Ah sì, poi abbiamo la “scandalosa” versione di “Ride the Lightning”, che il furbo Dave si porta a casa ben consapevole di fare una enorme pubblicità al suo disco. Impossibile fare paragoni tra una versione di quattro ragazzi affamati del 1984 e questa fedele trasposizione, che si lascia ascoltare senza eccellere. Però, che canzone incredibile, anche e soprattutto oggi!

Grazie davvero Dave per tutta la splendida musica che ci hai regalato; ci vediamo sul palco!