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MAKING MOVIESAL CINEMA
04/05/2020
Alberto Fasulo
Menocchio
A essere sinceri Menocchio è un film al quale difficilmente avrei dato una possibilità se non fosse per il fatto che qualche critico professionista, nella compilazione di una di quelle liste che ogni tanto spuntano qua e là, ebbe a inserirlo tra i film italiani degni di maggior nota dell'ultimo decennio.

Ora, premesso che del film si è sentito parlare poco e che di opere italiane fuori dai soliti sentieri c'è sempre gran bisogno, ho deciso di guardare questa fatica del friulano Alberto Fasulo che qui narra una storia delle sue terre, vicenda reale accaduta nel tardo Sedicesimo secolo. Quello che di convincente ho trovato in Menocchio è la messa in scena adottata da Fasulo, una realizzazione che tra riprese, fotografia e l'insolito lavoro di casting, crea un impianto visivo che ha qualcosa che sta a metà strada tra il naturalistico e il pittorico. Ciò che colpisce in misura maggiore sono le scelte adottate per l'illuminazione, soprattutto quella buia e notturna che fa ricorso molto spesso al fuoco, alle torce, ai lumi che donano un alone di veridicità al film molto convincente, l'illuminazione diurna invece, le cromie scelte per i costumi, persino le inquadrature sui volti, ricordano molto la pittura a soggetto d'epoca, a tal proposito c'è una scena molto bella dove Menocchio, convocato dalle istituzioni della Chiesa, si trova al cospetto di alcuni dipinti e il suo volto non sembra stonare affatto vicino a quelle raffigurazioni sacrali del tempo. Contribuisce a questa cifra stilistica la scelta degli attori, taluni con la sola recitazione, a tratti dilettantesca, riportano la storia a una dimensione molto naturale, povera, istintiva, proprio come se lo spettatore si trovasse dinnanzi a contadini e paesani poco avvezzi alle cose del mondo e intimoriti (non a torto) dalla Santa Inquisizione, rafforzando quell'alone di "vero" che accompagna tutto il film, assecondato spesso anche da movimenti di camera a mano che seguono il ritmo dei trasporti, dei sobbalzi dei carri trainati dal bestiame.

Per quel che riguarda il versante dei contenuti a dirla tutta in questo Menocchio non ho trovato nulla di così interessante, e ritornando al critico di cui sopra, con la sua scelta egli potrebbe aver reso un buon servigio all'opera ma anche uno un po' meno buono a questo spettatore (e ad alcuni altri suppongo). La storia di Menocchio (Marcello Martini) è quella nota di molti altri uomini che in tempi antichi avevano convinzioni fuori dal coro in tema di religione e quindi invisi alla Chiesa che a quei tempi appariva più come il braccio armato del Demonio che non il viatico per arrivare a Dio, a Cristo o a qualsiasi idea di fede che si potesse avere. Menocchio non era convinto della verginità della Madonna, la trovava una cosa innaturale, contestava la ricchezza della Chiesa a discapito del popolo e diceva che Dio era in tutto, che il vento era Dio, un albero era Dio, l'aria era Dio, tutte interpretazioni che catturavano l'attenzione dei paesani, poi pronti a rinnegare, ma che irritavano sommamente la Chiesa che non mancò di perseguitare, imprigionare, torturare e infine condannare a morte quello che in fin dei conti era solo un mugnaio, sveglio e alfabetizzato, cosa rara ai tempi, che aveva le sue idee libere, peraltro affatto dannose se non per i dogmi di una Chiesa pronta a difenderli in maniera ottusa e violenta.

Tralasciando il fatto che la vicenda narrata non ha nulla di originale (purtroppo storie come queste all'epoca abbondavano) la mancanza più grave del film è che non riesce mai a coinvolgere, non si empatizza in maniera particolare con questo protagonista, non si soffre con lui, pur stando dalla sua parte tutto rimane di una freddezza poco toccante, si arriva alla fine del film dove più o meno succede ciò che ci si aspetta e, a parte una perizia tecnica molto interessante, dello stesso rimane poco o niente, non c'è emozione, non c'è quasi nulla...

Rimangono ancora un paio di sequenze molto belle, oniriche, ben dirette e accattivanti, che ancora una volta rientrano nei meriti visivi, danno una sferzata al film che però nel complesso non si innalza da una soporifera mediocrità. Peccato, c'è del buono in questa opera di Fasulo, rimane ora da applicare tutti questi meriti a una narrazione degna di nota.


TAGS: AlbertoFasulo | cinema | DarioLopez | film | loudd | Menocchio | recensione