Finalmente, dopo diversi tentativi infruttuosi a causa di sovrapposizioni di impegni, sono riuscito a partecipare al Metalitalia Festival, anche se solo per una giornata. È stato un peccato perdersi i Coroner, soprattutto alla luce del disco pazzesco che hanno tirato fuori lo scorso anno, ma anche il giorno di sabato, tuttavia, non è stato da meno, in linea con un festival che negli anni ha sempre mantenuto un livello altissimo di qualità e che si configura da tempo come una delle migliori manifestazioni musicali della penisola (nelle precedenti edizioni sono infatti passate, tra le altre, band del calibro di Sodom, Watain, Abbath, Asphyx, Tribulation, Overkill, Destruction, Cirith Ungol e Satan).
La sede prescelta è come sempre il Live Club di Trezzo sull'Adda, a pochi chilometri da Milano; un locale non troppo capiente ma molto piacevole, con una resa sonora notevole (a parte qualche problema isolato, tutte le band hanno goduto di un trattamento impeccabile da questo punto di vista), uno spazio esterno con bar e un luogo di meet and greet da cui sono passati nel corso della giornata tutti gli artisti (tranne i Paradise Lost, a causa di un piccolo intoppo logistico) e un'area in fondo alla sala sufficientemente spaziosa da ospitare il merchandising ufficiale e tutta una serie di bancarelle di vinili e cd a prezzi in molti casi convenienti, nonché uno stand della Tsunami Edizioni, con praticamente tutto il catalogo a disposizione.
Da ultimo, nello spazio rialzato, oltre ad un'ampia balconata da cui era possibile godersi i concerti fuori dalla ressa (e che ho immediatamente eletto a mia postazione fissa per tutta la giornata) era presente anche un'area per piercing e tatuaggi. Insomma, un vero e proprio happening all'insegna del metal, perfettamente vivibile sia grazie all'impianto di condizionamento del locale, sia ad una giornata per fortuna sufficientemente fresca.
A tutto questo il pubblico ha risposto alla grande: quando arrivo sul posto, a metà pomeriggio, la venue è già quasi del tutto imballata; ovviamente l'età media dei presenti è piuttosto alta, il metal, soprattutto quello estremo che caratterizza l'edizione odierna, non è più un affare di giovani, ma colpisce una certa presenza di bambini in età scolare, tutti entusiasti e molto partecipi, segno che in futuro potremmo assistere ad un qualche ricambio generazionale.
Un altro dato interessante è che i tempi sono stati rispettati al minuto, nonostante i problemi tecnici di cui sopra, e ad ogni act in cartellone è stato dato uno slot consistente, oscillante tra i 45 e i 90 minuti, a seconda del running order.
Purtroppo i primi due act in cartellone, Nel Buio e Nero di Marte, si sono esibiti troppo presto e non ho fatto in tempo ad essere presente. Arrivo quando sul palco sono da poco saliti gli ucraini 1914, e vengo immediatamente investito dalla loro furia battagliera, un concept di ispirazione bellica modellato sui temi della Grande guerra, che fa di loro una sorta di versione Black Metal dei Bolt Thrower.
Filmati d'epoca scorrono sullo schermo posto alle spalle dei musicisti, la scenografia militaresca funge da corredo e persino i costumi d'epoca indossati dal cantante Dietmar Kumarberg e dal chitarrista Liam Fessen contribuiscono a creare un colpo d'occhio di grande effetto.
Il set alterna sfuriate Black a momenti più rallentati, al confine col Doom, con qualche inserto melodico a spezzare la ferocia: un'alternanza che restituisce bene la doppia anima della band, sospesa tra brutalità e atmosfera. Kumarberg offre una prova vocale davvero potente ed espressiva, capace di reggere quasi da solo il peso drammatico dei brani, mentre alle sue spalle le chitarre di Liam Fessen e Vitalis Winkelhock, il basso di Armin von Heinessen e la batteria di Igor Kovalenko costruiscono il muro sonoro su cui si regge tutto lo show.
Il concept scelto dalla band si carica qui di un significato ulteriore: tra un brano e l'altro arrivano parole sulla guerra in corso e decisi “Fuck Putin!” che mandano in visibilio il pubblico, bandito anche con un discorso a metà set che ha magnificato il valore dei nostri soldati nel primo conflitto mondiale, con tanto d’epoca di generali e ufficiali come intro di alcuni brani: una scena per certi versi paradossale, considerato che dopo il 1945 la celebrazione di quel conflitto è sparita dalla memoria collettiva. Forse è meglio rubricarla semplicemente alla voce: “Cantante dice delle cose e pubblico urla”.
Tra i pezzi proposti, "Vimy Ridge (In Memory of Filip Konowal)", "1915 (Easter Battle for the Zwinin Ridge)", "1916 (The Südtirol Offensive)" e "1917 (The Isonzo Front)", prima della chiusura, tutt'altro che casuale visto l'omaggio di poco prima, con "Arditi" (e anche qui ci sarebbe da dire qualcosa).
Uno show piacevole e di grande impatto, anche se a tratti i suoni sono risultati un po' troppo puliti, con un tocco leggermente artificioso che ha smussato la ruvidezza che ci si aspetterebbe da un repertorio così duro.
I francesi Nocturnal Depression sono stati chiamati all'ultimo per sostituire i Novembre, a causa del ricovero in ospedale di Carmelo Orlando avvenuto pochi giorni prima. È un vero peccato perché aspettavo da tempo di poter rivedere in azione il gruppo di Roma, ma bisogna fare un plauso agli organizzatori per avere trovato un rimpiazzo all'altezza con così poco tempo a disposizione.
Il loro black metal vive di ritmi spesso compassati e di un certo gusto malinconico nelle melodie, sostenuto da arpeggi minimali dal sapore gothic; a tratti si fa magniloquente, e si producono in una performance convincente, anche se manca una scrittura che spicchi davvero e il rischio di risultare eccessivamente ripetitivi è dietro l'angolo. Tra un pezzo e l'altro, particolare curioso, Lord Lokhraed si rivolge al pubblico in un ottimo italiano.
Il livello si alza parecchio con gli austriaci Harakiri for the Sky, autori di una prova davvero monumentale, nonostante con l'ultimo disco, Scorched Earth, si siano spostati su una formula più diretta e per certi versi meno interessante. Le canzoni scorrono come un lungo flusso di coscienza, a partire da un black metal cosmico che passa da momenti di oscurità impenetrabile ad altri dove si intravedono squarci di universale, con Michael "JJ" Kogler alla voce e Matthias Sollak a tenere le redini della parte strumentale. Unico difetto le parti di tastiera in base, soluzione che ho trovato veramente fastidiosa, anche se per fortuna non sono troppe.
Per il resto, un'ora senza respiro che scorre via velocissima, con una setlist aperta da "Heal Me" e incentrata sulle cose recenti, ma con qualche gemma dal passato come "With Autumn I'll Surrender" e "Funeral Dreams", prima della chiusura affidata a "Keep Me Longing".
Prima che i Fleshgod Apocalypse salgano sul palco, la musica di attesa rilasciata dai diffusori è quella Mozart, la Serenata n. 13, la celebre "Eine kleine Nachtmusik", scelta tutt'altro che casuale e in linea con la vocazione neoclassica del gruppo.
L'ingresso lascia poi spazio a un'introduzione di piano e voce di soprano, quella di Veronica Bordacchini, mentre il tricolore italiano tenuto in mano dalla cantante e la scenografia che decora il palco riproducono i temi dell'ultimo Opera.
Si parte infatti a razzo con "I Can Never Die", la prima traccia del disco: suoni non perfettamente bilanciati, con le parti orchestrali ovviamente pre-registrate a fare da tappeto. L'alternanza tra la componente sinfonico-operistica e quella estrema me li ha sempre resi a tratti un po' pacchiani, ma è indubbio che suonino bene: la performance di Francesco Paoli alla voce, Fabio Bartoletti alla chitarra, Francesco Ferrini alle tastiere e del nuovo entrato Eugene Ryabchenko alla batteria (a quanto pare è al suo primo concerto col gruppo) è potente e compatta, con dei momenti di blast beat davvero devastanti.
Non manca il divertente snippet di "...Baby One More Time" di Britney Spears, che Veronica Bordacchini infila dentro "No", uno dei loro brani più noti. Il resto della scaletta pesca un po' da tutta la carriera del gruppo, tra "Healing Through War", "Sugar", "Minotaur (The Wrath of Poseidon)", "Bloodclock", "Epilogue", "The Fool", "Pendulum", e un'anthemica "The Violation" in chiusura. Si tratta di uno dei gruppi italiani in assoluto più noti all'estero e anche oggi hanno fatto capire perché.
Le luci restano bassissime per tutto il set degli Amenra, a tratti del tutto spente, lasciando che l'unica fonte di illuminazione siano i filmati in bianco e nero che scorrono alle loro spalle, tutti all'insegna di un gusto gotico e tardo romantico a tratti kitsch ma efficace nell'economia dello show.
La musica del quintetto belga è del resto priva di colori: un lungo fiume di disperazione che si gioca spesso su lenti e pesantissimi mid tempo, corredati dalle grida lancinanti di Colin H. van Eeckhout. Altrove l'atmosfera si fa rarefatta e minimale, tra gli arpeggi di chitarra di Mathieu Vandekerckhove e Lennart Bossu e le clean vocals, il tutto però privo di qualunque grazia melodica: porta avanti una depressione da cui sembra impossibile uscire. Bjorn Lebon alla batteria e Amy Tung Barrysmith al basso tengono insieme un bilanciamento organico dei vari elementi, in un set equilibrato che vive di ossessiva ripetizione di pochi ingredienti basilari, nel pieno rispetto della post Avantgarde e cui possono essere associati.
Apertura con "Boden", si prosegue con gemme come "Plus près de toi (Closer to You)", "De evenmens", "A Solitary Reign" e "Am Kreuz", fino alla chiusura spettacolare di "Diaken". Tutto scurissimo, impossibile uscire, che sia un muro sonoro invalicabile o una tetra elegia che arriva dal profondo dell'inconscio.
Senza troppe discussioni, migliori della giornata: una band straordinaria, trasversale e indefinibile, decisamente personale nella sua interpretazione del metal estremo, capace di essere classica e moderna allo stesso tempo, travalicando anche i confini del genere.
Quella di stasera è per i Paradise Lost la prima data del nuovo tour denominato By Request e basato, in teoria, su una setlist composta da brani votati dai fan sera dopo sera, e che quindi dovrebbe subire variazioni da una città all'altra. Dico “in teoria” perché nel corso del concerto il gruppo non ha fatto menzione di questa iniziativa (e, aggiungo, non ci sono state neppure chissà quali stravolgimenti nella scaletta).
Al di là di questo, mi accingo a vedere la band di Halifax dal vivo per la seconda volta in vita mia, ed è allucinante, se si pensa che li seguo dai tempi di Icon: vero che all'epoca non avevo la patente e partecipare ai tour storici non sarebbe stato praticabile, vivendo fuori Milano, vero che dopo Host li ho mollati per un bel po' di anni, eppure se ci penso, ancora non riesco a trovare una ragione valida per essermeli persi così tante volte.
L'impressione è che Greg Mackintosh e soci stiano vivendo una vera e propria seconda giovinezza: l'ultimo Ascension, uscito ormai da un anno, ha riconfermato il livello di ispirazione di dischi come Medusa e Obsidian, che hanno saputo riportare in auge sound e atmosfere che da parecchio non si sentivano più. Evidentemente nessuno pretende il ritorno ai fasti di Icon, il gruppo pare ormai dedito ad un manierismo studiato nei minimi particolari; eppure, se consideriamo che sono vicini al quarantennale di carriera, si capirà che di più di così è davvero difficile chiedergli.
Un altro dato notevole e quasi senza precedenti, è che la formazione attuale sia praticamente la stessa delle origini: fatta eccezione per il batterista (da un anno è tornato Jeff Singer, che aveva suonato con loro tra 2004 e 2008, ma dietro le pelli gli avvicendamenti sono sempre stati numerosi) il resto della line up è ancora quello delle origini, con Nick Holmes fisso al microfono, Mackintosh come chitarrista e songwriter principale, Aaron Aedy alla seconda chitarra e Stephen Edmonson al basso. Praticamente gli stessi ragazzini che nel 1990 pubblicarono l'acerbissimo Lost Paradise, dando il via ad una delle storie più importanti e affascinati del Metal estremo.
Si parte in quarta con “Serpent on the Cross”, direttamente dall'ultimo disco, una versione potente e dinamica, con una buona resa sonora, anche se nel corso della giornata abbiamo sentito di meglio (la voce rimarrà costantemente un po' sotto al mix); segue a ruota la vecchissima “Gothic” e già l'entusiasmo del pubblico si fa palpabile, fino ad esplodere alle prime note di “Shadowkings”, il primo dei quattro brani dal capolavoro Draconian Times che avremo modo di ascoltare questa sera.
La band appare in palla, con un Nick Holmes sorprendentemente a proprio agio nella prova vocale, per una volta espressiva e senza sbavature: probabilmente ha lavorato molto sull'aspetto puramente tecnico perché, se abbiamo definitivamente perduto le speranze di vederlo trasformarsi in un frontman di razza, dal punto di vista esecutivo appare di gran lunga migliorato. Gli altri sono ugualmente in grande spolvero, la sezione ritmica viaggia che è un piacere e le chitarre disegnano quelle atmosfere drammatiche e vagamente decadenti per cui il gruppo è giustamente divenuto famoso.
Unica nota dolente, ma è sempre stato così, sono le parti pre registrate, sia quelle di tastiera sia le seconde voci. Non è un accorgimento che rovina così tanto, visto che la proposta della band è sempre stata fortemente incentrata sulle chitarre, eppure non ho mai capito per quale motivo non si siano mai portati un vero tastierista in tour, dal momento che si ostinano ad inserire questo strumento nelle varie composizioni.
Al di là di questo, si tratta di un concerto pienamente riuscito. La scaletta, come dicevo, non presenta sorprese e, se si eccettua una “Erased” che non veniva suonata da sei anni ma che comunque è sempre stata un punto forte nell’ossatura dei concerti, prevede una selezione equilibrata tra le varie fasi della loro lunga carriera, mettendo in mostra soprattutto i classici: se davvero è stata votata dai fan, possiamo dire che, almeno quelli italiani, hanno preferito le solide certezze agli oscuri deep cuts.
Da Draconian Times arriveranno ancora le magnifiche “Forever Failure” e “Hallowed Lands”, da Icon purtroppo la sola “Embers Fire” (che è comunque tanta roba ma non sarebbe stato male sentire qualche cosa di più), dal passato remoto addirittura una “Pity the Sadness” eseguita con grande convinzione, e poi una “So Much is Lost” che mi ha fatto venire voglia di andarmi a riascoltare Host, un lavoro che quando uscì non convinse quasi nessuno ma che oggi, forse anche alla luce della maggiore apertura mentale che contraddistingue gli ascolti del metallaro odierno (è una mia sensazione, non certo una regola) trovo sia stato molto rivalutato.
Spazio anche per due classici più “recenti” come “No Hope in Sight” e “Faith Divides Us - Death Unites Us”, mentre da Ascension viene proposta anche la splendida “Tyrants Serenade”. Chiusura obbligata con una tiratissima “Say Just Words”, uno dei loro brani più mainstream, sul quale il pubblico comprensibilmente si scatena.
Pausa di qualche minuto, dopodiché i cinque tornano per tre bis, piuttosto telefonati ma non per questo meno piacevoli: “Enchantment”, “Ghosts” (singolo del disco precedente, senza dubbio tra i loro più riusciti) e un'ottima “Silence Like the Grave”, congendandosi così nel segno dell'ultimo disco, una scelta che personalmente ho apprezzato e che ce li mostra ancora di più come un gruppo con ancora tante cose da dire.
Si chiude così questa giornata del Metalitalia Festival, un appuntamento di cui dobbiamo essere fieri, organizzato benissimo (sottolineiamo anche il prezzo pienamente accessibile del biglietto, niente affatto scontato in questi tempi di rincorsa al grande evento a tutti i costi), con una line up che non ha nulla da invidiare alle più blasonate kermesse europee.
Farò di tutto per esserci anche l'anno prossimo…
